Quando un presidente disse: “I prodotti italiani diventeranno desiderabili in paesi di provenienza dei migranti”

sole affari stranieridi ROMANO BRACALINI – «L e diversità sono anche una delle ricchezze del nostro Paese: i campanilismi sono uno stimolo a far meglio». Non l’ha detto Carlo Cattaneo, ma il presidente Ciampi. Il riferimento, ovviamente, era all’immigrazione straniera in Italia che «offrirebbe opportunità ineguagliabili anche ai prodotti italiani resi desiderabili nei Paesi di provenienza degli immigrati». Ma sul fenomeno non vengono più fornite né cifre, né spiegazioni convincenti. Così nell’assenza di dati (forse nascosti per ritegno) l’immigrazione cresce a vista d’occhio, s’allarga a macchia d’olio, si radica nei quartieri, macellerie islamiche di carne nera esposta al sole, call center, cianfrusaglie, cineserie, brutti abiti anni Cinquanta, tutta la miseria dell’universo asiatico esibito da noi come nei suk polverosi e poco igienici d’Oriente.

Dove stia la convenienza non lo capirò mai. Eppure anche il prefetto di Milano Bruno Ferrante diceva che c’è bisogno di loro. In base a quali analisi introspettive e futuriste non è dato sapere. La maggior parte degli immigrati che lavorano (si calcola non più del 30% del totale), lavorano in nero, senza licenza se sono venditori, senza contributi, e, va da sé, non pagano tasse. Parla un tunisino di 41 anni
in Italia da sette, intervistato dalla rivista americana Newsweek. Nove ore di lavoro al giorno nell’edilizia, alloggio abusivo con altri 11 in una casa abbandonata.

Dice: «L’Italia è primo mondo, ma è Terzo Mondo. Non fanno nulla per noi tranne farci lavorare». Se la scuola è un indizio di ciò che ci prepara il futuro, le cifre sono abbastanza impressionanti. All’istituto Schiaparelli per ragionieri di Milano in una quinta classe 16 alunni su 19 sono stranieri, cinesi, filippini, arabi, africani, sudamericani. I programmi d’insegnamento sono ritardati per far capire
agli allievi cinesi o senegalesi chi era Cavour. E il colonialismo verrà spiegato come contingenza storica o come lezione untuosa di pentimento? E se il colonialismo era “razzista” perché son tutti qua? All’inizio del Novecento lo scrittore inglese G. Wells visitò gli Stati Uniti e rimase strabiliato dall’entusiastica accoglienza che veniva riservata agli immigrati dal Sud e dall’Est Europa. «Lasciamoli venire tutti», esortava un vecchio yankee al perplesso british. «Possiamo farcela con loro». Wells trascorse il resto del suo soggiorno a tentare di far capire agli americani i suoi fondati timori per una smisurata “diluizione” del popolo americano con “contadini stranieri ignoranti”.

È probabile che si andrà allo scontro finale previsto da Roman Rolland: «Quel che si vede oggi è l’immenso fermento del mondo, la
sollevazione di tutte le civiltà oppresse contro la civiltà bianca. La lotta sarà lunga e spaventosa, io sono persuaso che la civiltà bianca vi soccomberà». Oppresse da chi se non dalle loro stesse tirannie? L’immigrazione vista unicamente come fenomeno economico, come commercio di carne di seconda scelta, viene trascurata come fenomeno sociale e culturale destinato a cambiare radicalmente il nostro sistema di vita, e non sarà in meglio perché l’adattamento avverrà fatalmente in basso. Saremo noi a doverci adeguare a usanze che giudicavamo “barbare”.

(da “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    E’ vero, bisogna guardarsi dai presidenti: sono estremamente solidali COL SUDORE DELLA FRONTE DEGLI ALTRI..! IL NOSTRUM.
    BASTA ITALIA..!!
    ITALIA, BASTA..!!!
    WSM

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