Quando Bossi disse: stavamo meglio sotto l’Austria. Il Nord disilluso cosa vota?

cattaneo

di STEFANIA PIAZZO–   «Stavamo meglio quando eravamo sotto l’Austria – affermò Bossi – Se lo avessero saputo quelli che sono andati a combattere sul Piave, forse giravano i fucili dall’altra parte». Eravamo alla vigilia del referendum sulla devolution, e il senatur tuonò così, aggiungendo «il Paese non cambierà mai più democraticamente». E allora «bisognerà trovare altre vie».

Ma  i fucili elettorali contro chi ha tradito il Nord per ora non sono stati girati. Quali siano poi le altre vie ancora oggi non si sa. Per Salvini è il sovranismo, baciato in fronte dai partiti centralisti come quello della Le Pen. Cosa abbia di che spartire il Fronte Nazionale con, ad esempio, la cultura federalista, non è dato sapere.

Poi ci sono in itinere i referendum consultivi sull’autonomia in Lombardia e Veneto. Quando si evoca il Lombardo-Veneto il pensiero corre a Carlo Cattaneo.
Umberto Bossi, nella provocazione politica «stavamo meglio sotto l’Austria», rievoca la storia di un Risorgimento “occasione persa” per costruire la libertà dei popoli Cattaneo se ne andò in esilio, disilluso, prendendo atto dell’impossibilità di realizzare un’Italia diversa, compresa anche l’opportunità di federare l’allora Lombardo-Veneto con Vienna. Vinsero altre logi-che, prevalsero altri interessi economici. Nonostante il brigantaggio, il Sud non riuscì a fare “guerra civile” o “resistenza” contro la visione sabauda del Paese.

Andò così. Andò però anche che il pensiero federalista cadde in disgrazia e che nessun libro di scuola si premurò di educare ad una unità rispettosa delle diversità. «Cattaneo – ha scritto Indro Montanelli -non sentiva la “nazione” e odiava il Pie-monte, per il suo regime accentrato e statalista, più dell’Austria che nazione non era […]. All’Italia Cattaneo non pensava affatto. Il suo sogno non era l’unità nazionale, ma un Commonwealth mitteleuropeo a guida austriaca, in cui il Lombardo-Veneto prendesse il suo posto come Land dotato di ampia autonomia. Tant’è vero che quando gl’insorti gli proposero come testata del loro giornale (che non fece in tempo ad uscire) L’Italiano, lui la cambiò ne Il Cisalpino. Cattaneo non accettò mai l’Italia qual era e quale non poteva non essere, visto il modo in cui si era fatta».
Allora vale la pena ricordare, per l’ennesima volta, alcune parole di Cattaneo innamorato dell’idea federale, per una serie di indispensabili ragioni.
«La federazione – scriveva all’amico ed editore Agostino Bertani nel maggio 1862è la pluralità dei centri viventi, stretti insieme dall’interesse comune, dalla fede data, dalla coscienza nazionale».
Le piccole patrie partivano da un’entità che ha costruito l’ossatura del Lombardo-Veneto, i comuni, le municipalità, la cellula delle prime libertà e di una gestione economica improntata al pragmatismo, alla difesa del territorio economico. Solo i comuni potevano assicurare un «vero e sicuro patriottismo». Perché «i comuni – scriveva -sono la nazione; sono la nazione nel più intimo asilo della sua libertà».
L’autogoverno locale era quindi il modello da esportare, anche per le regioni meridio-nali. In una lettera a Francesco Crispi del 18 luglio 1860 scriveva: «La mia formula è Stati Uniti; se volete Regni Uniti; l’idra di molti capi, che fa però una bestia sola. Per essere amici bisogna che ognuno resti padrone in casa sua».

Solo così, da Nord a Sud, si poteva dare «all’annessione il vero senso della parola, che non è assorbimento. Congresso comune per le cose comuni; e ogni fratello padrone in casa sua. Quando ogni fratello ha casa sua, le cognate non fanno liti».
Scriveva nel 1854, in un saggio sulla storia d’Italia, a proposito dell’età comunale: «Dall’Italia partì l’impulso per quella eroica rivoluzione comunale da cui ebbe principio il mondo moderno». Il Cattaneo che ricordiamo è anche quello
che non era contrario a lasciare l’Austria nel Lombardo-Veneto, a patto che concedesse riforme liberali. Libertà e indipendenza dovevano essere le condizioni per il raggiungimento di un fine:
l’educazione dei lavoratori, l’azzeramento delle grandi ingiustizie sociali, della contrapposizione tra un Paese ricco e un Paese povero. Il federalismo politico si sposava così alla questione sociale, il pensiero liberale all’emancipazione delle aree meno svi-luppate dell’Italia.

L’autonomia amministrativa diventava insomma il cardine del nuovo e al tempo stesso lo strumento per scardinare questioni irrisolte. Non a casonella vasta pubblicistica contenuta nella
sua rivista il Politecnico, gli articoli erano saggi che invitavano a sviluppare le imprese, le tecnologie, un inno all’innovazione del territorio: bonifiche, ferrovie, infrastrutture, opere agrarie, industriali…, fino alla riscoperta delle letterature dei popoli, alla linguistica come fattore culturale per riconoscere le diverse nazionalità e le differenti vocazioni locali. Era una pubblicazione aperta al mondo e a quel Lombardo-Veneto che vedeva come spinta propulsiva del cambiamento, a cui moralmente spettava aprire la strada.

Scriveva ancora Cattaneo sul potere di «incivilimento» del federalismo: «L’Italia – scriveva nel 1850 ad un amico – è fisicamente e istoricamente federale». La questione federale «è la questione del secolo; è per la prima volta al mondo
una questione di tutto il genere umano: o l’ideale asiatico, o l’ideale americano: aut aut» (dove per asiatico voleva dire il superato centralismo amministrativo, mentre per quello americano intendeva il sistema della federazione e delle libertà, ndr).
Sull’autonomia amministrativa: «I molteplici consigli legislativi, e i loro consensi e dissensi, e i poteri amministrativi di molte e varie origini, sono condizioni necessarie di libertà. [Al contrario] quando ingenti forze e ingenti ricchezze e onoranze stanno raccolte in pugno di un’autorità centrale, è troppo facile costruire o acquistare la maggioranza d’un unico parlamento: la libertà non è più che un nome; tutto si fa come tra padrone e servi».

Concludeva proverbialmente: «Meglio vivere amici in dieci case che di-scordi in una sola». E poi, ancora: «Quanto meno grandi e meno ambiziose sa-ranno in tal modo le repubblichette – scriveva nel 1850 -, tanto più saldo e forte sarà il repubblicone, foss’egli pur vasto, non solo quanto l’Italia, ma quanto la immensa America (…). Uo-mini frivoli dimentichi della piccolezza degli interessi che li fanno parlare, credonovalga per tutta confutazione del principio
federale andar ripetendo che è il sistema delle vecchie repubblichette. Risponderemo ridendo, e additando loro al di là d’un Oceano l’immensa America, e al di là d’altro Oceano il vessillo stellato sventolante nei porti del Giappone».
Due anni dopo le Cinque Giornate, affermava: «Dove sta dunque la forza della nazione italiana? Sta dove è sempre stata. Il popolo delle sue città, senza alcuna scienza di guerra, è più forte che gli eserciti dei suoi monarchi. La monarchia in Italia è una pianta esotica e debole, è una cosa contro natura. Il papato che oggi civetta con la libertà e domani chiama tutti i curati d’Europa ad assi-stere i suoi sgherri, il papato è il secreto della debolezza d’Italia».

Infine: «Hanno voluto fare un’Italia politica – scrisse nel 1860. Dovevano [invece] lasciare ad ogni paese liberato la sua as-semblea». Il sogno federale di stampo americano e svizzero si era infranto contro lo scoglio dell’ideale asiatico. L’Italia nasce senza, ed anzi contro di lui, come ha riconosciuto lo stesso storico Giorgio Rumi: «Nasce unitaria e monarchica, con un grosso esercito erede della tradizione sa-bauda, opposto al sistema delle milizie che Cattaneo aveva ipotizzato. Nasce, necessariamente, centralizzata, perché il self government (a tacer del cantonalismo) è rinviato sine die, visto che le Calabrie non sono il Kent e Girgenti non è Appenzell. La congrega patrizia ha vinto, Cattaneo resta ancora e sempre un uomo contro, coerente al suo federalismo individuale per cui ciascuno in definitiva risponde delle sue azioni e delle sue scelte, critico dell’I-talia reale, fedele agli studi che non tradiscono, privo di cristiana speranza. Attorno, ha i monti e le acque della sua Lombardia che tanto bene conosce e che vorrebbe diversa da quella che irreparabilmente intravede diventare».

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5 Comments

  1. Luca says:

    Pensiero del Piemontese Cavour sull’autogoverno regionale spiegato ad un autonomista siciliano di nome Emerico Amari :
    «Il Prof. Emerico Amari, dottissimo giureconsulto com’egli è, riconoscerà, io lo spero, che noi siamo non meno di lui amanti della discentralizzazione, che le nostre teorie sullo Stato non comportano la tirannia d’una Capitale sulle province, né la creazione d’una casta burocratica che soggioghi tutte le membra e le frazioni nel Regno, all’impero d’un centro artificiale, contro cui lotterebbero sempre le tradizioni e le abitudini dell’Italia, non meno che la sua conformazione geografica.
    Io ebbi più volte ad esprimere le mie idee su questo argomento al Conte Michele Amari, fratello del Professore Emerico, ed io non ho il menomo dubbio che, quando siano sedati i commuovimenti che alcuni mestatori s’ingegnano di suscitare rinfocolando le ire personali, sarà facilissimo di mettersi d’accordo sopra uno schema d’organizzazione, che lasci al potere centrale la forza necessaria per dar termine alla grande opera del riscatto nazionale, e conceda un vero auto-governo alle regioni ed alle province» (CC, Liberazione del Mezz., IV, p. 220).

    ——————————

    Pensiero Meridionale dell’ ex Primo ministro del Regno Borbonico Giustino Fortunato:
    “Perché se lo tolgano bene dalla mente i fautori del reclutamento territoriale, i partigiani del decentramento regionale:
    l’unione spirituale della patria, che è quanto dire la stessa vita della nazione, resta ancora da fare.
    L’unità politica fu una magnifica sorpresa, dovuta, non alla identità etnografica che non esiste, non alla geografia cosi diversa da un estremo all’altro del Regno, non alla storia sempre divisa in due da quando Roma non signoreggiò più, ossia, dacché la sua posizione topografica non le giovò più a signoreggiare su tutte le terre italiche, — ma alla sola tarda comunanza della lingua, al solo vincolo di una religione rifatta dell’antico ingènito paganesimo; e, quindi, per molti anni ancora la maggior questione d’Italia — io temo — sarà sempre l’Italia stessa, moralmente ed economicamente una. Troppa distanza di civiltà e di ricchezza corre fra una parte e l’altra del nostro paese…
    Le idee, che dico ! , le bestemmie separatiste non hanno mai avuto come ora terreno più propizio: non mai come ora è stato con maggiore impudenza proclamato insuperabile il dissidio fra l’alta Italia, conglomerato di antichi comuni, di antiche diocesi, di antiche province già annesse o all’impero austriaco od al reame di Francia, e l’Italia meridionale, che è stata bensì signoreggiata da dinastie straniere, ma ha sempre costituito un grande Stato e italianizzato tutti i suoi dominatori.”
    https://archive.org/stream/ilmezzogiornoelo02fortuoft#page/34/mode/2up

    ————————–

    Pensiero del Milanese Giuseppe Ferrari sull’Unità (la confederazione viene vista da lui solo come un passaggio intermedio per arrivare all’Unità):
    “L’Italia tutto deve domandare alla libertà : essa non ha leggi ,né costumi politici , essa non appartiene a se medesima;essa non è né una né confederata;essa non progredirà se non col cominciare a chiedere costituzioni ,poi la confederazione , indi la guerra ,da ultimo l’Unità ,se la fatalità lo permette”.

  2. Castagno 12 says:

    A voler essere estremamente gentili, ci si può limitare affermando che l Nord, più che disilluso, è disinformato e non capisce le notizie utili, determinanti che gli vengono fornite.
    L’accoppiata LEGA NORD / RESIDENTI al Nord ha clamorosamente fallito, ha puntulmente mancato tutti gli obiettivi che si era prefissata.
    LA PADANIA non è nata e l’iTALIA sta morendo. Viene tenuta in vita, con l’accanimento terapeutico, solo per ritardare lo scioglimento dell’Ue e per lasciare spalancato il portone verso l’Africa.
    Staccheranno la spina all’italia quando giudicheranno completato il Progetto EURABIA e la ex UE confluirà nel nuovo SuperStato dotato di Banca Centrale sempre gestita dai Rothschild & C.
    E’ un non senso pensare che una o più manifestazioni di piazza possano ripescare e restaurare una “BARACCA” finita nel baratro.
    QUESTO DICONO I FATTI.
    Non serve ribadire le cose FONDAMENTALI che si dovrebbero fare: SI RESTA INASCOLTATI.
    LE MENTI (la parola l’è grossa) dei più sono affascinate dai SETTORI DELL’INUTILE.

  3. FIL DE FER says:

    Dov’è la Lega Nord?????????????
    La cerco con il lanternino ma non la trovo , forse non c’è più ????
    Vedo e sento solo una persona con tante magliette diverse, che grida al vento le sue meraviglie scontate.
    Bei tempi quelli in cui la Lega Nord rappresentava solo ed esclusivamente le istanze del Nord Italia.
    Quelli della Lega stanno seduti sugli allori del passato e sono diventati dei semplici amministratori della cosa pubblica italiota. Loro hanno la carega e solo quella conta per loro.
    WSM

  4. giancarlo says:

    Quando sento M.Draghi dire che l’euro è IRREVERSIBILE (!?)
    Quando sento continuamente esaltare l’unità d’italia come un bene SUPREMO (!?)
    Quando vedo gli Alpini ricordare i propri morti con una bandiera che è simbolo di guerre, fame e sangue ed oggi di nuova povertà, debito pubblico ( IRREVERSIBILE ) e del…si salvi chi può….beh allora non solo dico che C. CATTANEO aveva ragione, ma ha ragione anche oggi.
    Chi non capisce che bisogna cambiare tutto per cambiare in meglio è in malafede.
    Non si può tenere ancora in piedi questo baraccone italiano fatto di corruzione, mafie, scandali, giustizia ingiusta, debito pubblico IMPAGABILE, legittima offesa per delinquenti e illegittima difesa per le vittime,
    etc…etc…etc.. adesso anche lo scandalo dell’immigrazione dove ci sguazzano in molti solo per fare soldi….altro che solidarietà, integrazione o chissà quale altro ” SLOGAN”.
    Meglio sotto l’Austria, meglio riconsiderare il pensiero di C.Cattaneo, meglio rifare la costituzione e la nazione su basi federali, meglio correre il rischio di qualche intoppo oggi ma per salvare il futuro dei nostri figli e nipoti. Meglio votare per chi vuole abbattere questo sistema e crearne un altro nuovo e più moderno e confacente ai bisogni ed alle esigenze dei cittadini veri padroni della democrazia, quella vera, l’unica ed intoccabile senza i boiardi di stato che da decenni massacrano tutto e tutti solo per i loro interessi.
    Amen. WSM

  5. RENZO says:

    Cattaneo scelse l’esilio….. aveva purtroppo ragione… 150 anni fa……
    WSM

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