Quei politici che non ammettono mai i loro errori. Sono perfetti come Dio

giudizio_universaledi  CHIARA BATTISTONI – Ve ne sarete accorti,   non fanno altro  che parlarci di “Sistema Paese”; ne parlano proprio tutti, a destra e a sinistra, come se tutto a un tratto si fosse materializzata la soluzione ai nostri problemi. Così mentre perdiamo posizioni in tutte le classifiche, dalla libertà economica alla competitività, noi cittadini riponiamo fiduciosi le nostre speranze e aspettative nel Sistema Paese che, ci dicono, saprà risollevare le sorti dell’italica penisola. Già, il Sistema Paese… sarà mica che si è trovato un nuovo termine per identificare sempre e comunque lo Stato? Vediamo un po’ allora di andare alla scoperta del concetto di “sistema”, tanto per avere qualche elemento in più.

Come ci ricorda Karl R. Popper, il più importante filosofo della scienza del Ventesimo secolo, l’elettore cittadino ha il compito precipuo di controllare l’operato del Governo; è il tratto caratteristico della democrazia che permette di rovesciare i Governi per vie pacifiche. Per esercitare al meglio il diritto al controllo della vita politica è allora necessario identificare gli elementi su cui concentrare l’attenzione, maturare un’ipotesi di lavoro e verificare che la teoria stia in piedi. Per farlo dobbiamo conoscere, documentarci, dedicare cioè un po’ del nostro tempo alla lettura e all’aggiornamento; qualche volta anche un vocabolario fa al caso nostro e offre il primo punto da cui partire.

Alla voce “sistema” il dizionario ragionato ci propone molti ambiti di analisi, ma la definizione più generica ci dice che è un qualsiasi complesso di elementi tra loro ordinati. In politica ed economia indica addirittura ciascuno dei massimi ordinamenti della società e in matematica è un complesso di equazioni a più incognite. Nelle scienze si parla da tempo di approccio sistemico alla realtà, cioè capacità di leggere e analizzare la complessità, servendosi di strumenti di rappresentazione e semplificazione. Perciò ogni volta che parlo di sistema ho in mente un insieme di elementi diversi che interagiscono tra loro; come poi questi elementi agiscano è tutto da scoprire; è però in base alle loro caratteristiche e relazioni che i sistemi possono diventare aperti o chiusi, statici o dinamici, ordinati o caotici, stabili o instabili.

Come vedete, stiamo toccando con mano quanto sia delicato l’uso delle parole e quante sfumature ci siano in un termine in apparenza
semplice. La realtà è complessa per sua natura e noi dobbiamo allenarci a capirla, nella consapevolezza che, anche se la Verità è il nostro obiettivo, ciò a cui tendiamo, la conoscenza di cui disponiamo potrà solo dirci se ciò che stiamo facendo funziona bene o male, ma non
potrà dirci che avremo raggiunto davvero la Verità.

Ce lo insegna proprio Karl R. Popper: noi tutti siamo fallibili ma è proprio grazie alla fallibilità, all’errore che la nostra conoscenza
cresce. In Cercatori di verità (Armando editore, pag. 79) ci ricorda: «Un uomo politico è, per eccellenza colui che non dovrebbe mai sbagliare. Io sostengo, al contrario, che i politici sbagliano, devono sbagliare: sono esseri umani anche loro. Questa fallibilità non deve essere presa alla leggera, ma deve essere accettata. Una volta che sia stata accettata, gli errori devono essere valutati diversamente. In modo particolare le critiche reciproche non dovrebbero più essere considerate come ostili. Al contrario dovremmo arrivare a un punto nel quale fosse più importante avvicinarsi in qualche modo alla verità che avere ragione.

Questa dovrebbe essere la conseguenza etica della mia filosofia della conoscenza. Un atteggiamento che ci aiuterebbe a trovare in
tempo gli errori, cioè prima che sia stato provocato un danno troppo grande.(…) La mia utopia è che un uomo politico possa andare un giorno davanti ai suoi elettori e dire “Ho trovato 30 errori in ciò che ho fatto, mentre il mio avversario ne ha trovati solo 29”. Questa è la lezione che dovremmo imparare dalla scienza. E poiché la conoscenza scientifica è il meglio che abbiamo, dovremmo tentare di estendere il metodo critico ad altri campi dell’attività umana. Questa è la mia utopia per una prossima età dell’oro dell’uomo».

Chiarito che la nostra conoscenza è fallibile, che è soggetta a continue verifiche torniamo al concetto di sistema. Non è chiaro se il Sistema Paese a cui si fa riferimento oggi sia di fatto una sommatoria dei sistemi che già conosciamo (quello economico, politico, finanziario, produttivo, sociale; in questo caso non si vede come possa essere più efficace visto che le singole componenti hanno spesso dimostrato di non essere adeguate) oppure se rappresenti un tentativo di sintesi dinamica delle diverse realtà economiche, finanziarie, produttive, sociali. In un caso come nell’altro, che si parli di Sistema Paese o di Stato, non c’è differenza, perché il concetto sotteso resta lo stesso: un interlocutore unico (nato per aggregazione e omogeneizzazione degli elementi costituenti) a cui affidare la pianificazione, a cui delegare l’economia nazionale.

Ma Hayek, l’economista viennese premio Nobel per l’Economia del 1974, più volte ci ha segnalato che chi possiede tutti i mezzi stabilisce anche tutti i fini; che la pianificazione uccide la libertà di mercato, che il mercato è prima di tutto una rete, in cui vige un «ordine spontaneo prodotto dal mercato tramite individui che agiscono secondo le norme del diritto di proprietà, di responsabilità extracontrattuale e delle obbligazioni.

Una società libera è una società pluralistica senza una comune gerarchia di fini particolari». (da Conoscenza, competizione e libertà, F. von Hayek, Rubbettino, pag. 107). È proprio in queste parole che rintracciamo un’alternativa al Sistema Paese; è nel concetto di rete. Una rete è fatta di nodi e di collegamenti; nella rete nodi diversi (che conservano tutte le loro specificità) comunicano tra loro attraverso i collegamenti di cui dispongono; nella rete ogni nodo è autonomo, cresce e si sviluppa, è libero di conservare la sua individualità ma è anche libero di comunicare con gli altri attraverso gli strumenti di cui dispone. Se poi un nodo A non può comunicare col nodo B perché il
suo canale è danneggiato, può sempre farlo utilizzando un nuovo nodo C che sia collegato a B.

La rete, a differenza del sistema, non agisce come fosse un tutt’uno, agisce invece per collegamenti progressivi attivati in funzione delle necessità e delle condizioni del contesto (un po’ come fanno i neuroni nel nostro cervello). La differenza è tutta qui: se adottiamo il paradigma delle reti forse saremo davvero in grado di superare la crisi e sapremo intercettare tutta quella capacità creativa di cui tanto si parla ma che pare essersi persa nei meandri dei sistemi, sempre più strutturati, sempre più monolitici.

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