Quando il Pci non voleva che abbandonassimo l’amica comunista Jugoslavia

istria

di MASSIMILIANO PANIZZUT – Alla fine della Prima Guerra Mondiale, il confine italo-jugoslavo passava attraverso una linea immaginaria che collegava Tarvisio, Fiume e Zara. Lo sconfitto Impero austroungarico aveva infatti dovuto cedere quei territori che nei secoli erano appartenuti dapprima all’Impero romano (la cui testimonianza più evidente è la bella arena di Pola), poi alla Repubblica veneta, alla monarchia asburgica, per un breve periodo a Napoleone e infine nuovamente all’Impero degli Asburgo.

Con la conferenza di pace di Versailles del 1919, i territori storicamente italiani tornarono quindi al nostro Paese. Nemmeno 30 anni dopo, queste terre cambiarono nuovamente proprietario; nel 1947, a seguito della sconfitta italiana nella Seconda Guerra Mondiale, si sancì, tra mille polemiche, che l’Istria e la Dalmazia venissero integralmente consegnate alla Jugoslavia del maresciallo Tito.

Questo libro è il diario di prigionia del maestro di scuola elementare Ermanno Mattioli, nato a Pola il 24 luglio 1906 e catturato dai partigiani di Tito quando l’Istria venne abbandonata dai presidi militari italiani. In quel periodo i confini italiani furono esposti all’invasione incontrastata dei partigiani jugoslavi da Est e dai tedeschi da Nord: le popolazioni di queste terre dovettero così subire le barbarie di entrambi gli invasori.
Detta occupazione fu talmente rapida che pareva organizzata da tempo, visto che già il giorno dopo aver varcato il confine, i partigiani si stavano impadronendo delle caserme e dei magazzini militari. Ma la cosa più triste e drammatica fu che migliaia di italiani vennero torturati, assassinati e gettati, a volte ancora vivi, nelle ormai tristemente famose foibe.

La cosa più sconcertante è che ci sono voluti anni e anni prima che queste vittime innocenti siano state riconosciute vittime di genocidio e che anche i mass media abbiano cominciato a dire la verità su quegli
anni. Vi fu una vera e propria pulizia etnica. Facendo credere di voler perseguitare i fascisti, il compito dei partigiani di Tito (come ha poi ammesso il suo braccio destro in un’intervista di qualche
anno fa) era in realtà quello di «indurre tutti gli italiani ad andare via, con pressioni di ogni tipo». Il diario di Mattioli ripercorre tutto il calvario di prigionia dal maggio 1945 al miracolo della scarcerazione più di un anno dopo. Il doloroso calvario della città di Pola che dovrà subire l’invasione dei partigiani con 45 giorni drammatici, prima che il Governo Alleato si decida a occupare la città, ponendo fine al terrore.

Tutto passando per la caccia all’italiano fatta casa per casa dalla Polizia slava, grazie anche all’aiuto di certi delatori ex fascisti che han pensato bene di cambiare subito camicia. Il rifiuto di abbandonare la città e la famiglia, in quanto convinto di non aver nulla sulla coscienza, se non solo l’essere italiano. I nascondigli di fortuna nei sottotetti della chiesa di Sant’Antonio a Pola per sfuggire agli sgherri dell’ Ozna, la famigerata Polizia balcanica.

L’arresto dei figli e della moglie di Ermanno, e al suo inevitabile “costituirsi” per evitare altre vessazioni ai familiari. L’arresto con la famosa “auto nera”, denominata “la bara dei vivi” e con l’invito a recarsi per pochi minuti al comando, pochi minuti che si prolungheranno per più di un anno. I giorni chiusi in cella senza interrogatorio, con la paura del domani, con il pensiero alla famiglia. Gli interrogatori che duravano ore e le torture fisiche e psicologiche. I lunghi trasferimenti a piedi, su camion da Pola a Buccali a Fiume, in giro per carceri. Il processo, l’accusa di essere italiano e di aver insegnato l’italiano, la condanna nel “Collegio per lavori forzati” a Kocevie.

Le storie terribili di alcuni compagni di sventura, il patire la fame fino a giudicare prelibatezze le bucce di patate. Infine l’insperato ritorno a casa grazie alla riduzione della pena, gioia immensa del ricongiungimento con la famiglia; ma poi la decisione di abbandonare la propria casa e la propria terra con l’esodo. Infatti il territorio giuliano e istriano era stato diviso in due parti: la zona A, su cui il governo militare alleato estendeva la sua giurisdizione e che comprendeva oltre a Pola, le province di Trieste e Gorizia. La zona B che comprendeva Fiume e tutta l’Istria, era ormai territorio jugoslavo.

Il desiderio di italianità di Pola fu avversato in tutti i modi dai partigiani slavi, fino alla barbara strage della spiaggia di Vergarolla, dove scoppiarono delle mine e morirono più di 110 polesani. Con la firma del trattato di pace di Parigi , il febbraio 1947, si impose all’Italia la cessione di Pola, Fiume, Zara, gran parte delle province di Trieste e Gorizia.

Molto italiani abbandonarono le loro case e le loro terre, per poter rientrare in territorio italiano. Nella sola città di Pola, su 34.000 abitanti, ne partirono 30.000. Si portava via il possibile, a tal punto che vennero razionati i chiodi per effettuare gli imballi dei materiali. Da parte sua, il governo italiano non agevolò subito l’esodo, anzi, si propose di far rientrare gli istriani nelle loro case. Alcune forze politiche, spinte da motivi ideologici, non ravvisarono neppure la necessità che gli italiani abbandonassero l’amica e comunista Jugoslavia.

Dopo varie proteste e appelli si decise di intervenire e fu favorito l’esodo: il piroscafo Toscana e altre motonavi cominciarono così i loro viaggi verso le coste italiane. Da precisare che gli istriani che arrivarono in Italia non furono accolti a braccia aperte: l’ignoranza e la mancanza di informazione fece sì che essi fossero
ritenuti austriaci o slavi arrivati fin lì in cerca di lavoro. Invece di venir elogiati per aver abbandonato tutto pur di rimanere italiani, molti di loro venivano accolti con parolacce e sputi e accusati di esser fascisti «che sfuggivano alla giusta reazione del popolo lavoratore».

Molti si ricordano quando le motonavi cariche di profughi attraccavano a Venezia alla famosa Riva degli Schiavoni, i comunisti tiravano sassi ai poveri istriani, a donne, vecchi e bambini tanto che molti di loro non ebbero nemmeno il coraggio di scendere a terra e preferirono (ahimè) ritornare indietro… senza poter immaginare a cosa sarebbero poi andati incontro.

Addirittura alcuni ferrovieri minacciarono scioperi se i treni merci che portavano i profughi si fossero fermati nelle loro stazioni Come commentare questi fatti? Nel diario viene narrato in maniera serena un dramma storico: è una cronaca fedele di un’esperienza terribile raccontata da una persona semplice
abituata a insegnare ai propri alunni la correttezza e l’amore verso il prossimo, anche quando questo si presenta sotto forma di torturatore.

In ogni istante egli affida a Dio il proprio destino, fiducioso che egli saprà gestire la sua sorte nel modo che riterrà più opportuno, nel bene e nel male. Solo chi l’ha vissuto può capire cosa possa voler dire lasciare la propria terra, la casa, gli affetti. Inutile dire che mentre le città rimanevano praticamente deserte, dalle periferie arrivavano i nuovi occupanti che in breve tempo si impadronivano delle case e dei beni abbandonati.

Alla fine dell’esodo si calcola che quasi 350.000 abitanti sui 580.000 abbandonarono le terre divenute ormai Jugoslavia. Nessuna di queste persone è stata, e probabilmente sarà mai, risarcita per ciò che ha vissuto o per quello che ha perso. Questo diario, come tanti altri libri scritti, servirà forse a rispondere alla domanda che si poneva l’allora segretario del Pci: «Perché bisogna evacuare Pola?».

(da il settimanale “Il Federalismo”)

 

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7 Comments

  1. jabba says:

    Da indipendentista triestino dispiace vedere in un solo articolo scritto da un autore certamente ben intenzionato un simile quantitativo di errori e imprecisioni. Innanzitutto il confine non seguiva nessuna linea immaginaria da Tarvisio a Zara ma una linea spartiacque (l’italiano tende sempre a credere di aver avuto il possesso dell’intera Dalmazia mentre era stata annessa la sola enclave di Zara).Seconda cosa, lo sconfitto impero non ha ceduto nulla proprio in quanto estinto, il confine risultò da un accordo tra Italia e Jugoslavia concluso a Rapallo nel 1920 e per Fiume a Roma nel 1924. Fa specie sentire quel “territori storicamente italiani tornarono quindi al nostro Paese” scritto in un sito che si proclama indipendentista. Quando si inizia a parlare del diario non si spiega che dopo l’8 Settembre ’43 in Istria ci fu un’insurrezione partigiana che venne subito stroncata dall’intervento germanico, ma non fu allora che si ebbe un gran numero di vittime bensì nel Maggio ’45 ma non nell’ordine dei numeri citati. A Trieste i mass media non hanno mai nascosto questi fatti mentre in Italia sono stati dibattuti fino agli anni ’50 e si è ripreso dagli anni craxiani in un crescendo di imprecisioni e omissioni. Sorvolando sulle località di Buccari e Kočevje, si parla di territorio giuliano che sarebbe un termine da evitare in quanto fuorviante. Il nome coloniale di Venezia Giulia è stato affibbiato a un insieme di territori con nomi storici (Friuli orientale,Trieste,Istria e Fiume) mentre nel 1945-47 era il territorio conteso come veniva chiamato dalla politica italiana mentre si discuteva il tratttato di pace(Julian March in inglese). I noti casi di Venezia e Bologna in cui esuli istriani vennero maltrattati non riguarda senz’altro la maggior parte dei casi , Trieste stessa ne ha accolti almeno 60.000 mentre circa 30.000 triestini se ne sono emigrati in Australia proprio perchè alloggi e mestieri venivano assegnati in preferenza ai profughi istriani. Per quanto riguarda il numero degli esuli è più corretto il numero comunque biblico di 200.000 persone che non i 350.000 propagandato dalle associazioni istriane a partire dagli anni ’80. Un tanto per la precisione storica. Distinti saluti.

    • Castagno 12 says:

      “BRAVO”. Ha fatto tante precisazioni “determinanti” e “indispensabili” per lo nostra attuale disgraziata situazione. “Giustamente” non ci ha detto cosa dovremmo fare ora di concreto perchè è più che sufficiente il suo scritto. Grazie al suo “formidabile” contributo, quale Indipendentista triestino, vedrà che quanto prima Lorsignori ci concederanno l’Autodeterminazione, l’Indipendenza e LA LIBERTA’.

      • Stefania says:

        Un giornalista non è un politico, in questo caso poi è uno storico. A chi governa e amministra il ruolo di indicare la via. A ciascuno il proprio mestiere.

      • jabba says:

        Ho fatto solo precisazioni storiche. A Trieste la Lega Nord non vuol sentir nemmeno nominare il territorio libero di Trieste eppure noi siamo/saremmo(?) indipendenti de jure dall’Italia ma il popolino non fa nulla per esserlo de facto. A parte una sparuta ma accanita resistenza.
        http://www.triestelibera.one/
        Neanche i sudtirolesi vantano ciò che potrebbero avere i triestini. Resta il fatto che triestini, friulani, veneti ed altri popoli sottomessi dal tricolore potrebbero ritrovarsi liberi solo grazie a un’implosione dello stato italiano o da un intervento esterno poichè la maggioranza dorme e i giovani sembrano vivere su un altro pianeta ed emigrano in massa sostituiti sappiamo da chi. La situazione è drammatica e non si vede la luce in fondo al tunnel. Mi dispiace. Cordalità.

  2. Castagno 12 says:

    NON SI OTTIENE L’INDIPENDENZA SOLO ASPETTANDO CHE GLI ALTRI LA CONCEDANO., MA SI VA A PRENDERLA.
    Si toglie il terreno sotto ai piedi di chi ci tiene sottomessi.
    L’indipendentista che utilizza la carta di credito ed acquista gli asset finanziari emessi dallo Stato e/o dalla Banca di cui è correntista, E’, A DIR POCO, UNO SCONSIDERATO, che poi si mette a piangere.
    E ci sono anche altre cose da fare e da non fare PER NON SERVIRE I MONDIALISTI.
    Il comportamento degli Indipendentisti non cambia MAI: sempre a guardare in dietro, a fare analisi e critiche, a fornire commenti sul PASSATO, TUTTE COSE DI SECONDARIA IMPORTANZA.
    Nessuno INDIPENDENTISTA partorisce un bel: ADESSO DOBBIAMO FARE !
    In italia, PAESE “AGLI ORDINI”, il Mondialismo (versione aggiornata del comunismo) ha incorporato DESTRA, SINISTRA, CENTRO, LEGA, GRILLO e pure le “frattaglie” della politica.
    E chi tace i problemi fondamentali che ci portano inevitabilmente AL BARATRO, svolge la funzione DEL PALO.
    Qualche giornalista dovrebbe scrivere un articolo dal titolo: “QUANDO FORZA ITALIA E DINTORNI NON VOLEVANO ABBANDONARE L’AMICO ZIO SAM”.
    Chi ci ha imposto I BOMBARDAMENTI ALLA LIBIA, L’EROGAZIONE NEI NOSTRI CIELI DELLE SCIE CHIMICHE, IL PRELIEVO E L’ACCOGLIENZA DEGLI INVASORI, ecc. ? ? ?
    TUTTI PROBLEMI ATTUALI, TUTTE DISGRAZIE PER NOI, PUNTUALMENTE APPROVATE ANCHE DALLA SINISTRA.
    E’ SCORRETTO FAR PENSARE CHE L’TALIA SIA NELLE MANI DEGLi ITALIANI E CHE CI SIA CONTRAPPOSIZIONE DECISIONALE FRA DESTRA E SINISTRA.
    TUTTI GLI IMPRESENTABILI SONO AL SERVIZIO DELLO STESSO PROGETTO, QUELLO MONDIALISTA,
    QUELLO DELLA GLOBALIZZAZIONE.
    SIAMO TUTTI SOTTO LO STESSO PADRONE.
    I “commentatori” che ritengono che questo scritto contenga DELLE BALLE, si facciano sentire.
    DIVERSAMENTE, abbiano il buon senso di CORREGGERE IL TIRO e di rendersi FINALMENTE UTILI ALLA CAUSA COMUNE.

  3. giancarlo says:

    Pagine dolorose e vergognose che hanno infangato l’italia e di tutti coloro che a quel tempo la governavano.
    Giusto continuare a ricordare ma quello che mi indigna profondamente è che nelle scuole italiane la storia è cosa di regime. La storia in italia è sempre stata portata nelle scuole ad uso e consumo della retorica marcia sia fascista che comunista.
    Basti pensare che ancora oggi molti ignorano che Stalin ne uccise 60 milioni di russi……!
    Quei bastardi di comunisti che a Venezia insultarono italiani, profughi ,provenienti dall’Istria e dalla Dalmazia sono stati veramente persone cattive perché ubriache di ideologia comunista e incuranti delle disgrazie altrui.
    Bel esempio hanno dato e oggi in italia assistiamo ad altri fatti, ma altrettanto crudeli come mettere migliaia di famiglie sull’astrico da parte di banche gestite da accoliti dei comunisti ( MPS per non citarne alcuna) se non comandate dagli stessi,. Inutile, sino a quando noi Veneti e penso anche Friulani non arriveremo all’indipendenza dall’italia, questi ci perseguiranno fino a portarci alla povertà che eravamo riusciti a sconfiggere dopo i noti fatti del 1866 e dintorni.
    WSM

  4. Fil de fer says:

    Beh ! Noi ,avendo i comunisti ancora in auge qui in italia ,ci stanno preparando la stessa fine della Ex Jugoslavia dato che il bel paese è sempre stato in balia di loro e della loro filosofia sballata.
    Siamo alla stretta finale e i loro bei sogni strampalati anno portato anche la fine della Ex URSS e della Ex DDR e alla fine arriverà anche la ex italia o no ?!
    Serve solo essere pragmatici, onesti, competenti e volontà di fare……..solo?
    Queste che ho elencato sono alcune delle qualità che i politici italiani non hanno…….altrimenti il bel paese non sarebbe sull’orlo del DEFAULT prossimo futuro!!!!!!!!!!!!! o no ?
    Ritornando all’articolo, come mai l’ex ministro Fassino, appena nominato se ne andò in Slovenia a cedere la zona B ?? Allora l’art. 5 della costituzione……una ed indivisibile non valeva ?!?!
    Ipocriti, comunisti , giano bifronte e assolutamente insensibili alle storie altrui…..mi riferisco a noi Veneti e Dalmati ed Istriani. Non potevano dare alla Slovenia un’altra terra italica ??
    Alla fine sarà la storia a rendere giustizia a tutti coloro che dovettero soffrire e perire per l’inerzia e la vigliaccheria di chi sappiamo bene, ma anche di coloro che li seguirono in tempi successivi.
    W SAN MARCO SEMPRE !!!!!!!!!

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