Quando Maroni scriveva al Corriere: la macroregione presto realtà. Ma il Corriere rispondeva: sì, va beh…

di MONICA RIZZI – Dai cassetti spunta un servizio del Corriere della Sera. Di quattro anni e mezzo fa. E’ un bel botta e risposta tra l’allora governatore della Regione Lombardia e un giornalista di via Solferino. La sostanza è che il governatore difende il progetto macroregionale, dandolo per imminente. Il giornalista, in sostanza, dice… “si va beh…”. Come è andata a finire? Bastano le cronache per rispondere. Verso quale autonomia stiamo andando, a proposito, dopo il referendum del 22 ottobre 2017? Forse nel governo c’è qualche problema a prendere atto che il popolo non va citato a vanvera e  solo per intestargli una manovra ma, magari, per rispettare la volontà di vivere in autonomia su molte competenze. La Lombardia Regione Speciale? Sì, va beh…

«Caro Direttore, l’editoriale di Davide Ferrario apparso l’altro ieri sul Suo giornale dal titolo «Macroregione: chi l’ha vista?» merita da parte mia una risposta, che spero sia utile a spiegare non solo che il progetto di macroregione è attualissimo, ma soprattutto che la sua realizzazione (nella nuova dimensione sovranazionale denominata «Macroregione alpina») è già in corso. Ed è una novità che potrà contribuire all’evoluzione delle istituzioni europee in senso autenticamente federalista. L’idea di macroregione è attuale, dicevo, ma parte da lontano. Nel corso della vicenda repubblicana, l’idea di ragionare a proposito di un Nord accorpato su scala macroregionale – sfruttando la sua sostanziale omogeneità interna – si fa largo sin dalla prima legislatura regionale (1970-’75).

Sin da allora era del tutto evidente che la suddivisione amministrativa della penisola in quindici regioni a statuto ordinario, che andavano ad aggiungersi alle cinque a statuto speciale, avrebbe moltiplicato i centri di spesa. E nel dibattito che si svolse nella prima metà degli anni Settanta, il progetto di unire il Nord – inteso nel suo complesso quale aggregazione naturale di quelle regioni fortemente penalizzate dal residuo fiscale, che poggia su una oggettiva unità organica dal punto di vista geo-economico – in una prospettiva macroregionale, allo scopo di raggiungere delle economie di scala sul terreno delle infrastrutture e dei servizi, dell’ambiente e del turismo, dei trasporti e dell’energia, fu sostenuta da più parti. Anche dalla sinistra comunista.

Ovviamente, un ruolo di primo piano in questo dibattito lo svolse il professor Gianfranco Miglio, che rilanciò poi la prospettiva all’inizio degli anni Novanta con il celebre Decalogo di Assago, che entrò a far parte del patrimonio ideologico della Lega e, più in generale, degli spiriti autenticamente «nordisti», cioè sensibili alla Questione settentrionale. Nell’età globale, le macro-comunità territoriali risultano il vero antidoto alla crisi degli Stati nazionali; comunità che devono essere messe nelle condizioni di giocare la propria partita e di sviluppare quindi un’azione autonoma nel contesto economico internazionale. Di ciò si è resa conto anche la Commissione Europea, che oggi fa delle strategie economiche e istituzionali su scala macroregionale (si pensi alla Macroregione del Baltico o a quella Danubiana) uno degli assi portanti delle politiche di sviluppo dell’Unione europea. In tal senso, il progetto della «Macroregione alpina» rappresenta la naturale evoluzione del progetto macroregionale tanto caro a Gianfranco Miglio, finalizzato a risolvere davvero la Questione settentrionale.

La Macroregione alpina, come dicevo, non è un’utopia: è un progetto definito nell’accordo siglato a Grenoble il 18 ottobre 2013 da 46 regioni alpine europee (sette italiane: Piemonte, Lombardia, Veneto, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Province autonome di Trento e Bolzano) di 7 Stati diversi: Italia, Francia, Germania, Austria, Slovenia Svizzera e Liechtenstein. La road map per la sua attuazione è scandita da date precise:1) il 20 dicembre 2013 il Consiglio Europeo dei Capi di Stato e di Governo ha dato formalmente mandato alla Commissione Europea di elaborare (entro il giugno 2015) il piano d’azione per la Macroregione, che individua i pilastri e le priorità di intervento: promozione della piena occupazione, trasporti e reti infrastrutturali anche immateriali, protezione dell’ambiente, nell’ottica di sostenibilità e di sviluppo della «green economy»; 2) all’inizio di dicembre la Regione Lombardia ospiterà Milano la Conferenza internazionale degli Stakeholders della Macroregione – a cui parteciperanno i presidenti delle 46 Regioni coinvolte e i ministri degli esteri dei 7 Paesi aderenti – per approvare il «Piano di Azione per la Macroregione alpina»; 3) entro aprile 2015 il Piano di Azione sarà formalmente adottato dalla Commissione Europea e dal Consiglio Europeo;4) la nuova Macroregione alpina sarà pienamente operativa entro la fine del mese di giugno 2015.

La nuova Macroregione alpina darà alle regioni che vi partecipano molti vantaggi: la capacità di definire e finanziare azioni comuni su tutte le questioni specifiche dell’area macroregionale (infrastrutture, ambiente, politiche economiche e sociali) ma anche un ruolo da protagonista nella trattativa con Bruxelles su temi di grande e concreto interesse, quali i fondi strutturali europei. Il progetto della macroregione è tutt’altro che «evanescente, quindi: il sogno è una prospettiva che diventerà presto una realtà molto concreta. E giungerà in porto per l’azione dei suoi protagonisti istituzionali (compresi gli «ultimi arrivati» – quanto all’elezione regionale, beninteso – Chiamparino e Serracchiani) ma soprattutto per la visionaria follia di chi, tanti anni fa, lanciò per primo l’idea e non ha mai smesso di coltivarla. Basta crederci sino in fondo».

Rispondeva Davide Ferrario:

Che il presidente Maroni abbia trovato motivo e tempo di rispondere al mio editoriale è cosa che apprezzo. Certo, pretendere che la «Macroregione del Nord» a guida leghista (una proposta politico-ideologica fin troppo chiara) sia un sinonimo della «Macroregione Alpina» (una direttiva amministrativa della Ue che coinvolge sette stati) è uno di quegli equilibrismi verbali che esistono solo in politica. Ma non importa. Se l’orizzonte è quello di un miglioramento delle condizioni dei cittadini, siamo tutti d’accordo. Aspetto con curiosità di vedere gli sviluppi dei rapporti interregionali auspicati dal presidente. D.F.

Era il 7 giugno 2014

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One Comment

  1. RAFFAELE says:

    La questione settentrionale e’ una questione italiana piu’ che europea che va oltre l’evanescenza delle macroregioni comunitarie
    Come detto il primo presidente dell’emilia romagna Guido Fanti gia’ nel 1975 parlava di Lega del Po intendendo la macroregione Padana. Poi Miglio e il decalogo di Assago. Solo da qui si deve ripartire. L: Europa e: on una crisi totale. Teniamone conto

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