Quando Oneto rispose a Ida Magli: Roma o Bruxelles per noi uguali sono

oneto terra di GILBERTO ONETO – Gentile signora Magli, come molti altri leghisti, ho letto il suo appello a Umberto Bossi. Non mi permetterei mai di risponderle per conto del Segretario Federale che non ha bisogno di avvocati né – caso raro nel panorama politico italiano – di ghost writers, e che non mancherà, ne sono certo, di prendere carta e penna (o tastiera) e scriverle direttamente.

Mi permetto però di risponderle per quel che mi compete, in quanto leghista da 19 anni e indipendentista dalla culla, visto che larga parte della sua lettera riguarda proprio tutti gli autonomisti padani. Lei ha ragione quando ricorda quanto sia preoccupante questa Europa statalista, omologante, burocratica, liberticida, oppressiva e illiberale. Tocca corde a cui siamo particolarmente sensibili proprio
tutti noi padani, che dobbiamo ogni giorno confrontarci con quella cosa statalista, omologante, burocratica, liberticida, oppressiva e illiberale che è l’Italia.

L’Europa non è ancora compiuta ed è giusto che si faccia di tutto per impedire che lo diventi almeno nei termini preoccupanti con cui ci viene prospettata:

l’Italia c’è già ed è ancora più urgente e vitale liberarci di questa oppressione, che non è in divenire, ma tristemente operante da troppo tempo. Lei fa bene a farci capire che corriamo il rischio di essere rinchiusi in una grande prigione, ma non può farlo in nome della difesa di una prigione appena più piccola, ma altrettanto oppressiva. Che a chiuderci in gabbia siano secondini stipendiati da Bruxelles o da Roma ci importa poco. Né ci consola il fatto che la proverbiale inefficienza dei carcerieri italiani possa renderci la reclusione appena
più tollerabile di quella che ci assicurerebbe la possibile efficienza di sbirri europei. Che a derubarci poi sia l’Europa o l’Italia cambia veramente poco e – le assicuro – le note della Canzone del Piave non ci fanno accettare più volentieri la rapina italiana.

Da decenni le mani nelle tasche ce le mettono i gabellieri d’Italia, domani lo faranno anche quelli della Comunità e la cosa non ci piace, ma non c’è alcun motivo per mostrare qualche affetto per i primi. Perché dovremmo farlo, perché sono più vicini? La contiguità fisica gli permette solo di derubarci meglio. Accorata e affettuosa, lei mette grande impegno nel parlarci di Patria e di Nazione con le maiuscole, di una “unica madre” con adeguato corredo manzoniano di lingua, cultura, storia e identità; tira fuori Vincenzo Bellini che era di Catania (anche Pippo Baudo, ma la ringrazio di avercelo risparmiato) e non capisco cosa voglia dire. Mozart era di Salisburgo, che è assai più vicina a dove abito per chilometri e mentalità, ma nessuna gentile signora austriaca cerca di convincermi di essere mia compatriota.

La Patria che lei ci vuole fare difendere (e amare) è un polveroso orpello messo insieme con violenze, inganni, ammazzamenti,
corruzioni, menzogne e tradimenti (qualcuno ha chiamato Risorgimento questo esercizio di patriottiche virtù), ed è stata tenuta assieme con guerre, massacri, tribunali speciali, legge Pica, Codice Rocco, repressioni, Cadorna, Badoglio, Bava Beccaris e (perdoni l’accostamento) Papalia e Toto Cotugno. Facciamo un po’ fatica a provare affetto e istinti protettivi per questo trucido parafernale. Oggi nei nostri paesi l’Italia è solo il monumento a tanti ragazzi caduti per difendere interessi d’altri; è il modello Unico, il bollino blu, le Soprintendenze, lo scontrino fiscale, il campo nomadi, la pensione che non basta, l’Ici, la Caritas, la Cassa del  Mezzogiorno (o come cavolo si chiama oggi) e l’inquietante “interesse nazionale”.

Oggi noi vorremmo ricostruire le nostre comunità in nome della libertà, sulla libertà, l’autonomia, l’identità vera e il sacrosanto diritto all’autodeterminazione. Noi vorremmo poter vivere felici e prosperi nelle nostre antiche patrie piccole e libere. Per questo non ci piace il suo affettuoso richiamo alla difesa della prigione tricolore: non vogliamo più prigioni per la gente per bene.

Lei, signora Magli, fa sicuramente bene a rivolgersi alla Lega perché è il prodotto migliore che si trovi sullo scaffale della politica. Ma questo non deve farle credere che il mondo padanista sia disponibile ad ascoltare certe sirene patriottiche. Forse il suo giudizio è stato
fuorviato dal momento di confusione generale e anche dalla difficoltà in cui si dibatte il popolo leghista. È per noi un momento difficile, ma lei è una donna troppo intelligente per poter essere ingannata da temporanee apparenze, da tristi contingenze che non potranno durare a lungo. Siamo – è vero – in funesta compagnia ma non siamo un partito di centro-destra. Qualcuno di noi si è perso in fecondazioni assistite e cerimonie in latino, ma non siamo un sodalizio codino.

Qualcuno dei nostri si è aggrappato a cadreghe e stipendi, ma non possiamo restare a lungo un puntello del regime. Qualcuno si è smarrito nei corridoi dei palazzi romani, ma non siamo un partito statalista. Qualcuno si è infiocchettato di tricolore o chiama Paese (con la maiuscola) la repubblica italiana, ma presto si dovrà svegliare. Siamo contro l’invasione islamica ed extracomunitaria non perché sia islamica o extracomunitaria, ma perché è una invasione: ci ribelleremmo anche se ad accamparsi nella nostra sala da pranzo fossero orde di shintoisti o di finlandesi.

Siamo contro la concorrenza sleale cinese non perché sia cinese, né perché faccia concorrenza (che è il sale della sana competizione economica), ma perché è sleale, disonesta verso i padani che lavorano duramente. Mi rendo conto che negli ultimi tempi possiamo avere dato l’impressione di essere qualcosa di diverso da quello che vogliamo, dobbiamo e possiamo essere, e cioè un movimento identitario,
libertario, autonomista che vuole semplicemente che ognuno sia padrone a casa propria. Vogliamo un paese dove ognuno parli la sua lingua, dove ogni comunità gestisca le proprie risorse, dove ciascheduno possa vivere come gli pare senza rompere le balle al prossimo e – scusi se è poco – senza farsi mantenere dal prossimo.

Forse qualcuno di noi le ha dato l’impressione di avere accettato in qualche modo la prigione italiana: è una sensazione
sbagliata. Lei ci ricorda molto opportunamente che «l’Unione europea segue lo stesso principio distruttivo delle forme: elimina confini, lingue, culture, monete… è nata già islamica, e totalitaria come l’islamismo». Ha ragione: è la stessa cosa che ha fatto l’Italia. Non ci sono, signora, oppressori buoni e oppressori cattivi, ma solo oppressori. Non serve allearci con un oppressore per cacciarne un altro: resteremmo comunque oppressi.

Quello che dobbiamo fare è liberarci da tutti gli oppressori. Perciò, signora Magli, ci proponga di combattere ogni prepotenza, ognuno restando padrone a casa propria, e noi saremo al suo fianco. Ci parli di libertà e l’ascolteremo. Ma non ci sventoli il tricolore sotto il naso: non siamo allo stadio; non ci sussurri l’inno di Mameli: non siamo al festival di San Remo. Non ci parli più di Italia: abbiamo già dato!
Con affetto e stima.

(da “Il Federalismo”, anno 2005, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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2 Comments

  1. caterina says:

    Grande Oneto! una risposta puntuale ed esaustiva all’armamentario unitarista che continua imperterrito ad opprimerci.

  2. Rodolfo Piva says:

    Sempre attuale ed altamente didattico il pensiero del Grande Maestro Gilberto Oneto. Grazie per averlo pubblicato.

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