Quando Oneto scriveva: Bobo, per non essere ricordato come una sottospecie di ciellino

di GILBERTO ONETO

Maroni ha preso la Regione Lombardia e si è puntualmente verificato lo scenario che avevamo preconizzato (e in parte anche auspicato) nei giorni scorsi: la Lega frana clamorosamente ovunque ma conquista la Lombardia dove si trova a governare in pessima compagnia. Adesso il percorso è tutto è in salita per il Carroccio, che deve affrontare le inevitabili ripercussioni interne della sconfitta (non c’è più il padre-padrone Bossi che poteva attraversare indenne tutte le tempeste) e cercare di mantenere le promesse  sulla Macroregione e sul mantenimento delle tasse sul territorio. Nei prossimi giorni ci sarà modo di  commentare nel dettaglio quanto potrebbe avvenire nel partito e nell’amministrazione regionale. Per il momento è utile esaminare come Maroni sia arrivato a questo punto: dal suo personalissimo punto di vista  non ne ha sbagliata una. Da un’altra prospettiva però sembra più un perfetto disastro in sette mosse.

Prima mossa. Arrivato alla segreteria con ampio consenso e sull’onda della voglia di pulizia, ha maneggiato la scopa con grande timidezza. Ha cacciato un paio di marpioni ma ha lasciato al loro ben riscaldato posto tutti gli altri, anzi se ne è circondato.

Seconda mossa. Si è associato con Tremonti ben sapendo che il  fiscalista sannita era inviso ai leghisti e che non gli avrebbe portato un solo voto. Gli ha assicurato un seggio al Senato nel già devastato Piemonte: il solo posto in cui uno come lui si poteva accomodare.

Terza mossa. Ha rinunciato a ogni segno identitario puntando tutto solo sulle tasse e su argomentazioni “politicamente corrette”. Ha sostituito il sanguigno Padania con l’asettico, sciapito e ambiguo Nord e si è avventurato nella scivolosissima argomentazione  di un discutibile (e discusso) 75%.

Quarta mossa. Ha fatto finta di allungare una mano al mondo autonomista e indipendentista per poi ritirarla inopinatamente. Ha costruito aspettative, ha creato l’illusione di un cambiamento “catalano” della Lega per riprecipitare nello spocchioso monopolismo bossiano. Una mossa saggia l’ha invece fatta con la Lista Maroni, ma perché non  ha avuto il coraggio di fare anche una Lista Indipendentista Maroni?

Quinta mossa. Dopo averlo sdegnosamente negato per tre volte prima del canto del gallo, si è buttato a peso morto fra le avvolgenti spire di Berlusconi e dei suoi poco presentabili alleati. Rinunciando alla solitudine ha rinunciato alla possibilità di ricostruire la Lega e di riprendersi il consenso perduto. Da solo avrebbe quasi sicuramente perso ma si sarebbe trovato un partito rafforzato e pieno di energia per riprendere la lotta.

Sesta mossa. Ha candidato una schiera di personaggi improbabili, di amici degli amici fra cui ci sono poche persone capaci, tante nullità e anche qualche mascalzone. Se le candidature dovevano essere lo strumento di pulizia del partito, ha toppato clamorosamente. Ora deve combattere una battaglia difficile con un esercito di storpi, sciancati e aspiranti disertori.

Settima e ultima mossa decisiva. Ha sbagliato la campagna elettorale  nazionale infarcendo il programma di approcci autolesionisti, come l’eliminazione delle province e l’insistenza sulla Tav, e appiattendosi sul Pdl. Si è concentrato sulla Lombardia giocandosi tutto (il partito e la sua carriera personale) e trascurando gli altri territori. Questo spiega perché la Lega in Lombardia abbia perso meno che altrove, generando altro scontento e altre magagne. Adesso tutto si gioca al Pirellone con una coalizione di alleati incattiviti, vendicativi e affamati.

È  un bel casino ma non tutto è perduto: resta – irrisolta e crescente –  la questione settentrionale, resta la necessità di liberarsi dall’Italia, dall’Europa e dalle loro catene. Maroni può ancora rifarsi ma deve prendere posizioni dure e radicali. Dalla sua parte c’è  la debolezza di un governo centrale senza programma e maggioranza, e contro il quale il fronte compatto delle Regioni più produttive può combattere una battaglia incisiva. Contro ci sono i suoi alleati tricolori (a Roma e a Milano), un partito massacrato  e le sue stesse indecisioni. Ha voluto diventare presidente della Regione, c’è riuscito al prezzo di compromessi o peggio: adesso non può più tornare indietro. Se tira fuori le palle potrebbe ancora salvare il partito e portare avanti il progetto, e diventare uno degli artefici delle libertà padane. Altrimenti verrà ricordato come il grigio esponente di una corrente  minoritaria del partito di Berlusconi, una sottospecie di ciellino (blandamente) federalista.

(da lindipendenzaniova.com del febbraio 2013)

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1 Commento

  1. Fil de fer says:

    Tutto l’articolo non fa una grinza.
    I complimenti sono doverosi ed ancora attuali !!!!!
    WSM

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