Quel catafalco ipocrita dello Stato laico

EUSSR-europa stato

 

rassegna stampa

di GABRIELE MARASTI – Un personaggio a tutto tondo Giuseppe Reguzzoni, che insegna a Zurigo e collabora con l’Università Cattolica di Milano. È giornalista pubblicista, svolge libera attività su quotidiani e riviste, nazionali e internazionali, è direttore responsabile di Linea Tempo ed è stato a lungo membro e segretario della redazione italiana di Communio. Non bastasse, ha lavorato come traduttore ed è autore di diversi libri di carattere storico e filosofico tra cui Modernità e secolarizzazione, Conoscere per indizi, Pensare il Risorgimento, Dal Monte al Cielo. Ed appunto a lui abbiamo chiesto di parlarci del suo ultimo libro, Il liberalismo illiberale (XY.IT, Editore in Arona, pagg. 148, euro 13,00).
Un saggio nel quale l’autore individua nel Politicamente Corretto la religio civilis contemporanea. Fermo restando che se alcuni altri autori hanno già sfiorato il medesimo tema trattandolo da una prospettiva diversa (basti pensare a Clive Staples Lewis), in questo lavoro si va oltre: la trattazione del concetto è infatti molto articolata, organica e si sviluppa in un ambito eminentemente politico. In breve, si sostiene che ci troviamo di fronte a un nuovo meccanismo con cui si generano e condividono i valori fondanti della nostra società: tali princìpi, spesso in contrasto tra loro, sarebbero proposti in maniera martellante e sistematica dai media sotto forma di slogan, spesso attraverso un caso pietoso per stimolare l’emotività, in modo da farli finalmente recepire come un assioma, come un’evidenza non discutibile.

Professor Reguzzoni, ci vorrebbe illustrare come si sviluppa e a che risultato porta questo tipo di dinamica?
«I princìpi cui si ispira la religione del Politicamente Corretto sono spesso in contrasto tra loro, anzitutto per il fatto che non si tratta di “princìpi” reali, con un fondamento metafisico, ma di concetti fluttuanti, del tutto dipendenti dalla prassi e a quest’ultima orientati. Quando l’idea di religione civile fu formulata in maniera esplicita per la prima volta da Rousseau, essa aveva, a suo modo, un fondamento deistico e razionalistico. Rousseau pensava a una sorta di nuova religione di Stato, con il compito di costringere i cittadini a rispettare il Contratto Sociale e con il potere di “bandire dallo Stato” chiunque non ne accettasse gli imperativi. Da qui, del resto, è nato il principio rivoluzionario della “libertà per tutti, ma non per i nemici della Rivoluzione”, dove è il potere a decidere, di volta in volta, chi sia il Nemico da bandire e annientare. Robespierre, il Terrore e il genocidio vandeano ne sono la dimostrazione storica. La differenza è tutta di carattere evolutivo: la nuova religione civile non ha più nemmeno bisogno di presentarsi come una dottrina razionale/razionalistica, dal momento che si basa tutta sulla ripetizione ossessiva di parametri pragmatici (anche attraverso un nuovo calendario civile sacralizzato) e, anzi, sul rifiuto totale della dimensione razionale, sullo sfondo, peraltro, di grandi princìpi, astratti e indimostrati, quali sono i “diritti dell’uomo”, liberamente reinterpretati. Prova ne è che la nuova religione civile, il Politicamente Corretto, non argomenta mai, ma dogmatizza attraverso la ripetizione di slogan che, a questo punto, possono tranquillamente contraddirsi nel giro di breve tempo o in situazioni semplicemente diverse.
Lo strumento privilegiato, ma non unico, è, appunto, il richiamo ai diritti dell’uomo, di volta in volta arbitrariamente reinterpretati in funzione della prassi. Janne Haaland Matlary ha ampiamente dimostrato il carattere totalitario di questa operazione e la strumentalizzazione dei “diritti dell’uomo”, secondo la strategia delsoft power, nel suo volume Diritti umani abbandonati (Lugano, 2007). Il primo dogmatismo sta proprio nel fatto che in questa libera reinterpretazione dei diritti dell’uomo non si rende mai conto dei due termini in gioco: “diritti” e “uomo”, e, difatti, giusto per fare subito un esempio politicamente scorretto, si è rapidamente passati dal diritto al matrimonio al diritto al matrimonio omosessuale e, quindi, al diritto al matrimonio tra specie diverse. Non è uno scherzo: esistono già, in alcuni Paesi, proposte di legge in questo senso. Se “diritto”, “uomo”, “matrimonio”, “sposarsi” sono solo termini fluttuanti, parole vuote che assumono di volta in volta significati diversi, perché non dovrebbe essere possibile sposare il cane o il gatto?
Vanity Fair, qualche mese fa, pubblicizzava l’agenzia MarryYourPet, che di questo si occupa. Ma questo è solo un esempio tra i tanti possibili. L’aspetto religioso del Politicamente Corretto, chiaramente immanentistico, sta tutto nel dogmatismo assoluto con cui questo modello di reinterpretazione dei diritti dell’uomo pretende di imporsi, dove è blasfemia, o lesa maestà, la volontà di pensare e di interrogarsi sui termini e sulla posta in gioco. Carl Schmitt aveva visto lungo, quando immaginava una “tirannia dei valori”, fondata sulla presunta neutralità della tecnica come strumento di neutralizzazione e spoliticizzazione dei conflitti. È la versione aggiornata della religione dell’umanitarismo, di cui parlano Dostoevskij e Benson. È il sistema liberale che si avvita su se stesso, non avendo più radici da cui attingere i valori di cui ha bisogno per esistere e da cui, storicamente, ha comunque avuto origine».

Abbiamo avuto l’impressione che il suo libro rielaborasse, sotto forma di saggio, l’atmosfera che fu romanzata ne Il Padrone del Mondo di Robert Hugh Benson: il sistema di valori del Politicamente Corretto si impone nella società come nuovo mito, come nuova religione laica, che a volte finisce per risultare, in nome della tolleranza, un sistema paradossalmente intollerante; ci è piaciuta una citazione che riporta nel libro: “Lo Stato Liberale, secolarizzato, vive di presupposti che non è in grado di garantire. È questo il grande rischio che esso ha corso per amore della libertà”. Ci potrebbe spiegare come e perché ritiene che la negazione del diritto naturale comporti necessariamente la ridiscussione (leggi l’annichilimento) dei diritti umani su cui lo stream Politicamente Corretto sostiene di basarsi?

«Il romanzo di Benson non è mai citato nel mio libro, ma solo perché quest’ultimo si presenta come la raccolta di due studi accademici di taglio storico-filosofico. In realtà Benson è presente, nello spirito e nelle intenzioni, tanto più che si tratta di un’opera che ha lasciato su di me un segno profondo sin da quando la lessi per la prima volta, negli anni di università. Tra l’altro, paradossalmente, quel romanzo fu scritto in un’epoca in cui il modello di religione civile dominante sembrava essere quello dei nazionalismi. Benson ha visto lontano, perché ha colto che una società globale necessita di una religione civile globale e che chi in essa esercita il Potere non può ammettere che si tratti di una religione trascendente. Il male non è la società globale in sé, ma la sua pretesa di autodefinirsi nei propri valori di riferimento. La trascendenza, invece, è di per sé giudizio sul Potere. Se c’è un trascendente, il Potere non è la parola ultima, è finito, dunque soggetto a giudizio e, allora, c’è spazio per la libertà della persona, che non può e non deve trovare la propria consistenza ultima nello Stato, che se è Stato universale, è ancora più pericoloso e distruttivo. Il diritto naturale, pur con tutta la complessità storica di una sua ripresa oggigiorno, ci ricorda che lo Stato, con le sue leggi, non è tutto, che c’è un prius irriducibile… È questo, del resto, il senso dell’aforisma di Böckenförde da lei ricordato: lo Stato liberale e secolarizzato vive di presupposti che non è in grado di darsi da sé, e che è insensato pretendere da culture con un’altra storia e un altro senso dell’uomo e dell’umano. Anzi, ormai anche in Occidente questi presupposti non possono più essere dati per scontati e il confronto, non pacifico, con la diversità islamica ce lo ricorda tragicamente».

Il suo libro Pensare il Risorgimento offre numerosi spunti, senza dubbio controcorrente, con i quali mette in discussione il mito dell’Unità d’Italia. E questa volta lo fa, a differenza del saggio menzionato precedentemente, addentrandosi nei particolari, nella veste di storico: un aneddoto che ci è rimasto impresso è il fatto che per Camillo Benso conte di Cavour, colui che viene studiato sui libri di scuola come il Patriota con la “P” maiuscola, la sua lingua madre fosse il francese, avesse imparato l’italiano verso i 38 anni e nutrisse un forte disprezzo nei confronti del popolo dell’Italia meridionale. Le chiediamo come il mito dell’Unità d’Italia si ricolleghi alla religio civilis di cui parlavamo precedentemente.
«Il nesso è l’astrazione ideologica, il rifiuto della realtà nella sua complessità irriducibile a categorie ideologiche. Il Risorgimento italiano è un fenomeno complesso, ma la parte di esso che ha vinto è quella più violenta e astratta. È la componente post-giacobina quella che ha realmente fatto l’Italia e ha, poi, cercato di “fare” gli italiani. Invece che partire da quello che c’era, costruendo su di esso, si è voluto creare ex novo la Nazione, ovviamente senza riuscirci: si è creato uno Stato che, come suo primo atto di esistenza, ha dovuto fare violenza alle tradizioni e alla fede dei popoli che lo abitavano. In pratica, si è ripetuto, soprattutto nel meridione d’Italia, il modello vandeano, con la violenza giacobina contro la tradizione e la storia. Mi permetta di citare qui François-Athanase de Charette de La Contrie, combattente della Vandea libera che, in pieno Terrore, scriveva: “La nostra patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra patria è la nostra Fede, la nostra terra. Ma la loro patria, che cos’è? Lo capite voi? Vogliono distruggere i costumi, l’ordine, la Tradizione. Allora, che cos’è questa patria che sfida il passato, senza fedeltà, senz’amore?”. Ecco, questa è la domanda: che cos’è questa patria, se essa è privata dei suoi legami con la propria storia? E poi ci si meraviglia della proverbiale mancanza di senso civico degli italiani! Il mio volume sul Risorgimento, non lo nascondo, è nato con un intento polemico e divulgativo, in un momento, il 2011, in cui si sacralizzava un fenomeno storico, il Risorgimento, senza fornire ragioni e riferimenti critici. In un’epoca in cui tutto è relativo e tutto può essere discusso, l’unica cosa fuori discussione sarebbe l’unità e indivisibilità della Nazione? E quale Nazione? E perché? Se tutto è davvero relativo, perché questo Stato non dovrebbe esserlo a sua volta? Oppure si sacralizza questo Stato e il processo violentissimo con cui lo si è realizzato, semplicemente perché non si vuole mettere in discussione il sistema di privilegi e di corporativismi con cui esso ormai coincide?».

Lei ha recentemente curato la traduzione e l’introduzione di un intrigante pamphlet di Armin Mohler. Mohler (1920-2003) è stato un politico, scrittore e filosofo svizzero, segretario del noto filosofo Ernst Jünger e corrispondente a Parigi per Die Zeit. Durante la lettura mi ha colpito la dicotomia messa in risalto dal filosofo tra quella che chiama la logica del lager e la logica della mafia. Di certo, la conclusione del filosofo risulta politicamente poco corretta e in una testata come questa può risultare molto interessante per ridiscutere il ruolo e l’ampiezza delle competenze dello Stato, anche e soprattutto in economia. Può brevemente presentare questo paradosso ai nostri lettori?
«Armin Mohler è una figura controcorrente e, per questo, interessante. Non condivido la conclusione di radicale individualismo elitario a cui arriva alla fine del suo pamphlet Contro i Liberali, ma sono convinto che occorra confrontarsi con questa voce libera e, per questo, ho voluto tradurre e pubblicare questa sua opera. La duplice logica da lei richiamata è quella dello Stato totalitario che definisce tutto (il “lager”) o dei sistemi democratici dove dominano varie forme di familismo o di lobbies, che esercitano il vero potere, indipendentemente dalle astrazioni delle costituzioni (la “mafia”). Lo si capisce bene leggendo quelle immagini dove, con una certa ironia, Mohler ricorda che, nella realtà, anche lo Stato Lager funziona mediante forme di familismo. Mohler ci ricorda che esse erano presenti sia nell’Unione Sovietica che nella Germania hitleriana. Solo che Mohler non ci dà una vera soluzione, rifugiandosi in una sorta di nominalismo radicale, elitario, perché riservato a pochissimi. La sua analisi, però, è un’efficace messa in guardia dalle costituzioni troppo astratte, basate su tanti princìpi e sostanzialmente fatte di carta: la realtà, poi, è un’altra. Il messaggio è chiaro: pochi princìpi concreti e nessun volo pindarico su costituzioni che si propongono di spiegare l’universo intero e, proprio per questo, precipitano in forme di “lager” o di “mafia”. In ogni caso, il punto è proprio che la spinta politica del liberalismo classico si è ormai esaurita ed esso è appunto divenuto il cavallo di Troia attraverso cui forze estranee alla cultura occidentale ne stanno provocando la morte dall’interno».

Riprendiamo un tratto di Diario di uno scrittore di Fëdor Dostoevskij che abbiamo trovato riportato nel suo libro sul Risorgimento: “Prendete per esempio il conte di Cavour: non è un’intelligenza, non è un diplomatico? Io prendo come esempio lui perché ne è già riconosciuta la genialità ed è già morto. Ma che cosa non ha fatto, guardate un po’; oh sì, ha raggiunto quel che voleva, ha riunito l’Italia e che ne è risultato: per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo, l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi quella papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata e esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, cedendola al più logoro principio borghese – la trentesima ripetizione di questo principio dal tempo della prima rivoluzione francese -, un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine.
Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!”.
Le chiediamo pertanto di concludere con la pars construens: dopo più di 150 anni, come smettere di essere una piccola Repubblica “di second’ordine” piena “di debiti non pagati” ed ambire a riproporci seriamente come “portatori di un’idea universale”?
«Questa è la domanda più difficile della nostra conversazione! Anche perché i debiti in qualche modo andrebbero pur pagati, almeno in parte, magari cominciando a tagliare le spese inutili al centro, cioè il 90% dell’apparato romano (di cui anche il regionalismo attuale è espressione). Occorre ripartire da quel che resta della realtà, mettendo seriamente in questione il dogma dello Stato Nazione così come è uscito dalla Rivoluzione Francese, dal Risorgimento, dal Fascismo e dalla rinascita incompiuta successiva alla Seconda guerra mondiale. Dico incompiuta perché la Costituzione del 1948 faceva indubbiamente dei grossi passi avanti, ma andava completata, in particolare con l’immissione di forti e chiari pilastri federalistici ed evitando astrazioni impraticabili. Sottolineo: federalistici, non semplicemente regionalistici, come è ora, con un centro che distribuisce e una periferia che spartisce. La prima forma di responsabilizzazione del territorio è necessariamente quella del rapporto tra tasse e spese. Questo presuppone, però, un fortissimo ridimensionamento dello Stato centrale. Negli ultimi vent’anni nessuno, sottolineo, nessuno, ha portato davvero in Parlamento queste istanze e, difatti, l’attuale Governo italiano sta ulteriormente centralizzando l’apparato statale, amministrativo e fiscale. Ciò è deresponsabilizzante! Responsabilità significa sapere di dover rispondere ai cittadini. Lo Stato non può più essere una sorta di ectoplasma pseudo-metafisico a cui demandare tutto. Penso, quasi ovviamente, al modello della Confederazione Elvetica, con i suoi tre livelli: comuni, cantoni, confederazione, cui corrispondono tasse comunali, cantonali e confederali, con lo Stato centrale che si limita a fare quello che gli enti alla sua base (non subalterni) non possono fare (autostrade, poste, esercito, diplomazia, oltre, ovviamente, alla funzione di controllo generale). Ed è uno Stato che funziona e, per esempio, non ha bisogno di privatizzare le poste, perché funzionano benissimo così come sono. E, con ciò, ho già almeno introdotto l’altro elemento fondamentale, che è la sussidiarietà. Il tutto con forti investimenti nel settore educativo e culturale, gestiti, però, alla base e non al centro. Il pachiderma della Pubblica Istruzione, nato nel 1861 per “fare gli italiani” oggi è quanto di più lontano si possa immaginare da un luogo di educazione per il popolo… Proprio il settore scolastico è emblematico. Il carrozzone statale non è tenuto in piedi perché funziona e neppure per motivazioni ideologiche, ma per sedimentati interessi corporativi. Lasciamo fare la scuola a chi la vuole fare con cuore e con passione. Se uno studente costa allo Stato cinquemila euro all’anno, diamo cinquemila euro alle famiglie, lasciando loro la libertà di mandare i propri figli dove meglio credono e introducendo, finalmente, un serio e reale meccanismo di libera concorrenza. A suo tempo, la “Dote Scuola” in alcune regioni italiane è stato un primo passo, ma poi servono anche i controlli, e qui torniamo al superamento del regionalismo (con Mohler si tratta di una forma di “logica della mafia”, cioè del familismo) in favore di un autentico federalismo (quello del buon padre di famiglia, attento alle entrate e alle uscite e a come vengono spesi i soldi). È solo un esempio, su cui altri hanno scritto meglio e più di me. In linea di principio, la riduzione dello Stato dovrebbe significare anche la sua essenzializzazione. Uno Stato più piccolo, ma più funzionale, capace quindi di valorizzare le forze che al suo interno possono recare un contributo alla coesione sociale e, dunque, alla stessa solidità della compagine statale. Nel mio libro ne parlo come di tutto ciò che è “pre-politico”, incluso, dunque, il contributo che le comunità religiose possono dare, in quanto religiose, allo Stato e alla società. Lo dico, ovviamente, proprio dal punto di vista dello Stato cosiddetto laico e secolare o, se si vuole, del modello statale oggi quasi esclusivo, come ha scritto persino Habermas, non certo in una prospettiva ideale. L’unica laicità sostenibile e costruttiva è quella positiva, aperta a valorizzare il contributo di tutti, pur con tutti i limiti e le ambiguità che l’idea di laicità positiva ha dimostrato di comportare. Lo Stato non genera e non può generare valori, ma di valori ha bisogno per sopravvivere e, dunque, ad essi deve fare spazio. Diversamente, si rischia di affondare tra la Scilla dello Stato Lager e la Cariddi dello Stato Mafia, per di più appesantiti dal catafalco insostenibile e ipocrita del laicismo di Stato».

da  http://www.economiaitaliana.it/

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One Comment

  1. caterina says:

    insiste il commentatore…deve alla fine essere political correct… eppure le tesi dell’autore mi sembrano inequivocabili… hai voglia di aggiustare il tiro! non c’è salvezza se non si ritorna all’origine di tutti i mali dell’italia unita, al sogno realizzato di Cavour che è all’origine del disastro attuale… il Risorgimento è stato il grande bluff…
    dobbiamo tornare al modello Rinascimento, ciascun popolo della penisola se stesso in gara con gli altri per fare meglio… e saremmo venti volte la Svizzera! diversamente rassegniamoci al catafalco di stato… quelli che non se la sentono di combattere possono sempre optare per la soluzione che tante agenzie si sono messe a proporre… Patria? addio!… ti penserò nei sogni..

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