Quando la Toscana non era rossa e non voleva essere italiana

TOSCANA GRANDUCATOdi REDAZIONE – La Toscana? E’ stata un mondo a parte. Proponiamo la lettura semplice semplice che offre ad esempio wikipedia alla voce “govermo provvisorio della Toscana”.

Insomma, giusto per non confondere le acque e ripassare un po’ di quella storia che a scuola non abbiamo mai letto neppure di striscio.

 

Il Granducato di Toscana, uno dei tanti stati preunitari, nel 1859 era retto da oltre un secolo dalla dinastia dei Lorena.[

I Lorena erano profondamente imparentanti con gli Asburgo, titolari dell’impero Austro-Ungarico, quest’ultimo controllante il Lombardo-Veneto e quindi contrapposto alle aspirazioni di egemonia nazionale dei Savoia e del Regno di Sardegna.

La stima e l’affetto della popolazione per i Lorena, promotori di riforme sociali, importanti opere pubbliche, esercitanti uno dei regimi più illuminati e tolleranti dell’interaEuropa, era venuto meno con i moti rivoluzionari del 1848. Il Granduca Leopoldo II di Toscana a febbraio aveva concesso la costituzione liberale, e a marzo del 1848 sotto la spinta del movimento liberale aveva inviato truppe regolari della Toscana al fianco di quelle del Piemonte sotto la bandiera tricolore con lo stemma dei Lorena. Successivamente però i suoi sentimenti filo-italiani vennero messi duramente alla prova prima dalla pressione degli Asburgo, strettamente a lui imparentati, e poi dal comportamento espansionista di Carlo Alberto di Savoia. Intimorito dal comportamento del partito democratico che era stato contrario al ritiro delle truppe dal fronte, e dopo un moto popolare a Livorno, fuggì e si rifugiò a Gaeta. Ritornò al trono grazie agli austriaci, e continuo a governare con la consueta mitezza, ma non avendo più la fiducia del suo popolo.

Nel 1859 alla vigilia dello scoppio della seconda guerra di indipendenza sia il governo sabaudo sia quello austro-ungarico fecero pressioni sugli altri stati italiani per attirarli nel proprio schieramento, ma nonostante i vincoli parentali con la casa regnante austriaca il granduca si proclamò neutrale.

Rivoluzione toscana

Nel Granducato di Toscana erano all’opera molti sostenitori della causa dell’unità italiana, inquadrati in varie organizzazioni (liberali, monarchici, repubblicani,mazziniani) e rappresentanti le fasce sociali più significative, compresi molti ufficiali dell’esercito. Molto attivo era anche Carlo Boncompagni, rappresentante diplomatico del Regno di Sardegna presso la corte lorenese.

Il 23 aprile 1859 gli eventi cominciarono a precipitare visto che l’Impero Austro-Ungarico aveva inviato un ultimatum che intimava il Piemonte a ritirare le truppe dal confine (nei mesi precedenti infatti ci fu una politica di riarmo e provocatorie azioni di addestramento dell’esercito sabaudo ai confini)[5]. Un proclama dei “soldati toscani” diretto ai “fratelli toscani” esprimeva la volontà dell’esercito granducale di combattere a fianco dell’esercito sardo contro gli austro-ungarici, chiamando esplicitamente “patria” l’Italia.

Il 24 aprile, giorno di Pasqua, alcuni reparti schierati finsero di non udire il comando di presentare le armi al granduca ed alla sua corte che si recava al Duomo per le celebrazioni liturgiche.

La notte del 25 aprile in alcune caserme al grido di “Viva l’Italia” fu spezzato il busto del granduca e lacerati i ritratti del principe ereditario e del comandante dell’esercito granducale, generale Ferrari. Quel giorno vi furono incontri frenetici fra i capi dei vari schieramenti a favore dell’unificazione italiana ed i costituzionali toscani, guidati dal barone Bettino Ricasoli. Nessuno accordo fu trovato visto che alcuni di essi volevano soltanto porre richieste riformatrici e di uno Statuto.

Il 26 aprile l’Austria-Ungheria dichiarò guerra al Regno di Sardegna: cominciava la seconda guerra d’indipendenza. La notte stessa a Firenze, capitale del granducato, si tenne una ulteriore riunione dei capi dei vari schieramenti politici favorevoli all’unificazione italiana, presenti anche molti ufficiali dell’esercito toscano. Fu stabilita per il giorno successivo una grande manifestazione in tutte le principali città, e fu nominata una giunta provvisoria. La rivoluzione era pronta a scoppiare.

La mattina del 27 aprile una gran folla scese in piazza Barbano, peraltro limitandosi a gridare il proprio sostegno al Regno di Sardegna ed a lanciare invettive contro l’Austria-Ungheria; le truppe richiesero la sostituzione della bandiera granducale, molto simile a quella asburgica, con il tricolore e la dichiarazione di guerra all’Austria. Il granduca Leopoldo II, trincerato in Palazzo Pitti con i suoi ministri, convocò il principe Neri Corsini, liberale d’altissima reputazione non direttamente compromesso con i rivoltosi, dichiarando che era disposto a formare un nuovo governo, schierarsi contro l’Austria-Ungheria e concedere una costituzione; per calmare gli animi acconsentì alle truppe di inalberare il tricolore.

Il principe Corsini si recò presso la sede diplomatica del Regno di Sardegna dove erano riuniti i capi congiurati, ma tornò dal granduca con un ultimatum volutamente inaccettabile, che prevedeva l’abdicazione del sovrano, la destituzione del Ministero, del Generale e degli ufficiali che si erano maggiormente pronunciati contro il sentimento nazionale, un’alleanza offensiva e difensiva col Piemonte, la pronta collaborazione militare e il comando delle truppe al generale Ulloa, e l’adeguamento dell’ordinamento toscano a quello italiano. Leopoldo II lasciò Firenze con la famiglia, ma rifiutandosi di abdicare anche se virtualmente salì al trono Ferdinando IV. Non riconosceva più il suo governo, ma non ne creò un altro.

Istituzione del governo provvisorio

Firenze, targa a ricordo di un atto di Ricasoli come presidente del Governo toscano.

La sera stessa, preso atto della mancanza di un governo legittimo, il municipio di Firenze nominò un Governo Provvisorio Toscano formato da Ubaldino Peruzzi, Vincenzo Malenchini ed Alessandro Danzini.

Il 28 aprile il governo provvisorio offrì la dittatura a Vittorio Emanuele II che però ritenne opportuno non accettare in quanto la situazione internazionale era molto fluida e soprattutto non era chiara la posizione di Napoleone III, potente e fondamentale alleato del Savoia nella guerra all’impero austro-ungarico.

Vittorio Emanuele II si limitò ad accordare la propria protezione e nominò commissario straordinario il suo inviato Carlo Boncompagni, con funzioni di capo di Stato. Il commissario prima provò a formare un direttorato di tecnici, poi preso atto dell’impossibilità di proseguire in quella direzione l’11 maggio formò un gabinetto di governo con personalità locali: Bettino Ricasoli agli interni, Cosimo Ridolfi esteri ed istruzione pubblica, Enrico Poggi culto,Raffaele Busacca finanze, commercio e lavori pubblici, il piemontese Paolo De Caverobusacca alla guerra. Comandante dell’esercito fu nominato il generale Girolamo Calà Ulloa.

Evoluzione

La sovranità della Toscana rimase quindi intatta, ma di fatto non era più un Granducato in quanto il 21 luglio Leopoldo II, che nel frattempo aveva raggiunto la corte asburgica, abdicò in favore del figlio Ferdinando IV di Toscana il quale però né si insediò né abdicò né cedette formalmente i poteri.

Il 23 maggio i soldati del 5° corpo d’armata francese sbarcarono a Livorno, al comando del principe Napoleone Gerolamo, ed occuparono i passi appenninici per prevenire colpi di mano da parte degli austriaci.

Il 29 maggio fu dichiarata l’alleanza della Toscana al Regno di Sardegna ed alla Francia nella guerra contro l’impero Asburgico. Due giorni dopo, preso atto dell’inutilità della sua presenza nel granducato, il principe Napoleone Gerolamo partiva verso la Lombardia con le sue truppe e con le truppe di volontari toscani comandate daGirolamo Calà Ulloa.

Dopo l’armistizio di Villafranca, il 1º agosto il commissario straordinario cedette i poteri al consiglio dei ministri, presieduto dal barone Bettino Ricasoli.

Vennero adottati provvedimenti tendenti all’annessione al Regno di Sardegna, come l’introduzione dello stemma di casa Savoia, della lira piemontese al posto della moneta granducale. Non si perse l’occasione per promuovere alcune opere pubbliche, soprattutto in ambito ferroviario.

Annessione e scioglimento

Targa ricordante il plebiscito del 1860 a Lastra a Signa (FI)

L’11 marzo ed il 12 marzo 1860 si tenne il plebiscito che decretò a larghissima maggioranza l’annessione della Toscana al Regno di Sardegna: 366.571 voti favorevoli contro 14.925 contrari (4.949 schede annullate per forma illegittima).La Suprema Corte di Cassazione delle Province di Toscana promulgò l’annessione in data 15 marzo 1860 e l’atto formale di annessione fu firmato pochi giorni dopo, il 22 marzo; Eugenio di Savoia-Carignano divenne luogotenente del re, Bettino Ricasoli governatore generale.

L’unificazione non fu attuata di colpo, si preferì mantenere alla Toscana una ampia autonomia amministrativa che durò fino al 14 febbraio 1861, quattro giorni prima della prima convocazione del parlamento del neonato Regno d’Italia.

L’assimilazione completa e definitiva nelle strutture amministrative del nuovo Stato si concluse nel mese di ottobre dello stesso anno col decreto del nove ottobre 1861 n.274, anche se alcune leggi ed usanze rimasero in vigore per anni, oltre a quelle che furono recepite dall’ordinamento giuridico unitario.

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2 Commenti

  1. Benevento says:

    …Pero’ tutti gli stati pre-unitari si sono messi d’accordo per invadere e derubare la Borbonia uccidendo e deportando migliaia di borbonici!

  2. Rodolfo Piva says:

    “L’11 marzo ed il 12 marzo 1860 si tenne il plebiscito che decretò a larghissima maggioranza l’annessione della Toscana al Regno di Sardegna”
    Peccato che wikipedia non ci spiega i dettagli di come fu organizzato il referendum cioè se sia stato, per modalità, precursore del plebiscito per l’annessione del Veneto.

    Dal punto di vista della presentazione di verità storiche wikipedia è una schifezza percè è prona verso le menzogne storiche propinate dalla retorica patriottarda italiota.

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