Quando il Sole24Ore scriveva: un euro per il Nord e uno per il Sud per salvare l’Europa

Time - Moneydi GIANCARLO PAGLIARINI – Il 9 maggio il Sole 24 Ore nel 2010 aveva pubblicato un coraggioso  articolo di Luigi Zingales intitolato ” Due Euro? Meglio che uno. Una moneta per il Nord e una per il Sud salverebbero l’Unione Europea. E’ un matrimonio valutario non riuscito: l’integrazione non è decollata, i paesi nordici  hanno bisogno di prezzi controllati, quelli mediterranei di inflazione”.
Sette mesi dopo l’argomento veniva commentato anche da Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera del  28 Novembre. Titolo: “Quel super marco che
tenta Berlino”.

I nostri telegiornali e le discussioni in tv continuano di ripeterci le solite “notizie”  uguali,  inutili e noiose mentre 1) la Federal Reserve
presta  alle banche   miliardi di dollari:  più di tutto il “mostruoso debito pubblico della Repubblica italiana, che  è di xxxx miliardi di Euro, e mentre 2)  l’86,5% del deficit pubblico inglese viene finanziato direttamente dalla Banca d’Inghilterra. Carlo Bastasin scriveva sul Sole 24 Ore (6 Dicembre 2010) che “Da qualche tempo gli investitori professionali ritengono che le obbligazioni  pubbliche siano diventate un investimento rischioso” , che “sotto i nostri occhi si è compiuto il trasferimento sui conti pubblici della crisi nata nel settore privato”. Già, sotto gli occhi di tutto il mondo ma non sotto gli occhi dei cittadini italiani a cui le televisioni pubbliche e private continuano a somministrare inutili battibecchi finalizzati solo a dare un alibi alle prossime elezioni
anticipate e ai relativi stratosferici “rimborsi elettorali” .

Ecco qualche paragrafo dell’articolo di Zingales del 9 maggio:

“Spesso le difficoltà della vita allontanano anche le coppie più innamorate. Quando le differenze di vedute diventano insanabili, a nulla serve ricordare
l’amore che fu. Cercare di attribuire la responsabilità del fallimento è controproducente. Non fa che peggiorare le cose. Meglio una separazione
consensuale e, come dicono gli inglesi, move on. Lo stesso vale per l’euro. Fu un matrimonio d’amore. Contro il pessimismo della ragione, i padri
fondatori addussero l’ottimismo della volontà: la speranza (illusione?) che le ovvie incompatibilità sarebbero state superate in corso d’opera. A chi
(gli economisti americani) diceva che l’area dell’euro non era fatta per avere una sola valuta, si ribattè che parlavano per invidia o, peggio, per
paura che l’euro avrebbe un giorno soppiantato il dollaro.  Come in molte coppie, l’attrazione fatale nasceva dalla diversità. L’Europa del Sud cercava un impegno esterno che le desse la disciplina monetaria e fiscale che non era stata in grado di darsi da sola.  Il Nord dell’Europa sperava che il Sud con il matrimonio mettesse la testa a posto ed evitasse, con le sue continue svalutazioni, di creare tensioni sul mercato dei cambi e delle esportazioni. Come in molte coppie, quella diversità, inizialmente così attraente, è divenuta insostenibile con gli anni.
La teoria economica suggerisce che per condividere la stessa moneta un’area geografica deve soddisfare due condizioni. La prima è che abbia un’economia
relativamente omogenea, sottoposta agli stessi shock. Se parte dell’economia si basa sul petrolio e parte su high tech, gli shock saranno molto diversi e
la politica monetaria che si addice a un’area non funzionerà nell’altra.  La seconda condizione, ancora più importante, è la mobilità interna.

 

 

Se il Texas (economia tradizionalmente basata sul petrolio) riesce a convivere con la California (più basata sull’high tech) è perché i californiani si muovono facilmente in Texas e viceversa, tanto che Austin (Texas) è diventata una delle capitali dei personal computer.  Lo stesso non vale per l’Europa. Non solo il Nord dell’Europa, basato principalmente sull’industria manifatturiera avanzata, è molto diverso economicamente dal basato sul
turismo. Ma la mobilità è molto limitata. Quella poca che esiste è dal Sud verso il Nord, non viceversa. Dall’introduzione dell’euro il Sud ha avuto
una crescita dei prezzi più elevata del Nord. Paradossalmente questa crescita è stata “colpa” dell’euro. L’introduzione di una moneta unica ha
prodotto una riduzione dei tassi d’interesse per i paesi del Sud Europa che ha favorito un boom immobiliare. Fossimo stati negli Stati Uniti, gli
abitanti del Michigan e del Minnesota si sarebbero trasferiti in Florida e Louisiana.

 

Così non è in Europa. I tedeschi e gli olandesi in Grecia e Spagna ci vanno in vacanza, non a lavorare.  (omesso) Senza l’opzione di
svalutare, ci sono solo tre possibili forme di aggiustamento (omesso). Politicamente non è facile spiegare ai tedeschi che devono indebitarsi
maggiormente (e quindi pagare maggiori tasse in futuro) per risolvere i problemi dei loro cugini greci e spagnoli. Non lo può fare un governo
elettoralmente debole e diviso come quello della Merkel. Ma probabilmente non potrebbe farlo neppure il governo del miglior leader tedesco.  (omesso)

 

L’unica soluzione rimasta è riconoscere le differenze insanabili e spezzare consensualmente l’area euro. In economia il male maggiore è l’incertezza. La crisi greca ha seminato il dubbio che uno o più paesi possano uscire dall’euro. Difficilmente tale dubbio potrà essere fugato. Ma il mercato non
ha idea di come tale uscita possa avvenire. Travolti dalla passione amorosa, i fondatori dell’euro si rifiutarono di considerare una via d’uscita.
L’euro, si diceva, è irreversibile. Ma perfino la Chiesa, che non riconosce il divorzio, in situazioni estreme ha una procedura per la separazione.
Perché l’euro no?  La svalutazione dell’euro-sud rispetto all’euro-nord ridurrebbe il peso del debito pubblico e privato e permetterebbe un recupero di competitività che rilancerebbe l’economia.

 

Eliminata l’incertezza gli investimenti riprenderebbero. Una legittima passione per l’unità europea ha accecato i padri fondatori
dell’euro. Come due innamorati che sperano che il loro matrimonio eliminerà i rispettivi difetti, i padri fondatori si sono illusi che l’Unione Europea
avrebbe creato lo spirito europeo. In verità, la libera circolazione delle persone, le borse di studio Erasmus e l’uso sempre più diffuso dell’inglese
stanno lentamente formando uno spirito europeo.  Ma ci vorranno molti decenni, forse secoli, prima che un cittadino finlandese consideri un greco
alla stregua del suo vicino di casa. Più di un millennio di divisioni non si cancella nello spazio di un decennio. Un’unione coatta non aiuta l’economia,
ma neppure le possibilità di un’unione futura. Per salvare lo spirito europeo è meglio un divorzio consensuale, che preservi l’unione economica
senza forzare quella monetaria. L’alternativa, uno stillicidio di litigi e recriminazioni, potrebbe essere devastante”.

 

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