Quale nazione indipendente può nascere dallo sfascio dell’Italia?

Il Meglio dell’Indipendenza

 

di ENZO TRENTIN

Ai giorni nostri si constata lo sfascio della nazione italiana, e di quello Stato ottocentesco sorto per volere ed interessi perlopiù stranieri. Tra le molte “agitazioni” che percorrono lo stivale, l’aspirazione dei Veneti ad avere un nuovo Stato indipendente colloca questi ultimi in una sorta di punta di diamante di un nuovo assetto internazionale. I Veneti, infatti, sono assimilati (anche se con molti distinguo) ai Catalani o agli Scozzesi, anch’essi punte avanzate per un abbandono pacifico dei rispettivi Stati, e proiettati all’approdo di nuove entità nazionali.

Nazione è una parola complessa, che assume una pluralità di significati a seconda del diverso contesto in cui viene utilizzata. Nell’ambito della storia del pensiero politico, l’idea moderna di nazione nasce con la fine del XVIII secolo e trova la sua consacrazione con il Romanticismo: essa affonda, infatti, le sue radici nella reazione alle tendenze cosmopolitiche e universalizzanti proprie dell’Illuminismo. Tra dimensione politica e dimensione linguistico-culturale, in Italia e Germania – per esempio – si forma una coscienza nazionale come frutto di processi culturali e linguistici. I sentimenti di appartenenza alla nazione rimarranno comunque confinati ai ceti privilegiati; e nel mondo tedesco, in particolare, non mancheranno manifestazioni di indifferenza o avversione per la nazione da parte di personalità eminenti. Se Leibniz dichiarava di essere interessato soltanto al bene del genere umano, Lessing considerava l’amor di patria «una debolezza eroica» dalla quale era «lieto di essere immune» e Schiller sosteneva che il solo oggetto degno del filosofo è l’umanità, di cui le nazioni non sono che frammenti.(1)

Una nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose, che in realtà sono una cosa sola, costituiscono quest’anima e questo principio spirituale; una è nel passato, l’altra nel presente. Una è il comune possesso di una ricca eredità di ricordi; l’altra è il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far valere l’eredità ricevuta indivisa. L’uomo non s’improvvisa. La nazione, come l’individuo, è il punto d’arrivo di un lungo passato di sforzi, di sacrifici e di dedizione. Il culto degli antenati è fra tutti il più legittimo; gli antenati ci hanno fatti ciò che siamo. Un passato eroico, grandi uomini, gloria (quella vera), è il capitale sociale su cui poggia un’idea nazionale. Avere glorie comuni nel passato, una volontà comune nel presente; aver compiuto grandi cose insieme, volerne fare altre ancora, ecco le condizioni essenziali per essere un popolo. Si ama in proporzione ai sacrifici fatti, ai mali sofferti insieme. Si ama la casa che si è costruita e che si lascia in eredità. Il canto spartano: “noi siamo quel che voi foste; saremo quel che voi siete” nella sua semplicità è l’inno abbreviato di ogni patria.

Nel passato, un’eredità di gloria e di rimpianti da condividere, per l’avvenire uno stesso  programma da realizzare; aver sofferto, gioito, sperato insieme, ecco ciò che vale più delle dogane in comune e più delle frontiere conformi ai princìpi strategici; ecco ciò che si comprende malgrado le diversità di razza e di lingua. Dicevo poco fa: «aver sofferto insieme»; sì, la sofferenza comune unisce più della gioia. In fatto di ricordi nazionali, i lutti valgono più dei trionfi, poiché impongono doveri e uno sforzo comune. (2) La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme. Una nazione non ha il diritto, più di quanto non lo abbia un re, di dire a una provincia: «Tu mi appartieni; ti prendo». Una provincia sono i suoi abitanti; se c’è qualcuno in questa faccenda che ha il diritto di essere consultato, è chi vi abita. Una nazione non ha mai un vero interesse ad annettersi un Paese contro la sua volontà. Si è padroni a casa propria solo quando non si ha alcuna pretesa di regnare fuori. Ogni paese che arriva ad esercitare un primato politico, intellettuale, religioso sugli altri popoli lo paga con la perdita della propria esistenza nazionale per secoli.

Se ora guardiamo alla nostra condizione di italiani, dobbiamo constatare che abbiamo molto sofferto, abbiamo e stiamo facendo enormi sacrifici, ma non siamo più disposti a compierne altri, perché principalmente non siamo mai stati consultati sulle questioni fondamentali dello stare insieme come nazione. La nazione Italia è sfrutto di guerre d’aggressione, spacciate dalla propaganda di regime come esaltanti eroismi. Cosa ci sia di eroico nella repressione del cosiddetto brigantaggio meridionale, è cosa che gli storici ci hanno documentato in barba ai festeggiamenti per il 150° unitarista. Inutile qui ritornarci. La prima guerra mondiale al di la’ delle sofferenze che ha arrecato ci ha dato il nazionalismo fascista e la seconda guerra mondiale. La democrazia (quale democrazia sia quella italiana è tutto da discutere) ci ha portato uno Stato che non è certo basato sul consenso. Infatti, a differenza di altri popoli e di altre nazioni, la Costituzione italiana non è mai stata approvata dal cosiddetto “popolo sovrano”. Quindi, per dirla con Ernest Renan, l’Italia è una nazione che si è formata contro la volontà dei popoli che abitano lo stivale. Siciliani e Alto-Atesini hanno ottenuto condizioni “speciali” grazie alla lotta armata. La Sardegna è “speciale” per ragioni culturali oltreché orografiche. La Valle d’Aosta è divenuta “speciale”, perché altrimenti si sarebbe svuotata della popolazione che andava oltralpe. Il Friuli-Venezia Giulia è divenuto “speciale”, perché in un determinato contesto geopolitico di contrapposizione Est-Ovest, è parso ai potenti che si doveva esibire il “Paradiso” occidentale, in contrapposizione all’”Inferno” comunista. Un po’ come s’è fatto a Berlino durante la guerra fredda.

Ora, come dicevamo, i Veneti sono considerati, a torto o a ragione, la punta avanzata dell’indipendentismo. Tuttavia essi non hanno ancora ben chiaro il punto d’approdo. Si affannano in lotte intestine e discussioni per un referendum consultivo, ma non hanno ancora disegnato la nuova nazione nella quale sarebbe anche solo desiderabile approdare. Alcuni – pochissimi in verità – vagheggiano la ricostituzione dell’antica Repubblica Serenissima. Ma ne mancano le condizioni: dov’è l’aristocrazia che la guidò e soprattutto la finanziò? Quali sono le leggi da essa recuperabili, e quali necessitano di aggiornamento-adeguamento? Dov’è la moralità pubblica che la caratterizzò? Qui semmai, abbiamo qualche dipendente pubblico (quindi un consumatore di tasse dalla dubbia moralità) che nelle ore d’ufficio si diletta a scrivere per commentare gli articoli di questo giornale, o di qualche blog indipendentista. Tsz! 

Potremmo esibire nomi, argomenti, date e orari dell’esercizio di tale dubbia moralità, sicuramente sanzionabile da una fiscalità persecutoria. Solo la carità cristiana c’induce a passare oltre.

Insomma, se l’Italia è allo sfascio e tanto prima riusciremo ad abbandonarla al suo destino, perché irriformabile, non voluta per consenso bensì per “concertazione” (usiamo il termine come un eufemismo, così evitiamo noie); appare altrettanto vero che gli indipendentisti di questa penisola non ci hanno ancora mostrato un punto d’approdo accettabile e desiderabile per una nuova nazione. Tanto prima risponderanno a questa esigenza, tanto più riceveranno il consenso che è necessario alla vittoria. Quanto all’argomento basato sull’autodeterminazione può essere inteso in due modi: da un lato come un richiamo al valore fondamentale dell’autodeterminazione per tutti i popoli o i gruppi etnici, dall’altro come un valido strumento atto a conseguire altri e più essenziali valori, come la preservazione culturale, la sopravvivenza e la giustizia. È, dunque, una risposta convincente a questa preservazione, sopravvivenza e giustizia che gli indipendentisti debbono fornire, invece di attardarsi in beghe di partito e referendum consultivi.

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NOTE:

(1) Treccani.it

(2) Ernest Renan:Cos’è una nazione – © 1993 – Donzelli editore

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4 Comments

  1. Rodolfo Piva says:

    …..lo sfascio della nazione italiana….. Io vedo solo lo stato italiano destinato a sfasciarsi. La nazione italiana non è mai esistita.

  2. caterina says:

    Sono d’accordo! I referendum consultivi sono degli inganni, delle prese per I fondelli tanto per far fare qualcosa e stare sulla scena specie se si dispone di strumenti per affabulare la gente a sue spese…
    Ma noi veneti, e attingendo direttamente alle nostre tasche per sostenerne I costi, nella primavera 2014 abbiamo votato in un referendum confermativo: Indipendenza SI o NO, e avendo stravinto il SI, abbiamo il diritto di essere e sentirci indipendenti secondo la proclamazione che subito e’ stata dichiarata…
    C’e’ chi ci crede in quello che fa e chi magari per comodita’ o superficialita’ se lo dimentica…. ma la costanza di chi persiste nel dare seguito allo straordinario evento frutto di impegno e convinzione alla fine sara’ premiata…
    Pacta sunt servanda!… vale per le persone serie e responsabili… per gl’imbonitori della politica non c’e’ niente che vale… solo il proprio interesse personale, e vince sempre la paura di compromettersi…

  3. gl lombardi cerri says:

    il confine naturale è quello che ha posto Dio: line
    a Gotica!

    • Stato Borbonico says:

      E’ vero gl lombardi cerri…i confini dovevano rispettarli anche i tuoi connazionali Garibaldi e i 1000 bergano bresciani delinquenti di rosso vestiti che hanno saccheggiato la Borbonia e portato via i Nostri denari…

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