Quando l’Irlanda abolì lo ius soli con referendum. O l’abbiamo dimenticato?

irlandadi GIOVANNI POLLI* – «Una reazione più che legittima». Cesare Cavalleri, direttore della rivista Studi Cattolici, valuta positivamente il referendum
popolare che in Irlanda ha abolito lo “jus soli”, cioè quell’acquisizione della cittadinanza per nascita che stava portando moltissime partorienti extracomunitarie sull’Isola verde in violazione della legge sull’immigrazione, al fine di garantire automaticamente al nascituro una cittadinanza europea.
(oggi vige lo ius sanguinis, ma se un bambino nasce da genitori di cui almeno uno risiede nel paese regolarmente, quindi con permesso di soggiorno, da tre anni prima della sua nascita, allora ottiene la cittadinanza irlandese dal suo primo vagito, ndr) .

Il referendum, celebrato insieme alle elezioni europee, è passato pressoché in silenzio sui media nostrani, malgrado l’alto valore simbolico testimoniato
anche dalla partecipazione del 60 per cento degli aventi diritto, e dalla quota di ben il 79,17 per cento ottenuto dalla proposta di abolizione del diritto di cittadinanza per nascita. Quasi un plebiscito.

«Ormai il criterio di territorialità si rivela insufficiente rispetto ai problemi della vita moderna», spiega il professor Cavalleri. «La territorialità vigeva
nelle società statiche, oggi abbiamo un’estrema mobilità. Siamo nell’era della globalizzazione, quindi il criterio territoriale sia nella legge civile, sia nella legge ecclesiastica rischia di andare sempre più in crisi. A livello ecclesiale lo si può constatare sempre di più: il fatto che diocesi e parrocchie siano definite dal principio di territorialità viene “salutarmente” messo in crisi dai movimenti e dalle nuove aggregazioni di persone, e non di suoli e terreni. Per tornare
all’Irlanda, di fronte al problema complesso dell’immigrazione, una risposta territoriale ormai mi pareva eccessivamente semplicistica».

Tra l’altro l’Irlanda era l’ultimo stato europeo in cui vigeva ancora lo
“jus soli”…
«Esattamente. Ma devo osservare, dal momento che si è votato nel corso delle elezioni europee, che la grande assente di questa tornata è stata proprio
l’Europa».
In che senso?
«Siamo stati chiamati a votare per un’Europa che non c’è, che oggi è solo una burocrazia spesso pervasiva. Non c’è una Costituzione e non si capisce che fisionomia possa avere. Non bisogna quindi dare sempre colpa alla gente se, come è accaduto, sono andati in pochi a votare. Se le domande non sono chiare, le risposte arrivano di conseguenza…».
Forse anche perché si votava per un Parlamento europeo di fatto simbolico e dotato di poteri limitatissimi?
«È così. Non ha aiutato poi il fatto poi che la Costituzione europea tardi ad arrivare, e che la bozza attuale sia tutt’altro che soddisfacente. È una specie di codice anziché essere una Costituzione. Ciò che serve è un testo innanzitutto breve che richiami i principi fondamentali senza dilungarsi in particolari assolutamente inutili».

Dopo l’insuccesso di queste elezioni e l’aumento del cosiddetto “euroscetticismo” soprattutto in Gran Bretagna, con il clamoroso successo del Partito dell’Indipendenza, alcuni capi di Stato hanno invitato a chiudere in fretta proprio la partita della Costituzione. Non le pare che sia un po’ come le stalle da chiudere dopo la proverbiale fuga dei buoi?

«Penso che, innanzitutto, indietro non si possa tornare. L’Europa però deve ritrovare una propria anima. Mentre i padri fondatori i De Gasperi, gli Adenauer, gli Schumann, avevano un progetto e degli ideali, oggi abbiamo soltanto una burocrazia e l’euro. Ci sono due interpretazioni dell’Europa: quella di Spengler, l’autore de Il Tramonto dell’Occidente che ritiene, su una base quasi biologica che la nostra civiltà sia in una fase di declino inarrestabile; ma c’è anche la visione più ricca di speranza di chi osserva che l’empasse attuale dell’Europa dipende dal fatto di aver smarrito le proprie radici religiose, in riferimento al Cristianesimo. Perché nel Cristianesimo c’è il compendio delle tre componenti civili che hanno fatto l’Occidente: l’eredità ebraica, l’eredità greco-romana e l’apporto originale del Cattolicesimo. Se ci sarà un nuovo slancio in questa direzione l’Europa potrà finalmente diventare se stessa».

Si ritorna quindi al tema del mancato inserimento delle radici cristiane nella Costituzione…
«Sì, ma non è solo un problema formale, di etichetta. Al limite può anche non esserci un riferimento esplicito. Il problema è l’ispirazione di tutta la Costituzione, e non semplicemente il saluto ai principi nel primo o nel secondo articolo. Ma il riferimento ai valori cristiani non è una forma di confessionalità. Non è una clericalizzazione dell’Europa, ma una riscoperta di quei valori comuni che sono i valori naturali, insiti nella coscienza di tutti gli uomini e che il Cristianesimo, con la forza della Rivelazione, ha saputo rendere espliciti e ha la responsabilità di difendere».
In conclusione, torniamo a ciò che è successo in un altro grande Paese cattolico, la Polonia, ma che è comune a tutti gli Stati appena entrati nella Ue: un astensionismo elevatissimo alle elezioni. Come valuta questo fenomeno?
«Mi sembra un retaggio della dittatura da cui la Polonia è emersa da poco. Innanzitutto i popoli dell’Est sono disabituati alla democrazia. E questo è il peso che grava sulle loro spalle. Si tratta quindi di ricostruire pian piano il gusto di partecipare, di essere protagonisti della propria vita che invece è una prerogativa dell’Occidente democratico».

 

(intervista pubblicata su Il Federalismo, giugno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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