Quegli indipendentisti che ricorrono alla Corte dei diritti dell’uomo, col giudice italiano. Senza cavare un ragno dal buco

convenzione uedi ENZO TRENTIN – «Ci sarà pure un giudice a Berlino» o «allora esiste un giudice a Berlino» è una battuta teatrale presa da un opera di Bertold Brecht (in cui si narrano le vicende di un povero ma tenace mugnaio che si batte contro un imperatore per via di un torto subito), divenuta col tempo così famosa che viene spesso utilizzata come frase fatta, anche fuori dal contesto e con piccole modifiche, per ricordare che prima o poi la giustizia compie il suo corso. Alcuni sostengono che l’episodio sia accaduto veramente: nel Regno di Federico di Prussia, detto il Grande, che trattò la causa del mugnaio Arnold, e ciò perché un pensiero costante di Federico, era la buona amministrazione della giustizia, che aveva mantenuto fino dal 1747 il Codex Fridericianus. Mentre a cercare tra tutte le opere di Brecht questa citazione non si trova neppure… che strano!

 

Ad ogni modo, i fatti narrati sono i seguenti. A Potsdam, non lontano da Berlino, il potente imperatore Federico II di Prussia voleva espropriare ingiustamente il mulino di un mugnaio per abbatterlo, solo perché, secondo lui, rovinava il panorama del suo nuovo castello di Sans Souci (una sorta di reggia di Versailles, ancora oggi splendidamente intatto e ben conservato). Pur di non ammettere il torto e rinunciare, il prepotente imperatore corruppe tutti i giudici e gli avvocati presso cui il mugnaio si rivolgeva. Il tenace pover’uomo non volle mollare e dopo tante ricerche trovò infine a Berlino un bravo giudice che decise di aiutarlo, finché davvero vinsero la causa. Insomma l’imperatore, malgrado tutto, fu vittima delle leggi e dei codici da lui promulgati. Alla figura di questo “mitico” giudice si ispira anche la “Corte di Strasburgo”, un tribunale equo per poveri, diseredati, lontani dal potere che rivendica il diritto di tutti a ottenere giustizia.

 

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (abbreviata in CEDU o Corte EDU) è un organo giurisdizionale internazionale, istituita nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950, per assicurarne l’applicazione ed il rispetto. Vi aderiscono quindi tutti i 47 membri del Consiglio d’Europa.

Sebbene abbia sede a Strasburgo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non è un’istituzione che fa parte dell’Unione europea; non dev’essere confusa con la Corte di giustizia dell’Unione europea con sede in Lussemburgo, istituzione effettiva dell’Unione europea.

 

Nel corso degli anni alcuni federalisti, prima, ed indipendentisti, oggi, sono ricorsi al giudizio della CEDU, ma sempre con esito sfavorevole. Si veda qui un esempio.

Poi sembra loro sfuggire la sostanza delle esperienze altrui.

 

Per esempio, fu solo dopo la seconda guerra mondiale che il movimento separatista del Jura diventò un problema serio per il Cantone di Berna, e in definitiva per tutta la Svizzera. L’ultimo movimento di protesta del Jura prese vita a seguito della vicenda di Moeckli nel 1947. Georges Moeckli era un politico del Jura, la cui nomina a uno dei ministeri fu bloccata dal Parlamento bernese esclusivamente perchè la sua lingua materna era francese. Si veda qui [http://docplayer.it/6314839-Accademia-degli-uniti.html ] la questione trattata in modo più ampio.

 

Ora una tale discriminazione, in Veneto, non è mai esistita. Anzi i “rappresentanti” veneti nelle istituzioni dello Stato italiano si contano a centinaia. E gli stessi personaggi che ora ricorrono o sono ricorsi alla CEDU, si sono scapicollati per farsi eleggere di qua e di là: in Parlamento, in Regione, in vari Comuni. Ma spesso è mancato loro il soddisfacimento delle norme burocratiche attraverso le quali il potere costituito limita l’accesso ai concorrenti.

lettera cedu

Ritornando alla CEDU, la prima cosa che salta agli occhi è che tra il collegio giudicante c’è un giudice italiano. All’epoca – nel documento qui esposto – era il torinese Vladimiro Zagrebelsky. Oggi, invece, ad essere italiano è il napoletano Guido Raimondi, che addirittura a partire da novembre 2015 ricopre (per nove anni) il ruolo di presidente della Corte europea dei diritti umani.

 

Preso atto di ciò, le prime perplessità che tormentano l’uomo qualunque sono relative alla terzietà del giudizio. E noi, che non siamo esperti di diritto, siamo assaliti dal pensiero di Bartolo di Sassoferrato. Una celebrità solo per i cultori della storia del diritto, del quale tuttavia tutti dovrebbero conoscere questa coraggiosa confessione (citiamo a memoria): «Ogni volta che mi si propone un problema giuridico, prima sento quale deve essere la soluzione, poi cerco le ragioni tecniche per sostenerla.»

 

E se questo era vero per un simile luminare, figurarsi per un magistrato qualunque. Dunque aspettarsi dal giudice un giudizio asettico, pressoché meccanico, come una macchina in cui si infila il fatto e viene sputata fuori la sentenza, è del tutto fuori luogo. Il diritto cerca di mettere ordine e razionalità nelle vicende, tipizzandole in quadri astratti, ma poi in concreto quel diritto viene maneggiato da un essere umano, con la sua cultura (o incultura), la sua affettività, i suoi principi e, perché no? i suoi pregiudizi. Si spiega così che la parola “sentenza” si ricolleghi a “sentire”, cioè alla stessa radice di “sentimento”, non a “sapere”.

 

L’uomo della strada allora si dirà: «poco importa, in caso di conflitto d’interessi un giudice può essere ricusato»; ma la Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali [http://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=basictexts/rules&c=#n1347875693676_pointer ], firmata a Roma, 4.XI.1950, All’articolo 23 – Durata del mandato e revoca – stabilisce:

  1. I giudici sono eletti per un periodo di nove anni. Essi non sono rieleggibili.

Omissis

  1. Un giudice non può essere sollevato dalle sue funzioni a meno che gli altri giudici decidano, a maggioranza dei due terzi, che egli non soddisfa più i requisiti richiesti.

 

Ed allora la persona semplice si chiederà: «Davvero i giudici ricuseranno uno di loro? O non si porranno invece la domanda: se un giudice inglese mette il naso sull’aspirazione all’autodeterminazione dei catalani, un giudice francese non farà lo stesso a proposito del desiderio dei tirolesi, ed uno italiano non farà come Bartolo da Sassoferrato per la voglia di autogovernarsi del bretoni o fiamminghi o altri?». Eppoi non dimentichiamo: il giudice è nominato singolarmente ed in rappresentanza di ognuno dei 47 Stati aderenti alla CEDU.

 

C’è poi la questione prevista dall’articolo 35 – Condizioni di ricevibilità:

 

  1. La Corte non può essere adita se non dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interne, come inteso secondo i principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti ed entro un periodo di sei mesi a partire dalla data della decisione interna definitiva.

Omissis

  1. La Corte dichiara irricevibile ogni ricorso individuale presentato ai sensi dell’articolo 34 se ritiene che:

(a) il ricorso è incompatibile con le disposizioni della Convenzione o dei suoi Protocolli, manifestamente infondato o abusivo; o

(b) il ricorrente non ha subito alcun pregiudizio importante, salvo che il rispetto dei diritti dell’uomo garantiti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli esiga un esame del ricorso nel merito e a condizione di non rigettare per questo motivo alcun caso che non sia stato debitamente esaminato da un tribunale interno.

 

E qui qualcuno potrebbe osservare che alcuni indipendentisti veneti sono giunti sino alla Corte costituzionale italiana, vedendosi rigettare per l’ennesima volta ogni istanza.

 

Ma ancora: l’Articolo 53 – Salvaguardia dei diritti dell’uomo riconosciuti – dice: “Nessuna delle disposizioni della presente Convenzione può essere interpretata in modo da limitare o pregiudicare i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali che possano essere riconosciuti in base alle leggi di ogni Parte contraente o in base a ogni altro accordo al quale essa partecipi.”

Laddove le parole chiave sembrano essere: “in base alle leggi di ogni Parte contraente”, e noi tutti sappiamo come la Costituzione italiana sia, al riguardo, contraddittoria e sibillina.

 

Insomma, possiamo credere che organi di Stato deliberino contro la “fratellanza” altri Stati , ben sapendo che si potrebbero innestare processi di reciprocità? Ed in caso di delibera favorevole agli indipendentisti, quindi l’esecuzione dell’Articolo 46 – Forza vincolante ed esecuzione delle sentenze – quante sono le sentenze di condanna inflitte, con relative multe pecuniarie, allo Stato italiano perché il medesimo non ha ottemperato?

 

Concludendo, le vie dell’indipendentismo sono svariate (ce ne occuperemo in futuro), e probabilmente differenti per ogni singolo popolo o territorio, ma quella giudiziale – attualmente – non sembra la più promettente. Anche se tempi, come gli uomini cambiano. E noi ci auguriamo che cambino presto, e nel senso auspicato da tutti gli uomini liberi.

ILTESTO DELLA CONVENZIONE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO:

http://www.echr.coe.int/Documents/Convention_ITA.pdf

Print Friendly

Articoli Recenti

1 Commento

  1. daniele says:

    Tra le condizioni di irricevibilità, ufficialmente non è contemplato il caso in cui si cita la violazione degli artt. 34 e 35 senza citare i vari commi, mettendo il ricorrente nelle condizioni di non conoscere il vero motivo di irricevibilità del suo ricorso e senza alcuna possibilità di appello (caso LIFE Treviso!), alla faccia dei Diritti dell’Uomo! Tanto per dire che la giustizia europea è, ormai, infetta dal morbo italico

Lascia un Commento