Quando si vota per niente, o quasi 1/ Non c’è il coraggio dei catalani

 

referendum veneto

di ENZO TRENTIN – Il 22 ottobre nelle Regioni Veneto e Lombardia si potrà votare un referendum consultivo per una maggiore autonomia delle stesse. Su una cosa sono tutti d’accordo sin d’ora: si tratta di una “costosa consultazione sul nulla“. Proviamo ad analizzare le ragioni di coloro che hanno pubblicamente dichiarato di votare . Indagheremo sulle ragioni del No in un successivo articolo.

 

Anche chi è dichiaratamente per il ammette che è una consultazione costosa, ma può tornare utilissima come prova di forza, proprio perché le istituzioni regionali si sono finora dimostrate incapaci di attuare le leggi regionali già in vigore da decenni in materia di maggior autonomia nelle varie competenze amministrative: dalla Legge 281, del 16 maggio 1970 sulle Regioni a Statuto Ordinario, fino al Decreto legislativo 267 del 18 agosto 2000, “Testo Unico Delle Leggi Sull’ordinamento Degli Enti Locali”.

 

Come in occasione di tutti i referendum gli schieramenti sono eterogenei. Essi avranno modo di confrontarsi con il pubblico in occasione di un convegno che si terrà martedì 19 settembre, dalle ore 19,00 alle ore 23,00, presso il Palazzo della Gran Guardia, sito in Piazza Bra, a Verona, [https://www.eventbrite.co.uk/e/autonomia-del-veneto-cosa-significa-tickets-36618760699 ] per iniziativa della fondazione Venetian Ambassadors, un’organizzazione internazionale non-profit – con sede a Londra https://www.youtube.com/watch?v=3sj-zLpeS1M&utm_source=notification&utm_medium=email&utm_content=business&utm_campaign=video_export  – che promuove l’immagine, il lavoro e gli interessi dei cittadini veneti nel mondo. Titolo del convegno: «Veneto Autonomo: dicci la Tua!»

 

Saranno ospiti personaggi della politica, della cultura, e dell’economia che esporranno le loro posizioni per il o il No, oppure per l’astensione. Essi risponderanno alle domande del pubblico partecipante in una civile diatriba, intervallata da brevi collegamenti in video-conferenza con imprenditori veneti di spicco, e consulenti di geo-strategia politica ed economica mondiale.

 

All’obiezione che si tratta di un referendum consultivo, (quindi i votanti non deliberano nulla, e i rappresentanti sono liberi di fare ciò che ritengono più opportuno) chi propone di votare , sostiene

che lo strumento referendario, proprio perché fa leva diretta sull’opinione dei cittadini, consente sempre una pressione sulle decisioni del Governo che può anche tradursi in un’imposizione, o per lo meno una percezione chiara di questa, se l’affluenza sarà alta. Il Governo può ovviamente decidere di ignorare l’opinione dei cittadini. L’ha fatto altre volte. Però, nella situazione di maggioranze risicate e volatili com’è quella del Governo italiano di oggi, è improbabile che il risultato di un referendum con un’alta affluenza in due Regioni che, assieme, fanno quindici milioni di abitanti circa, sia dismesso con una scrollata di spalle. La battuta è: «Quando una “carega” sta in piedi a botte di nastro adesivo, basta una ventata d’aria improvvisa per ribaltarla

 

Tra i pochi sondaggi fatti di recente c’è quello della Società Euromedia Research – pubblicato dal Mattino di Padova –, del 15 marzo 2017 su un campione di mille cittadini. Solo il 5,6% ha risposto che non andrebbe a votare. Il dato però riguardava Lombardo-Veneti aggregati assieme, e si sa che i lombardi sono più ligi dei Veneti in queste cose.

Un altro sondaggio – dell’Istituto Winpoll – svolto tra il 4 e il 9 agosto su un campione di 800 casi rappresentativi della popolazione veneta – pubblicato sul Corriere del Veneto – sostiene che il risultato del referendum sull’autonomia in Veneto sarà un plebiscito per il. La stima è del 92% di favorevoli. Il 60% degli intervistati dichiara di essere pienamente consapevole del referendum, mentre solo il 20% non ne è a conoscenza, e altrettanti «vagamente a conoscenza». Quasi il 75%, inoltre, giudica positivamente l’iniziativa referendaria ritenendo che porterà maggior benessere in Lombardia e Veneto.

 

Tuttavia si sa che i sondaggi sono sempre eterodiretti, e allora c’è chi, sicuro del successo, argomenta che se per caso il risultato del referendum fosse con una percentuale del 60% per il , significherebbe che in due mesi si sarebbe perso il 32% dei favorevoli, mentre se il vince con il 51%, il risultato sarà presentato come una sconfitta. Se, infine, andrà a votare il 50% degli aventi diritto vorrà dire che a pochi interessava la sorte del Veneto. E s’insiste che ogni è un passo in avanti verso i diritti ancestrali dei veneti.

 

Nello schieramento per il , sono un po’ tutti consci del fatto che in passato, invano si è tentato di incrementare l’autonomia delle amministrazioni regionali e locali. Di fatto, Roma si è sempre rivelata un “muro di gomma” per queste cose. Il referendum del 22 ottobre è più che altro un megafono per convogliare proprio questa frustrazione, e fare azione di “pressing”. È solo l’inizio di un percorso che va poi consolidato con successivi progetti di consultazioni popolari su come un Veneto più autonomo potrebbe meglio rispondere ai bisogni dei cittadini.

 

Si sa, per esempio, che il Presidente Luca Zaia ha commissionato alla CGIA di Mestre (uno dei migliori laboratori di ricerca statistica che ci siano oggi in Italia) lo studio dell’effetto di maggiore autonomia amministrativa (tutta da ottenere) in aree come il lavoro, le pensioni, l’economia.

 

Questi sforzi sono in linea con la tradizione anglo-sassone delle White Papers (Libri Bianchi) che solitamente precedono referendum più robusti sul piano deliberativo, e non più consultativi. Nel fronte per il , c’è chi cita con apprezzamento il progetto del Libro Bianco dei Veneti, diretto nel 2014 dal Dott. Giovanni Dalla valle, che, guarda caso fu ostacolato e ostracizzato proprio dai cosiddetti “venetisti”, molti dei quali – si dice – oggi non vogliono andare a votare per questo referendum.

 

Secondo i sostenitori del , al momento il livello di frustrazione tra i cittadini veneti è tale per cui, se non ci si decide ad ascoltarli, si rischia veramente l’innesco di una sedizione civile. E non è detto che questa porti più autonomia o all’indipendenza alla fine di un percorso. Una volta scatenate le folle, non si sa mai se ciò porta a conflitti civili.

 

In questi ambienti si è convinti che l’unica pietra tombale su qualsiasi progetto di natura auto determinista (tanto più indipendentista) sarebbe proprio se il referendum si traducesse in un flop e l’affluenza non fosse almeno dell’80%, ovvero sufficiente a giustificare un reale interesse dei Veneti per un destino di maggior libertà delle loro comunità. E aggiungono: «Roma si scompiscerebbe dalle risate».

 

Nel fronte per il , del resto, non manca chi le risate se le fa al pensiero della scarsa attendibilità di alcuni pseudo leader indipendentisti. Come, ad esempio, quel candidato alla presidenza della Regione Veneto che in campagna elettorale andò cianciando, e menava vanto sino alla nausea, di aver rifiutato il vitalizio, mentre aveva prontamente incassato il sostitutivo assegno di fine mandato: https://zaiaperilveneto.wordpress.com/page/8/  Quelli per il darebbero ai “venetisti” il Premio Tafazzi del Secolo se il referendum fallisse per colpa loro. Per fortuna – si sussurra – sono solo quattro gatti e i veri indipendentisti sono molti di più.

 

Molti indipendentisti (o meglio “venetisti”) continuano ad avere questa ossessione contro Luca Zaia e contro la Lega in genere. I loro avversari sostengono che l’80% di chi vota Lega in Veneto è indipendentista e che la LN ha tentato di far passare molte leggi in favore dell’autodeterminazione. Al di là di trovate propagandistiche come la Padania (da cui molti si sono sempre dissociati), si sa che alcuni esponenti leghisti, da Massimo Bitonci a Roberto Ciambetti, per passare per Mara Bizzotto, Giuseppe Pan, Riccardo Barbisan e qualche altro, si sono sempre spesi molto per fare passare leggi, o proporre referendum in favore del federalismo e sicuramente anche per maggiori autonomie per il Veneto o i suoi Comuni.

 

Tuttavia, quelli per il No rilevano che costoro dimenticano, o non sono a conoscenza, che proprio in virtù del succitato Decreto legislativo 267/2000, forme avanzate di democrazia diretta (quindi di scelta “autonoma” dei cittadini) sono possibili già ora, e le varie amministrazioni locali rette dalla LN non hanno mai provveduto in merito. Emblematico è l’esempio di alcune petizioni presentate da numerosi comitati, sin dal 2015, alla Regione Veneto che a tutt’oggi non sembra abbia mai risposto:  https://docs.google.com/document/d/1WR0OPjF1sXYWXtoJn26ITH8SXGNN4nTglCeXNDdV9OU/edit?usp=sharing

 

Del resto – e per dovere di cronaca – è necessario ricordare che il Presidente Zaia aprì la raccolta di fondi per organizzare un referendum consultivo per l’indipendenza (Legge regionale 16/2014) il 3 ottobre del 2014. Questa Legge pretendeva che a sborsare i quattordici milioni di euro previsti, fossero i cittadini. Si chiese ai residenti in Veneto la libera contribuzione di 20 euro a testa (prezzo di una pizza e un paio di birre a Jesolo). Dopo mesi ne furono raccolti solo 120.000 all’incirca. Non sappiamo se la promessa (del Presidente Zaia) di restituirli sia stata mantenuta. Rileviamo però che gli stessi milioni di Euro oggi sono stati trovati dall’Ente pubblico per il referendum per l’autonomia. Dunque – sostiene la parte del – significa che nemmeno davanti all’opportunità di finanziare un referendum consultivo sull’indipendenza, la stragrande maggioranza degli indipendentisti ha tirato fuori un misero “scheo“.

 

Questa si vuole sia la prova del nove di quanto immaturo sia ancora l’indipendentismo veneto, e quanto lavoro sia ancora necessario per renderlo credibile non solo davanti a Roma ma anche e soprattutto davanti agli stessi Veneti. Si deve rilevare tuttavia che nel Parlamentino veneto nessuno ha mai preso deliberazioni del tipo di quelle assunte dalla Generalitat de Catalunya. Decisioni che hanno portato alla condanna d’interdizione dai pubblici uffici di alcuni esponenti politici, non certo alla garrota. E questo malgrado che in Regione Veneto s’inneggi alla Catalogna, e si deliberino documenti di solidarietà.

 

Nel rassemblement per il , c’è insofferenza  per i Serenissimi governi veneti e per i dogi auto-eletti, per le fantomatiche “costituzioni venete” elucubrate senza il consenso di nessuno in un bar di periferia. Queste “trovate” – dicono – non fanno del bene alla causa indipendentista.

 

In realtà – insistono – la Storia insegna che l’acquisizione di maggior autonomia per una determinata comunità con forte sentimento identitario ha spesso preceduto azioni sempre più vigorose verso un’autodeterminazione completa (= indipendenza). È stato così per la Catalogna e per la Scozia, ma anche per il Quebec, la Groenlandia, il Kossovo e tanti altri popoli nel mondo. Un esempio (dicono) in Italia sono le Regioni a Statuto speciale come il Trentino-Alto Adige, la Sardegna, la Sicilia, dove i movimenti indipendentisti sono sempre più vivaci e capillari nel territorio. Si crede che, proprio perché l’autonomia consente a una determinata comunità di riscoprire la forza economica, sociale e culturale, essa avrà modo di superare gradualmente il modello di Stato centralista. Una volta che il bambino avrà imparato a camminare da solo, per natura tende a voler anche correre da solo.

 

E concludono: “Una scarsa affluenza non significa affatto che i Veneti sarebbero più interessati all’indipendenza. Piuttosto significherebbe solo che non sapremmo a cosa sono veramente interessati. Forse né all’autonomia né all’indipendenza. Forse solo a guardare il calcio in televisione o a godersi l’ultimo modello di smartphone come fa l’italiano medio oggi. Sarebbe prima di tutto una sconfitta della politica, quindi una sconfitta per tutti. E certamente i Veneti di questo tipo non meriterebbero né maggior autonomia, né a maggior ragione l’autodeterminazione. Meriterebbero solo le catene che hanno già”.

(Segue: le ragioni del No!)

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One Comment

  1. caterina says:

    un referendum di tal fatta nasce dall’esigenza di chi ha una poltrona e vuol dimostrare che se la merita, ovviamente spendendo soldi di tutti pro domo sua…
    L’esito positivo che si può dire scontato gli darà questa soddisfazione e i Veneti se ne tornino pure alle loro attività, se ce l’hanno, o ai loro ozi guadagnati o forzati con la coda fra le gambe, stavolta gabbati da chi loro stessi hanno messo su quella dorata poltrona a giocare col loro destino e le loro fantasie…
    Io fin che non potrò votare, e un giorno sicuramente lo sarò, usando la mia carta d’identità rilasciatami dalla Repubblica Veneta, dichiarata nel 2014 dopo un referendum vero dei Veneti, non andrò a nessun seggio per far contenti quelli che continuano a farsene un baffo del nostro destino e della nostra aspirazione alla libertà… sudditi loro, strapagati e sudditi noi, strafregati…

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