Quando Marino diceva: Roma è la vostra guida morale

di GILBERTO ONETO

Lo vedi, ecco Marino/la sagra c’è dell’uva/fontane che danno vino/quant’abbondanza c’è.
Appresso vi è Genzano/cor pittoresco Albano/su viett’a divertì/ Nannì Nannì
”.

È il refrain della canzonetta “’Na gita a li Castelli” che è stata resa famosa da Ettore Petrolini e Claudio Villa, e che fa parte del patrimonio culturale di Roma, assieme ad altri capolavori come “La società de’ li magnaccioni”, quella del: “Ma che ce frega, ma che ce ‘mporta”. Il piccolo capolavoro di letteratura pelasgica non si riferisce al nuovo sindaco dell’Urbe, anche se l’elegante testo è stato in qualche modo profetico.

Ignazio Marino, non è un “romano de Roma” come Caio Gregorio, il guardiano del Pretorio, e neppure come il suo predecessore che – a onta di un cognome inutilmente germanico – era proprio romano di faccia e di cuore.

Marino è globalizzato: di madre svizzera e padre siciliano, è nato a Genova, si è laureato a Roma ed ha lavorato all’Università di Pittsburgh da cui se ne è venuto via dopo una vicenda di rimborsi spese su cui sono rimaste parecchie ombre. Ieri Il Foglio ha ritirato fuori le relative carte, cui si rimandano i lettori per opportuna presa visione: leggete qua.

L’altro giorno è stato eletto sindaco di Roma con una schiacciante maggioranza percentuale di voti espressi: 64% contro il 36%, in realtà – vista l’astensione del 60% – con l’assenso del 25,6%  dei suoi concittadini maggiorenni. Tre romani su quattro non l’hanno votato. Poco importa. Ora il primo inquilino del Campidoglio (quello delle oche) è lui e, appena insediato, si è affrettato a fare dichiarazioni storiche; roba forte, come: «Questa è la Capitale ed è da qui che dobbiamo riacquisire un ruolo di guida morale per il nostro Paese». Tutto scrupolosamente maiuscolato.

Sì avete capito bene: Roma deve essere la guida morale del (loro) Paese. Viene in mente il “Capitale corrotta nazione infetta” di un famoso servizio de L’Espresso a metà degli anni ’50. Non è cambiato granché da allora, come poco è cambiato dalla “Grande Babilonia” di Lutero, e da tutte le descrizioni più o meno colorite che nei secoli sono state fatte  di quelle che è stata quasi unanimamente descritta come una sorta di maleodorante sentina di ogni nequizia. Il “quasi” si riferisce all’eccezione dei patrioti della romanità imperiale, di quella italo-fascista e alla robusta concezione che della propria “eterna” città hanno molti dei suoi abitanti, Marino compreso.

Forse tutte le malevole descrizioni che si sono viste e sentite erano il frutto di insani pregiudizi, resta però il fatto che chi ci è andato – non da visitatore né da turista – ne ritorna visibilmente cambiato in peggio.  Ci è bastato vedere i leghisti: quando sono partiti  erano quasi tutti gente per bene, magari non sempre delle aquile di testa ma senza apparenti pulsioni di rapacità negli artigli. Molti di loro sono tornati cambiati, altezzosi, incravattati, “leinonsachisonoio”, saccenti e schizzinosi. Non serve fare nomi: tutti ne conosciamo qualche esemplare.  Basterebbe ricordare la disgustosa sceneggiata dei capataz leghisti che si facevano imboccare di amatriciana in piazza.

Oggi Marino dice che tutto cambierà: nessuno mette in dubbio la sua sincerità – forse chissà neppure a Pittsburgh – ma per certo la statistica non lo supporta. Il solo che l’aveva davvero scampata è stato San Carlo Borromeo, che è scappato disgustato da Roma e che anche per questo è diventato santo. Certo non possiamo più permetterci altri esperimenti e la cosa più saggia da fare è starsene lontani e cercare di mettere un bel confine fra noi e l’Urbe. Non importa se il sindaco è di destra o di sinistra: a un certo punto c’era stato anche un candidato della Lega. Figuriamoci! Importa starsene alla larga. Via da Roma!

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