Quando all’università ti facevi un culo così. Cosa che oggi non serve più…

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di STEFANIA PIAZZO – Scusate il titolo. Sarà volgare, ma è reale. La notizia del rave party alla Sapienza con l’annessa morte dello studente infilzato nel cancello mi ha subito posto una domanda, come credo anche a tutti coloro che hanno appreso la terrificante notizia.  O hanno frequentato una facoltà.

Ma come è stato possibile che nessuno sapesse? Ma in quale università si possono organizzare festini? Bere alcolici e sballarsi di musica la notte?

Perché vedete, la mia generazione ha un ricordo diverso dell’università e degli esami. All’università si entrava chiedendo permesso. Avevo l’obbligo di presenza ma anche l’obbligo quotidiano di firma. E al termine dell’anno accademico, in fila, ci si presentava in aula all’ultima ora di lezione del docente per chiedergli la conferma per l’accesso all’esame, con una sua firma sul libretto. Lui o lei ti guardavano in faccia, se ti riconoscevano e ti avevano visto a lezione, avevi la firma e quindi avevi diritto a far l’esame, altrimenti se avevi barato facendo firmare il foglio delle presenze dall’amico, dovevi ripetere la frequenza l’anno accademico dopo. Non esistevano furbetti, e non servivano lettori dell’iride per convalidare la tua presenza. Bastava un controllo serio e banale.Schermata 2019-06-24 alle 14.52.55

L’Università la consideravo un luogo sacro, vuoi perché la sede era solenne e solo il varcarla e goderne la bellezza era un privilegio che durava appena 4 anni, quindi da vivere a fondo. Vuoi perché gli studi musicologici sono una cosa piuttosto seria e non hai tempo per farti le canne. Devi imparare a trascrivere e leggere i manoscritti di musica greca dal V° a.c. in su, così come i primi frammenti scritti di notazione in campo aperto, e sei attorno al Mille, parti dalla musica medievale per passare all’età del mensuralesimo, quando le note iniziano ad avere anche una durata. Poi passi alla musica strumentale, la cui notazione cambia anche a seconda dello strumento, per arrivare alla bestiale e complessa notazione per musica vocale. Siamo nel ‘500, ‘600, e apprendi a muoverti nelle arterie originarie del canto, della semiologia, dei bassi continui da armonizzare. Traduci l’archeologia musicale. E’ come studiare lingue straniere.

Ti infili nelle norme della paleografia latina, della paleografia bizantina, dell’acustica musicale, dell’esegesi delle fonti, della poesia per musica del ‘300, della filologia come approccio a tutto. Le tesi duravano anni, non mesi. Non si copiavano. Era ricerca pura.

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Palazzo Raimondi, a Cremona, palazzo rinascimentale di fine 1400, decorato di marmi rosa sulla facciata era ed è ancora la sede di questo santuario di conoscenza. Una corte interna ad arcate, le sale affrescate al primo piano riprendevano la Venezia della Serenissima ma in realtà raffiguravano i personaggi della Cremona dei primi anni ’30. Tra i personaggi si poteva riconoscere ancora la Maria, la signora anziana che viveva al piano terra, appena passato il porticato d’ingresso, in una sorta di residuo abitativo privato, concessole da chissà quanti quarti di secolo. Strettissime scale portavano al secondo piano, dove l’aula che occupava tutto lo spazio del sottotetto ancora a infinite travi, ti dava la ragione di tanto rispetto che era dovuto al monumento che la Fondazione Staufer gestiva abbattendo a tutti noi le tasse universitarie, pur di calmierare e rendere accessibile a tutti lo studio severo.

Sono stati gli anni migliori della mia vita, nutrivo speranze per il futuro anche se sapevo che mai avrei fatto il filologo musicale o insegnato musica, o letteratura e latino al ginnasio dato il piano di studi. E’ l’età in cui hai energie per vedere positivo. Ma un tempo si studiava anche per passione, per avere gli strumenti mentali per capire le cose. Per sapere fare tutto. Per venir fuori dalle situazioni con un minimo di cervello. La cultura aiuta a sopravvivere, le regole ti aiutano a rispettare la fatica perché sai che portano ad una meta. Ma oggi la meta non c’è. Lo studio è una merce che oggi onestamente non mi serve per vivere, perché la cultura non è richiesta e le regole non ti servono, al loro posto c’è “il mercato”, l’andamento del mercato del lavoro, il dover costare poco e senza dare problemi.

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Però la mia identità è rimasta lì, resto di quella pasta lì, purtroppo quello che so vedere oltre non serve, né quanto so fare con critica osservazione trasportato nel giornalismo viene considerato un valore, ma quello che so è  come deve essere una università. Dovrebbe essere uno stile di vita per anticipare il mondo del lavoro, il rigore nell’applicarsi alla ricerca del bello, che non è solo musicale, ma è qualsiasi cosa debba avere un ordine e un equilibrio. Che c’azzeccano i festini notturni? Oggi tutto è al ribasso. E’ la vittoria del brutto. E’ una condanna a cui non mi rassegno ma non ho alternative. Come tutti quelli che come me, a 54 anni, rimpiangono quello che hanno vissuto. Cioè la meritocrazia. Si vive così, da colti precari che si sono fatti un culo così, e ti senti come un nobile decaduto a cui la spregiudicatezza del mercato impone tutte le sue regole. C’è chi muore infilzato dopo il rave e chi lo infilzano senza rave. Sei morto comunque.

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One Comment

  1. caterina says:

    …no, non sei morto, perché hai coltivato un mondo che ti è rimasto dentro come patrimonio che nessuno ti può togliere anche se magari non ti viene richiesto per guadagnati da vivere… perché il mondo è strano, sembra andare alla rovescia e non si preoccupa di dove va a parare….così ciascuno si barcamena e se non avesse coltivato dentro di sé una massa solida che ti fa stare in piedi finisci sballottato e rintronato fino a farti perdere la bussola… L’università a chi l’ha saputa sfruttare ha dato comunque una marcia in più…nel caos di oggi non lo so, ma dipende sempre dall’impegno e dal sogno personale… che rimane grande al di là delle circostanze.

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