Quando Federico II ingaggiò i saraceni contro i Comuni lombardi

federico-IIdi GILBERTO ONETO – La nostra gente incontra veramente i Maomettani oggi per la prima volta. Finora li aveva visti nei film, li aveva incrociati nelle favole e nei romanzi di Salgari, qualcuno sui libri di storia, altri per turismo o per lavoro. Tutti ne avevano una percezione edulcorata, distorta o lontana: il folclore delle tribù Tuareg, le pittoresche stradine della vecchia Gerusalemme, le oleografie di giannizzeri baffuti, le figurine del feroce Saladino. In realtà solo chi ci aveva vissuto in mezzo e in posizione non privilegiata (essenzialmente solo i tecnici e gli operai che hanno lavorato in Paesi arabi) ne aveva una visione reale. Non è infatti un caso che per anni, di fronte agli ostentati dislenguamenti di accoglienza e di buonismo di larga parte dei mezzi di informazione e della classe politica, i soli che almeno in privato hanno sempre detto di stare attenti erano proprio loro, quelli che avevano sperimentato la liberalità, la tolleranza e l’amabilità che nei Paesi islamici si dimostra nei confronti degli infedeli.

Poi ci si sono messi quelli che le vicende del passato le conoscono o che vogliono conoscerle ma non è ancora la stessa cosa perché, si sa
e si ripete fino alla noia che la storia è maestra di vita ma, in realtà, la sola vera esperienza che conta è quella vissuta personalmente,
pagata o subita sulla propria pelle: cosa estranea a gran parte dei padani almeno fino a qualche anno fa. E anche oggi l’hanno provata solo quelli (sempre più numerosi) che nelle nostre città e nei nostri paesi hanno la gioia di assaporare i piaceri della multiculturalità trovandosi per vicini di casa delle amabili famigliuole islamiche, o vivendo in quartieri stipati di affabili e cortesi giovanotti sempre pronti a gentilezze da Sceicco bianco o a sussurrare dolci gutturalità degne di Sherazade; o ancora, chi si ritrova a vivere a tiro dei melodiosi decibel di un muezzin che invita alla pace, alla concordia e all’integrazione.

Non è neppure detto che certi guai se li possano più facilmente risparmiare i Paesi che hanno nel loro passato qualche esempio del fraterno contatto: come la Spagna che ci ha messo più di 600 anni a liberarsene, la Serbia o la Romania che non ci sono mai completamente riuscite, la Grecia che ne ha assaporato la civiltà per una lunga serie di secoli, o Vienna che se li è trovati sotto casa un paio di volte e non bussavano per vendere tappeti. Sono guai capitati a mezzo mondo e a tutta l’Europa mediterranea con la sola
significativa eccezione della Padania e di un pezzo di penisola. Anche da noi ci sono formidabili realtà storiche che del contatto con i “fratelli del libro” hanno un ricordo molto preciso: Genova e Venezia si sono difese per quasi mille anni, 10 secoli di aggressioni, guerre, stragi. Di questa difficile convivenza sono il solido testimone le centinaia di torri di avvistamento che punteggiano le coste.

 

Da noi, a subire l’affabile visita di questi gentiluomini sono però, per fortuna, state solo le coste liguri, alcune valli alpine e il Friuli. Per secoli i villaggi della Riviera hanno dovuto difendersi dalle devastanti puntate islamiche. Le Alpi sono state per un certo periodo oggetto di scorrerie da parte dei Saraceni che partivano dalla loro base provenzale di Frassineto: resta però il fondato dubbio che non si trattasse propriamente di predoni islamici ma di tribù montanare discendenti dagli irriducibili Salassi.

 

Salassin e non Sarassin, dunque – come sostiene autorevolmente Joseph Herriet – oppure una strana commistione delle due cose, la cui peculiarità sarebbe anche provata dagli obiettivi: gli Arabi non hanno mai avuto grande dimestichezza con i passi alpini. Il Friuli e l’Istria sono invece stati devastati a più riprese nel corso soprattutto del XV secolo da eserciti turchi provenienti dall’interno: il ricordo di città distrutte, raccolti bruciati, orrendi massacri e migliaia di persone ridotte in schiavitù è ancora fortemente presente nella memoria popolare. La Padania è così stata solo lambita da queste visite, con due eccezioni, definite temporalmente e spazialmente. Quando
Federico II ha cercato di schiacciare “gli empi fittoni di libertà” (parole sue) della seconda Lega Lombarda aveva radunato un gigantesco esercito di cui facevano parte anche 7.000 arcieri saraceni. Nonostante si facesse chiamare l’Unto del Signore nei momenti di modestia e che si presentasse direttamente come la reincarnazione del Cristo in tutti gli altri, non ha avuto fortuna: non è riuscito a prendere
Brescia e, a Parma, è stato messo in fuga dai soldati della Lega.

 

Bisogna aspettare 600 anni per vedere ricomparire i Mori nel cuore della Padania. Questa volta sono gli zuavi che Napoleone III aveva
reclutato in Algeria e graziosamente affiancato all’esercito del Re Galantuomo per “liberare” la Lombardia. Ancora oggi nel milanese Parco Sempione, alla base del monumento dell’ineffabile generale McMahon (scozzese di famiglia e di rito) che li guidava, si trovano incisi i nomi dei maghrebini allora morti per fare l’Italia: un elenco che sembra quello delle assegnazioni dell’Aler. Seconda e ultima visita, giacchè la Padania è riuscita a risparmiarsi quella dei marocchini che, sempre in seguito all’esercito francese, avevano fra il 1943 e il 1944 “liberato” parecchie migliaia di donne (e anche un po’ di uomini) dal peso della fedeltà coniugale o della continenza sessuale, sempre beninteso in nome della multietnicità. Si è allora trattato di un esercizio di cultura islamica ritenuto eccessivo anche per le bocche buone degli alti comandi alleati che hanno deciso di terminare l’esperimento di integrazione sulla Linea Gotica.

 

Così quando i “fratelli del libro” si sono presentati alle nostre porte negli ultimi lustri, la nostra gente non ne sapeva un granchè e li ha accolti con la stessa sciagurata benevolenza con cui i Padani (con scarsa attitudine per le letture storiche e illanguiditi dai Festival della canzone napoletana e dalle Giornate missionarie) hanno sempre accolto tutti gli altri. Solo oggi la nostra gente ritrova il bandolo del lungo filo intessuto dai dolori e dal sangue di 14 secoli di contrapposizione con un mondo che ha esercitato la propria aggressività contro tutti i popoli di Europa, Africa e Asia che ha trovato sulla sua strada. Grande e sottovalutata invenzione la Linea Gotica!

(da “Il Federalismo”, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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One Comment

  1. renato says:

    Dimostrazione dell’imbecillità di tanti connazionali. Alla domanda: “ma tu sai cosa hanno fatto i marocchini al seguito dell’esercito francese nel ’43 e ’44 in Italia ?” segue inevitabilmente la risposta
    “……….ma …….. non saprei. cos’hanno fatto ?”
    “non hai visto il film, magari in televisione, LA CIOCIARA? Hai forse letto il libro ?
    “non so….non ricordo. ma cos’hanno fatto ?”
    “hanno massacrato una gran quantità di uomini, donne e bambini, dopo averli stuprati”
    “ma va….io non ci credo”
    ” è storia, documentata ”
    “va be’ ma stiamo parlando di mezzo secolo fa. Eppoi non ci credo”
    “ma credi agli stupri di tempi più recenti ?”
    “quelli li fanno anche i rumeni”
    I due mali si elidono a vicenda e va bene così. I marocchini (ed i rumeni) continuano a godere della proverbiale accoglienza italica, della generosità delle donne italiche e dello spirito assistenziale che anima la sinistra tricolore tanto sensibile e disponibile nei confronti dello straniero quanto indifferente alle necessità di chi rappresenta in parlamento.

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