Quando già nel 2000 il Botswana era meglio delle banche italiane

Strolling Lions Stop Trafficdi GIANCARLO PAGLIARINI –   Il World Economic Forum (Wef) è un’organizzazione indipendente internazionale che, si legge nel suo sito internet, lavora per migliorare lo stato del mondo, per offrire un tavolo neutrale di confronto, per aiutare a “capire”. Le sue origini risalgono al 1970, quando Klaus Schwab ebbe l’idea di riunire a Davos i capi dell’Europa per un incontro informale sulle
strategie economiche europee necessarie nel nascente mercato globale. Schwab era riuscito ad assicurarsi il patrocinio della Comunità europea e l’incoraggiamento delle associazioni industriali europee. I suoi tanti avversari hanno ribattezzato il Wef “politburo del neoliberismo” e dicono che la sua azione è finalizzata a «mettere il mondo sotto la tutela di un club di finanzieri e di imprenditori» , che «il suo è un ruolo-ponte tra imprese, affari e decisori politici», ecc.
Quello che è certo è che gli si può attribuire un ruolo in alcune delle più importanti trasformazioni storiche avvenute negli ultimi 20 anni, come lo sviluppo della Cina e dell’India, il Wto, la cooperazione con l’Unione Sovietica, il processo di riunificazione delle due Germanie, ecc ecc.
Una delle tante iniziative delWef è l’elaborazione, ogni anno, del Global Competitiveness Report (potete trovarlo sul www.weforum.
org): un indice che misura la competitività degli Stati. A mio giudizio è molto interessante e tecnicamente veramente molto ben fatto. È costruito analizzando in dettaglio, per ogni Stato, tre settori: 1) il contesto macroeconomico, 2) la qualità delle pubbliche istituzioni e 3) la tecnologia.

 

Il primo, “il contesto macroeconomico”, valuta lo scenario di riferimento degli Stati in esame, considerando elementi come il tasso d’inflazione, il sistema bancario, il deficit del bilancio, gli interessi passivi, la “presenza” e la pressione statale, e viene espresso con il Macroeconomic environment Index. Il voto dell’Italia è basso. Tutti sanno che grazie alle politiche dissennate degli anni Ottanta il nostro debito pubblico è il più alto dell’Ue, mentre non tutti (purtroppo anche nella Lega) si rendono conto di quanto è grande e dannosa la presenza dello Stato nell’economia (vedi pressione fiscale, vedi Alitalia ecc.) e nella vita quotidiana dei cittadini (vedi monopoli dello Stato nella scuola, nella sanità, nelle pensioni ecc.).
Il secondo, “qualità delle pubbliche istituzioni” considera elementi come la qualità del sistema giudiziario, la possibilità di tutelare la proprietà intellettuale, il livello di corruzione nel Paese ecc. ed è espresso con il Public Institutions Index. Il voto dell’Italia è molto basso, basti pensare agli anni che ci vogliono per celebrare un processo penale, per non parlare dei contenziosi amministrativi, dell’assurda legge fallimentare, della protezione medioevale che viene ancora data a notai, farmacisti ed altre libere professioni il cui mercato non si riesce a liberalizzare, e via dicendo.

 

Il terzo settore, “tecnologia”, si basa sul progresso tecnologico, visto come innovazione e adozione di tecnologia, e si esprime con il Technology Index. Il voto dell’Italia è bassissimo. D’altro canto se dobbiamo mantenere un numero incredibile di dipendenti pubblici e di disoccupati che “non vogliono più fare certi lavori”, poi non resta più un euro da investire in ricerca e sviluppo. E adesso tenetevi forte. Ebbene, a fronte di quanto leggiamo ora sulle banche, la situazione è immutata rispetto a pi di dieci anni fa. Erano cose risapute.

Giovedì 30 ottobre 2003 il Corriere della Sera pubblicò un articolo intitolato Peggiora la competitività dell’Italia. Testo: «Per il terzo anno consecutivo l’Italia scende nelle classifiche del Global Competitiviness Report del Word Economic Forum e si attesta al 41 posto su 102 sistemi paese. Nel 2002 era al 33 posto. A superarci non sono stati solo Paesi europei come Lussemburgo, Malta, Repubblica Ceca, Lituania e Lettonia, ma anche Paesi africani come il Botswana e asiatici.

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One Comment

  1. renato says:

    L’articolo è interessante. Suggerirei di non imitare la stampa tradizionale sparando titoli “impressive”. E’ vero che il Botswana si è comportato bene, permettendo ai suoi uomini migliori, dopo aver ottenuto l’indipendenza, di non abbandonarsi ai soliti sprechi ed alla corruzione. Ma tutto si è limitato all’accordo con la De Beers per spartirsi i proventi delle miniere di diamanti. Per decenni non è cambiato nulla o quasi nell’economia, ben sapendo che nulla è meno sicuro del prezzo dei diamanti, deciso da una manciata di individui sul pianeta. Solo recentemente si è pensato di affidare ai locali una parte (minore) della lavorazione dei diamanti. E non risulta ci sia stato un programma serio di sviluppo per il turismo (secondo canoni non africani) o dell’agricoltura o di un qualsiasi altro settore economico alternativo ai diamanti, eppure i soldi non mancavano A parte l’iniziale atto di buon senso dimostrato, il Botswana si è poi comportato come tanti altri stati africani che non conoscono i principi dell’economia e, anziché studiarla, si abbandonano allo sfruttamento, affidato ad altri, delle ricchezze naturali che hanno avuto la fortuna di trovarsi sotto i piedi e attorno. In quei paesi si conosce solo l’autorità del capo-clan, il concetto di società civile o nazione è sconosciuto. La corruzione e lo sfruttamento dei loro stessi conterranei è cosa di tutti i giorni, come la storia passata e recente ci conferma. E’ già iniziata la fase di discesa anche per il Botswana, come è stato nella vicina Sud Africa dove vent’anni dopo la raggiunta indipendenza la sola cosa certa del governo nero è la corruzione e la lotta a coltello tra i vari clan che si contendono la spartizione della torta. Alla popolazione nera non rimangono che le briciole. Le banche, dove funzionano bene, non sono in mani botswanesi, ugandesi, sudafricane, nigeriane, costavoriane, senegalesi etc..

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