Quando il Corriere scriveva: “l’uniformità Nord-Sud è una cappa di piombo”. Ma era il 1905

nord e sud italiadi G. BONFADINI* – Nord-Sud. Il titolo è dovuto ad un meridionale, il Nitti, che nel 1900 lo scaraventò con spensierata audacia fra il pubblico italiano provocando discussioni intorno al modo più o meno fecondo, con cui l’azione governativa venne esplicandosi per le regioni italiane. La trattazione di tale argomento è irta di difficoltà grandissime, in quanto chè non è possibile fare di esso un apprezzamento adeguato se previamente non sono state ben meditate le condizioni sociali e politiche degli ambienti
che si considerano. Tuttavia dalla disgraziata mossa del Nitti il dibattito non ha posato, giacchè la stampa meridionale non ha trascurato di acuirlo in maniera ormai insopportabile per chiunque nutre sentimento di italianità, di quel sentimento che ha per esclusiva sua aspirazione la grandezza civile di tutto il popolo che domina dalle Alpi a Marsala.

Negli scritti del Nitti traluce dovunque una idea preconcetta: la smania di sorprendere le benevolenze del governo verso le popolazioni del settentrione, e le malevolenze del medesimo verso le popolazioni del mezzogiorno, e con tale aculeo fisso in capo il Nitti sciorina e confronta cifre, che, a detta sua, costituirebbero dati statistici comprovanti irrefragabilmente il delitto governativo o quanto meno la prova della parzialità i trattamento usata dal governo nazionale verso il Nord in confronto di quella esplicata nel Sud.
A ciò il Morgari, deputato socialista di Torino, credette di dover rimbeccare, e lo fece piuttosto vibratamente scatenando dal Colajanni, nella Rivista popolare, una acre risposta, nella quale si discende fino al pettegolezzo fanciullesco, allorquando, a titolo di difesa circa le condizioni morali delle popolazioni meridionali si allega: che sotto l’aspetto politico e morale, se nel Mezzogiorno ci sono mali grossi, non sono minori, sebbene diversi, quelli del Settentrione e del Centro d’Italia.

Chiunque s’avvede che con siffatti mezzi non può seguire una discussione che possa interessare un pubblico serio e pensoso dei
propri interessi, ma solamente un alterco da mercato. L’eminente pubblicista ha dimenticato in quel momento l’aforisma: adducere
inconveniens non est solvere argumentum. Siccome la controversia è circoscritta alle condizioni del Mezzogiorno, così per accertarle è ovviamente indispensabile di fare la diagnosi dello ambiente meridionale indipendentemente da qualsiasi considerazione rispetto ad altri ambienti. Ora è non solamente frustaneo di negare fatti e circostanze sociali notissimi, ma è un grave errore che commette la stampa meridionale tentando di attenuarli o di tacerli.

Poiché si dovrebbe comprendere eziandio nel Mezzogiorno, che il modo più efficace per migliorare quelle condizioni sociali è quello di esporle sinceramente, crudamente come risultano, e così operando sarebbe oltrechè atto onesto della società meridionale, anche grande avvedutezza da parte di essa, inquantochè se è interesse del paese che non si riscontrino condizioni sociali meno che buone in ogni sua parte, i meridionali dovrebbero ben più vivamente sentirsi eccitati a procurare la fine di quel loro disagio morale, economico e politico. Il quale purtroppo sussiste, e la intensità sua con le dannose conseguenze che occasiona non possono essere fatti scomparire con giuochi di bussolotti o con quell’abbondante retorica, della quale il Mezzogiorno è capace.

Le cifre che il Nitti accoppia o scompone a suo libito, e dalle quali vuol trarre illazioni per determinare il beniaminismo del governo
verso le diverse regioni d’Italia, restano, a parer nostro, soltanto cifre prive di significato statistico, e perciò inducenti a conclusioni prettamente fantastiche. La statistica è una scienza, e come ogni altra dottrina è governata da leggi proprie. Il mezzo, col quale essa discorre e ragiona è costituito da cifre omogenee. Se in esse manca la omogeneità, il loro linguaggio non è più scientificamente statistico, e l’affermazione che da esso si trae è puramente arbitraria. Così si è creduto di potere stabilire un giudizio dal confronto che il dispendio per lo insegnamento elementare è di oltre lire 5 per abitante in Piemonte ed in Lombardia, e solamente di
lire 1,35 in Calabria, 1,80 in Sicilia. Queste cifre, considerate per sé stesse, esprimono nulla più di ciò che chiunque non analfabeta comprende benissimo, cioè che per l’istruzione primaria il dispendio per abitante nel Mezzogiorno è minore di quello cui
soggiace l’abitante nel Settentrione. È una scoperta effimera volendo usarla per accertare le cause del 78,71 per cento d’analfabeti
nella Calabria e del 70,90 per cento in Sicilia. Lo stesso valore ha la affermazione del Colajanni che la vera causa del analfabetismo
italiano sta in ciò che in Italia si spendono ottanta milioni annui per l’insegnamento, mentre nella Inghilterra la spesa ascende a mezzo miliardo.

Codesti numeri considerati isolatamente, cioè senza il sussidio di notizie statistiche necessarie per attribuire ai medesimi la qualità di dati statistici, non possono offrire alcuna positiva notizia circa la maggiore o la minore intensività d’istruzione in Italia od in Inghilterra.
Nella Calabria risulta esservi un soldato ogni 2880 mq., in Lombardia uno ogni 850 mq., in Sicilia uno ogni 1560 mq. Si potrà da ciò concludere che l’ordine è minacciato in Lombardia più che in Calabria  od in Sicilia? Adunque non è la quantità di danaro speso l’indice indicante il grado di utilità della spesa, bensì il modo, la misura onde quel danaro è erogato, e l’affermazione che il paese deve avere tanti istituti scolastici, distribuiti a priori così e così, se può essere considerata quale aspirazione ad una perfetta organizzazione scolastica,
appalesa però il grave difetto di essere totalmente meccanica, risultato del metodo giacobino, invalso pur troppo in Italia nello ordinamento della pubblica amministrazione, e che preme naturalmente sulla pubblica opinione, che, svisando i termini d’ogni
questione, si nutre d’apparenze e si appaga di formalità.

È dunque diversità di metodo; chi pretende che il principio metafisico debba essere l’unica guida d’ogni ordinamento pubblico, continui a specchiarsi alle verità giacobine che si importano dalle sponde della Senna assieme ai cappellini da signora ed agli alti colletti della briosa gioventù. E, come la persona è vestita alla moda parigina, il pensiero di costoro seguiti ad inneggiare, come si fece nel 1900, alla battaglia di Marengo, quale glorioso crepuscolo della libertà italiana, avvalorando così l’assurdo concetto che la libertà d’un popolo consista nella riproduzione di ordinamenti stranieri, e non sia invece il risultato della organizzazione politica di ciascun popolo. La libertà non è oggetto di importazione, e la Francia da Carlomagno in poi fu sempre coerente a sé stessa opprimendo le libertà altrui.

Ragionevole è piuttosto il metodo inglese, originato da quello che ha fatto la fortuna e la potenza di Roma antica; a ciascun ambiente, corrispondente adattamento d’organizzazione politica. Imperocchè questa non è fine a sé stessa, ma solamente mezzo per il migliore soddisfacimento della consociazione politica, e come tale non può essere una misura unica per tutti e per qualsiasi località. Col metodo giacobino si giunge all’assurdo di far governare parlamentarmente la colonia Eritrea, mentre il  parlamento italiano è istituito esclusivamente per la nazione italiana, e non già per provvedere legislativamente ai danachili od ai benimariano, circa ai quali dovrebbe pensare il governatore di S. M. il re d’Italia investito di confacenti poteri.

Codesta premessa può fornire argomento a spiegare come, secondo la vostra opinione, non sia né savia, né utile misura quella che
a priori vorrebbe fissare in ogni comune determinati istituti d’insegnamento. È probabilmente effetto di illusione reputandosi che in tale modo si acceleri la diffusione della istruzione. Avverrebbe senza dubbio che l’ambiente, ben lungi dall’esservi preparato, soggiacerebbe a
gastricismi, provocando in pari tempo disturbi sociali, giacchè non si vede come possano essere evitati siffatti inconvenienti
se non pensando che possa riprodursi il fenomeno d’un cervello di Giove parturiente Minerva bella ed armata.
Adunque è necessario un processo per gradi quando si opera nello ambiente demografico: est modus in rebus. Ne conviene lo stesso Colajanni scrivendo che gli uomini del Mezzogiorno sono quali li fanno l’ambiente, l’eredità, la storia, le tradizioni, le circostanze ecc.

In quanto a tradizioni ed a storia ecco ciò che Gaetano Negri scrisse intorno al Mezzogiorno nella Perseveranza del 15 agosto 1895: «Napoli non fu, come Milano, risanata, sotto il dominio austriaco, della tabe spagnuola. I Borboni che la ressero, se si eccettua la luminosa meteora del regno di Carlo, non fecero che sprofondarla sempre più nella corrutela e nella superstizione. Ferdinando I , Francesco I e Ferdinando II furono i più efficaci demoralizzatori di popoli che mai abbiano regnato, e la loro azione fu resa ancor più
funesta dalla circostanza di essersi seguiti, l’un l’altro, senza interruzione alcuna . La tragedia della repubblica partenopea e la pompa ciarlatanesca di Gioacchino Murat furono apparizioni effimere che svanirono senza lasciar nel paese la traccia più lieve Ferdinando I fu demoralizzatore per bassezza e volgarità di spirito, accompagnata da una certa festività di lazzarone sguaiato che piaceva al popolo, Francesco I fu demoralizzatore per grettezza di mente, superstiziosa, sospettosa, meschinamente perversa.

Ferdinando II fu demoralizzatore per  sistema…. L’obbiettivo del suo lungo regno fu di corrompere, guastare il suo popolo, togliergli ogni salutare energia, ogni dignità di sentimento e di pensiero, tuffarlo in una idolatra superstizione, fiaccare in lui ogni possibilità di resistenza. Trovando il terreno preparato, il suo lavoro fruttificò». Nel lavoro La fine di un regno di Memor , sotto il cui pseudonimo si cela, per modo di dire, un eminente pubblicista meridionale, è scritto che «la corrutela regnava intorno al Re – Ferdinando II – ed egli lasciava correre, vendicandosi coi motteggi, e dei propri istinti morali facendosi un titolo di superiorità agli occhi dei sudditi e dei governi
stranieri. Egli veramente non si sentiva la forza di frenare la degenerata corruzione dei pubblici uffici: né forse era possibile, con una polizia irresponsabile, e agenti reclutati negli infimi fondi sociali; con le tendenze dei sudditi, educati alla massima, che col denaro
si riesce a tutto ; in un paese, dove tutto è eccessivo, dove manca la coscienza del diritto, dove si avvicendano le più nobili aspirazioni del viver libero coi raffinamenti e le goffaggini della servitù, e dove mancavano, allora, veri cittadini, perché mancavano le condizioni adatte a formarli».

Ma se mancavano in quelle popolazioni la coscienza del diritto e veri cittadini alla fine del regno di Ferdinando II avvenuta nell’anno 1859, è supponibile che acquistassero d’un tratto quei requisiti caratteristici del popolo civile l’anno dopo, nel fortunoso 1860?
Raffaele De Cesare, pure meridionale, afferma che «il regno non era maturo per una rivoluzione, che ad un tratto venne a sostituire la volontà del Re quella, mobilissima, degli elettori e degli eletti, e che capovolse o distrusse tradizioni, abitudini, inclinazione, economia, regole della vita civile, e, come ultima conseguenza, fece rifiorire sul vecchio ceppo borbonico una tirannia d’altro genere, molesta e irresponsabile, quella del deputato, fattore del governo, e che per la natura delle cose, non può non anteporre agli interessi generali quelli degli elettori, quando non sono gli interessi propri. La tirannia del deputato, che è poi servo, alla sua volta, de’ suoi peggiori elettori, ha creato, in grande, il così detto parlamentarismo, mostro dalle cento teste, onnipotente ed irresponsabile….».

Da allora sono trascorsi oltre quarant’anni, ed il Colajanni reputa opportuno di domandare «cosa ha fatto il governo riparatore in quarant’anni per combattere l’analfabetismo, per attenuare la miseria economica, per formare la educazione morale e politica delle popolazioni del Mezzogiorno», senza avvedersi che posando in tale modo i termini dell’ardua questione, sposta questa completamente dall’indole sua, continuando invece a propagare quel morboso pregiudizio tanto gradito a popolazioni indolenti e schive dalla dignità di
pensare ai propri casi, che il miglioramento sociale debba essere fattura e fatica esclusiva del governo. Perché non ha balenato al pensiero di Colajanni un’altra domanda: che cosa ha fatto la popolazione meridionale durante quarant’anni per spogliarsi dalle brutture sociali, di cui fu ricolma nel secolare governo borbonico? I maggiorenti del Mezzogiorno, la deputazione politica, gli amministratori locali quale contegno tennero ad esempio e per diffondere nelle masse una sana educazione civile? attribuire al governo nazionale la qualifica di riparatore prova che i meridionali hanno una falsa nozione della funzione governativa in un paese retto a sistema parlamentare.

Per verità il governo italiano non mancò ai propri doveri verso il Mezzogiorno, e se la sua azione non fu spesso energica, come era necessario, il biasimo di ciò deve piuttosto ricadere sulle deleterie influenze esercitate dai meridionali nello ambiente parlamentare, non di rado perfino con la occulta prepotenza. L’attitudine che hanno oggi assunto di spavalde recriminazioni fa torto alla loro perspicacia. In luogo di sprecar fiato in esclamazioni per la pagliuzza che vi è nell’occhio del confratello, facciano attenzione che la trave che sbarra la loro vista non impedisca loro di scorgere la face illuminante la via della civiltà. Giacchè per pretendere il concorso del governo in un così grave lavoro di redenzione è indispensabile che le popolazioni del Mezzogiorno si capacitino della strada che assieme
si deve percorrere per raggiungere la sospirata meta.

Del resto «presumere di mutare ad un tratto» come acutamente ha osservato il Villari, altro meridionale, in una sua lettera
al Corriere della Sera del 4 settembre 1905 «sostanzialmente lo stato delle cose nel Mezzogiorno sarebbe una vana illusione. Bisognerebbe mutare a un tratto le condizioni morali e civili di quelle popolazioni, il che può essere opera lunga, lenta del tempo».

Ma il tempo da solo farà poco se la gente non farà il resto. Perciò in luogo di battagliare al vento, come succede con confronti fra Nord e Sud, sarà ben più utile raccogliere il pensiero da un capo all’altro d’Italia e, meditando sugli errori commessi, rivedere i congegni complicatissimi della organizzazione amministrativa allo scopo di togliere, come giustamente osserva il Colajanni nella sua lettera al Corriere della Sera del 3 settembre 1905, «la uniformità amministrativa che si vuole confondere colla unità politica e che pesa come cappa di piombo sull’Italia ed ha imposto a regioni difformi sotto tutti gli aspetti ordinamenti, perfettamente identici, molto complessi e complicati per popolazioni agricole e povere».

Nel che siamo perfettamente d’accordo, e su tale proposito ci piace di conchiudere con l’autorità di Cavour, il quale nel discorso pronunciato alla Camera sarda il 19 ottobre 1849 fra l’altro disse: «essere sua ferma opinione che il voler conciliare il principio della libertà assoluta nell’ordine politico ed il principio di una specie di assolutismo nell’ordine amministrativo ed economico debba necessariamente condurre al socialismo od al despotismo».
*tratto da “La Valtellina”, 3 settembre 1907

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