QUANDO SI RESTRINGE IL DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE

di ALBERTO LEMBO

Le incertezze sull’interpretazione delle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite relative all’autodeterminazione, già evidenziate in un mio precedente articolo, riguardano non solo il contenuto del principio ma anche la sua natura. Si tratta di un principio immediatamente esecutivo o di una semplice norma programmatica? Questo è il vero nodo, il punto debole che si accompagna, nell’ipotesi di esame di un caso concreto, ad un voto chiaramente politico dell’Assemblea ed eventualmente anche del Consiglio di Sicurezza.

Superata la fase della decolonizzazione, quando il principio è stato ritenuto pienamente applicabile solo a vantaggio di alcuni popoli, ovvero quelli soggetti a dominazione coloniale, razzista o straniera, dottrina e prassi si sono successivamente orientate in modo prevalente su una visione programmatica molto teorica ed estremamente restrittiva nella pratica, richiedendo che nella fattispecie richiesta per l’esame di un caso concreto fosse necessaria anche una violazione di diritti classificabili come “crimini internazionali”. La “Dichiarazione di Helsinki” (1975), integrata da alcuni nuovi princìpi inseriti nella “Carta di Banjul” (1981), dovrebbe essere interpretata oggi nel senso di prevedere l’applicazione del principio di autodeterminazione anche in favore di popoli vittime di forme di grave e sistematica oppressione interna messa in atto non da potenze straniere ma dai loro stessi governi attraverso la negazione di istituzioni liberamente scelte dal popolo dello Stato in questione o di diritti di natura economica, sociale, culturale o religiosa riferibili ad alcune classi o componenti sociali.

La realtà contemporanea vede, infatti, accanto a situazioni storiche consolidate come quella relativa al conflitto israelo-palestinese o alla questione del popolo Kurdo o del Tibet realtà come quelle di alcuni Stati africani o asiatici in cui si evidenzia la fattispecie non di una oppressione esterna o riferita a minoranze etniche all’interno dello Stato ma di una oppressione interna tale da evidenziare una violazione di diritti parificabile alle due tipologie sopra accennate. Proprio questa fattispecie è stata il “casus belli” per interventi recenti che, motivati in vario modo, hanno destabilizzato la realtà interna di alcuni Stati o che minacciano interventi di salvaguardia di tali tipologie di diritti nei confronti di alcuni soggetti considerati come prevaricatori di diritti popolari. Non si tratta di “autodeterminazione”, certamente, ma di un utilizzo surrettizio di presupposti assimilabili al principio di autodeterminazione per garantire il rispetto di diritti collettivi all’interno di comunità statuali senza pregiudizio della integrità territoriale. E’ chiaramente una applicazione del principio di “Sovranità limitata” che l’O.N.U. o, quantomeno, gli Stati della N.A.T.O. considerano in qualche modo come estensione del diritto di autodeterminazione nell’ipotesi, vera o presunta, di violazione di “diritti umani” da parte di chiunque.

La diffidenza dell’O.N.U. e di parte della dottrina nei confronti della applicabilità oggi del principio di autodeterminazione, quando non abbia uno sponsor in grado di imporre la sua volontà (Kosovo docet…) è motivata dal fatto che se il diritto internazionale legittima, almeno in linea di principio, le istanze indipendentiste e anche, di conseguenza, come extrema ratio il ricorso alla forza armata contro il governo oppressore da parte del popolo oppresso, nessuna legittimazione viene riconosciuta ad atti tendenti a colpire vittime innocenti non appartenenti all’apparato civile o militare del governo o dello Stato autore delle violazioni dei “diritti umani” o delle istanze indipendentiste.

Il ricorso alla forza da parte del popolo in lotta è considerato lecito nei limiti in cui tenda a contrastare l’uso della forza da parte del governo al potere, in una logica di stato di necessità e di autodifesa (un caso recente è sicuramente rappresentato dalle vicende del Sudan), mentre nessuna giustificazione viene concessa agli atti di terrorismo, anche se colpiscano, ma coinvolgendo e colpendo individui estranei,  l’apparato organizzativo del soggetto oppressore. La censura relativa a tali comportamenti dovrebbe estendersi anche alla reazione armata sfociante in  atti di terrorismo internazionale messi in essere da Stati coinvolti in rivendicazioni violente dell’autodeterminazione. Questo per la loro portata generale e non mirata nei confronti di individui colpevoli di specifici crimini e per la violazione della sovranità di altri Stati che spesso vi è congiunta quando l’attività di repressione esca dai confini dello Stato in causa coinvolgendo soggetti terzi, responsabili o meno di atteggiamenti benevoli nei confronti delle rivendicazioni indipendentiste.

Queste sono solo alcune considerazioni preliminari ad un approfondimento storico e giuridico della complessa questione che mi riprometto a breve.

 

 

 

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4 Comments

  1. luigi bandiera says:

    Purtroppo lo ripeto: le carte dei trattati internazionali e statali sono CARTE IGIENICHE. Servono ai potenti per pulire loro kulo.

    Basta vedere quali sono i popoli riconosciuti e quali sono, invece, i POPOLI SOTTOMESSI.

    In Spagna, in Inghilterra, in Cina, in Turchia, in Russia e vai col liscio.

    Se l’autodeterminazione fosse realta’, cioe’ che la carta dei diritti umani e altre carte come anche la costituzione italiana (scottex) non ci sarebbero MURAGLIE DELLA VERGOGNA come quella che si chiama UNA e INDIVISIBILE.
    Non ci sarebbero PREXON..!

    Invece ci sono colli che te lo ricordano quotidianamente che l’AUTODETERMINAZIONE NON ESISTE.
    Firmano i trattati ma per poi IGNORARLI..!!

    Basta, il senso si legge e chi vuol capire capisce.

    Cordiali saluti.

    Svoboda e sin salabinladen

  2. Paolo says:

    Mi scusi Lembo detto con il massimo rispetto. Ma lei è lo stesso Alberto Lembo, ex Lega, ex An e poi orgoglioso rivendicatore monarchico che in un video narra l’emozione di essere un fedele servitore di Casa Savoia ? Quella che ha fatto l’ unità (occupazione) d’Italia infiuschiandosene dell’autodeterminazione ?

    grazie e cordiali saluti

  3. vandeano says:

    Un tradizionalista cattolico monarchico che sostiene il radical-giacobino “diritto all’autodeterminazione”? Se ne sono viste proprio tutte.

    • Alberto Lembo says:

      Mi scusi, caro “vandeano”…. Io sto illustrando sotto profili storici e giuridici, la questione del “diritto all’autodeterminazione”, argomento più che degno di rispetto. Che sia un concetto “radical-giacobino” è tutto da vedere…. A suo tempo il Popolo Vandeano avrebbe avuto tutto il diritto di rivendicarlo nei confronti del centralismo prima giacobino e poi imperiale!… Se voleva farmi uno sberleffo…non lo ricambio neppure…. Questo vale anche per il commento precedente…. Monarchico sì, sempre stato, centralista e unitario no! Se poi andiamo a raffrontare il Regno d’Italia con la repubblica…ovviamente scelgo il Regno, anche se avrei preferito la Confederazione dei Popoli e degli Stati….. Le è chiaro?…

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