Quanto fa comodo la Cina per abbassare i salari e licenziare

EUROCINA

di RICCARDO POZZI – Quando una decina di anni fa, prima che la crisi iniziasse a fare sul serio, qualcuno sollevava dubbi sull’eldorado indo-cinese e su quegli aerei istituzionali (Prodi) pieni di illuminati imprenditori che andavano ad intercettare le nuove praterie di consumo e le allettanti opportunità di produzione a basso costo, si alzavano immediatamente alte le voci dei sacerdoti della globalizzazione. I vari Alesina, Giavazzi, Rubini (oggi decisamente abiurante) e molti altri economisti-politologi dall’alto delle loro posizioni professionali non delocabilizzabili, si stracciavano le vesti con i soliti luoghi comuni.
La Cina era una grande opportunità che, se non coglievamo noi, avrebbe colto qualcun altro. Punto.
Chi la vedeva come una minaccia era un retrogrado, ignorante, antistorico veteroprotezionista in inevitabile via di estinzione.
Poche settimane fa il Ministro Tria, che certo non può essere definito un fanatico no-global, ha ammesso davanti a una affollata conferenza stampa che la manifattura italiana ha, nell’ultimo decennio, lasciato sul campo imponenti fette di mercato produttivo a favore di paesi asiatici emergenti dal comportamento più vicino alla predazione che alla cooperazione commerciale.
Un tecnico dell’argomento come Alberto Forchielli, consigliere del Mandarin Capital Management S.A. , ha ammesso l’errore del brusco ingresso della Cina nel WTO (organizzazione del commercio mondiale) avvenuto nel 2001, invece di un passaggio più graduale che permettesse in almeno un paio di generazioni di sviluppare gli strumenti adeguati all’impatto di un miliardo e mezzo di persone legittimamente desiderose di crescere, che avrebbero invaso il mercato manifatturiero mondiale, guidati da una classe dirigente senza scrupoli, senza sensibilità democratica, che coltiva ancora il vezzo di definirsi comunista, pur producendo il capitalismo più feroce del pianeta.
Chi ha colto le opportunità e chi è stato solo opportunista?
Le fasce più basse della popolazione, senza aver conseguito master in economia, avevano intuito epidermicamente che il giochino delle elite del paese era quello di sventolare lo specchietto delle opportunità per esercitare il loro opportunismo privilegiato. Avevano annusato che le fasce di reddito più alte avrebbero usato la globalizzazione per squalificare il lavoro e renderlo una “somministrazione” come una flebo, una chiamata come al citofono, un gettone da mettere nella macchinetta del caffè, permettendosi, in qualche caso, di far eleggere addirittura un familiare in parlamento, ovviamente a sinistra, per fingere di difendere il lavoro e combattere il precariato, naturalmente contro ogni forma di dazio.
Chi avrebbe dovuto vedere nuove opportunità ha visto solo arretramenti, e chi predicava il libero mercato è riuscito a rinnovare le sue rendite di privilegio.
Un capolavoro di opportunismo travestito da opportunità.

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