Qual è la via migliore per costruire l’Europa dei popoli?

Il Meglio dell’Indipendenza

di ENZO TRENTIN

Non vi sono distinzioni universalmente accolte tra i concetti di rivoluzione, secessione e disobbedienza civile. In particolare, l’espressione «disobbedienza civile» riceve definizioni più o meno generiche a seconda dei vari autori. A differenza del rivoluzionario, l’obiettivo principale del secessionista non è quello di rovesciare il governo vigente, né quello di conseguire radicali riforme economiche o socio-politiche o costituzionali all’interno dello Stato esistente. Per cui c’è da rimanere perplessi di fronte ad alcuni partiti sedicenti indipendentisti che concorrono alle elezioni politico-amministrative del paese che desiderano abbandonare. Il secessionista vuole invece restringere la giurisdizione dello Stato in questione in modo che non includa il gruppo cui egli appartiene e il territorio occupato dal gruppo. La differenza essenziale tra secessione e rivoluzione è data dal fatto che una secessione ben condotta, volendo unicamente restringere il potere dello Stato e non distruggerlo, per attuarsi non richiede – così come invece richiede la rivoluzione – il rovesciamento di esso (pur non essendo escluso che ciò possa verificarsi anche in occasione di una secessione). Il secessionista non nega l’autorità politica dello Stato in quanto tale, ma solo l’autorità dello Stato su di lui, sugli altri membri del gruppo cui appartiene e sul territorio che essi occupano. Inoltre, la lotta per la secessione è una lotta per l’indipendenza dallo Stato da cui si vuole la secessione, e non necessariamente per una completa indipendenza politica.

Tempo fa, alcuni portavoce del governo lituano hanno respinto l’etichetta di «secessionisti», affermando che è scorretto qualificare in termini di secessione un movimento volto a recidere i legami con l’Unione Sovietica, in un paese – come la Lituania – che giuridicamente non ha mai fatto parte dell’Unione Sovietica stessa. L’elemento normativo che i lituani hanno voluto sottolineare è importantissimo: il loro paese fu annesso con la forza dall’Unione Sovietica, dopo un accordo tra Hitler e Stalin del 1940 cui fece seguito una ratifica legislativa. E questo, moralmente parlando, fa una gran differenza.

Non a caso l’indipendentismo veneto si riallaccia ad una storia che pur precedente, è assolutamente uguale a quella lituana. Infatti, il Veneto fu annesso all’Italia tramite accordi internazionali, che per aggravante furono anche in parte elusi: il 19 ottobre 1866 il Veneto veniva consegnato dai francesi a tre notabili in una stanza dell’Hotel Europa di Venezia e la Francia rinunciava anche a essere garante internazionale. Ma l’allora Presidente del governo italiano, Bettino Ricasoli, “interpreta pro domo sua i trattati”. In un suo libro dal titolo: «1866, anno della vergogna italiana. 19 ottobre 1866 – giorno di lutto per le genti venete», pubblicato nel 2000, il veneziano Luigi (Gigio) Zanon, ci spiega  con dovizia di particolari la vicenda. Sono riportati i documenti per comprenderla. Ci sono le raccomandazioni e rassicurazioni da parte di alcuni Comuni che sono la testimonianza di un risultato sconvolgente: i favorevoli al plebiscito risultarono essere addirittura il 99,9%. Si conferma: gli aventi diritto al voto erano allora solo 26% della popolazione: “maschi con più di 21 anni”. E ci sono molte altre singolari anomalie che, ovviamente, per brevità omettiamo. Del resto molti altri autori hanno analizzato e scritto su questo avvenimento che Montanelli chiamò “plebiscito burletta”, e tanti storici lo chiamano senza problemi “plebiscito truffa”.

Alcuni antisecessionisti sostengono che nel caratterizzare la secessione della parte progredita in termini di esclusione, si è tentati di assumere che, con la secessione, i ricchi vogliano venir meno agli obblighi di giustizia distributiva nei confronti dei poveri. Se il princìpio di giustizia distributiva richiede una certa ridistribuzione di benessere da chi sta meglio a chi sta peggio, e se questa ridistribuzione cessa quando la parte progredita si ritira dallo schema cooperativo in virtù del quale era unita alla parte depressa, allora potremmo concludere che la secessione della parte progredita è moralmente eccepibile. Se si assume che la maggiore ricchezza degli abitanti dell’area secessionista è dovuta, in larga parte, alle maggiori risorse naturali di quell’area, e se la totalità delle risorse naturali del paese appartengono all’intera popolazione del paese, allora potremo ugualmente concludere che la secessione della parte progredita è ingiusta. Naturalmente, entrambi questi assunti sono controversi.

Intanto sgombriamo il campo da equivoci. L’Italia è un paese privo di risorse naturali. Un po’ di petrolio lo si trova – semmai – in Basilicata, non in Veneto o comunque al nord. Se vi è una parte del paese che può considerarsi ricca (cosa ai giorni nostri opinabile, proprio per la pervasività, l’inefficienza ed il costante depauperamento di ogni risorsa a cura della partitocrazia dominante ed incontrastata, che mostra lo Stato come un predatore o al minimo negligente), è perché la fotografia del Meridione disegna un’area geografica in cui valgono le stesse leggi e le stesse procedure del resto d’Italia, ma che le applica peggio e male, facendo annullare anche il vantaggio di un costo del lavoro relativamente più basso; la scarsa dotazione finanziaria delle imprese meridionali, tipicamente piccole, poco innovative, e rivolte principalmente al solo mercato domestico fa sì che le stesse non si sviluppino, non riescano ad accumulare capitale (tra l’altro le imprese meridionali, anche medie, non hanno gli stessi livelli di profitto delle similari imprese settentrionali) e paghino di più i finanziamenti esterni, che peraltro sono anche inferiori rispetto al resto del paese, proprio per la maggiore rischiosità delle imprese stesse.

La Pubblica Amministrazione oltre che essere palesemente insufficiente e incompetente nell’erogazione dei servizi è costosa, oltre che essere stata utilizzata per strumenti “impropri”, quali assunzioni clientelari, fasulle e assolutamente non necessarie, distorcendo ulteriormente l’economia meridionale. I trasferimenti statali, quelli che in una visione keynesiana, dovrebbero/potrebbero aiutare a colmare la distanza, sono oramai praticamente nulli, sostituiti da un puro e semplice clientelismo a fini reddituali, e comunque, visti i precedenti è solo un bene. Quindi? Quindi parliamo di un altro paese, non di un’altra area dello stesso paese. Quindi, se volessimo davvero parlare di “questione meridionale” dovremmo seriamente cominciare a parlare di “questione dello Stato meridionale”. La famigerata frase “L’Italia è fatta, adesso dobbiamo fare gli italiani” dovrebbe essere quindi riscritta L’Italia è disfatta, prendiamone atto”, e agiamo di conseguenza, per evitare di precipitare ulteriormente. Cronaca di una morte annunciata, appunto. (1)

Ci si potrebbe accusare di non aver portato nulla di nuovo al dibattito. Nello studiare l’economia meridionale la prima cosa che salta all’occhio è la frase “industria turistica”, ripetuta in tutte le salse. Tutto sommato al meridione c’è un patrimonio inestimabile di ricchezze storiche e naturali, che è lì, si deve solo sfruttare. Appunto. Secondo il rapporto sul turismo mondiale l’Italia si colloca al 134° posto (su 140…) per la competitività sui prezzi, e al 100° posto per le regole “politiche” come insieme (leggi: burocrazia), e siamo al 135° posto per la trasparenza del regolatore politico in particolare, last but not least siamo al 116° posto per il marketing turistico (il portale www.italia.it  dice qualcosa a qualcuno ?). In questo quadro si dovrebbe inserire il “turismo al meridione”. Abbandonando l’economia e andando brutalmente su Trip Advisor scopri che il museo più gradito d’Italia è a Napoli. Beh, facile direte voi, c’è Pompei, il Museo Nazionale con i tesori di Pompei ed Ercolano, curati dal MiBAC… Sbagliato. Il Museo è la Cappella del Principe di Sansevero. Ed è privato. 2 + 2 =…

Non si può nemmeno sostenere che la questione della partitocrazia imperante sia limitata al dopo II G.M. considerato che Giuseppe Prezzolini scrisse nel 1910, quando, dinanzi alla sempre più evidente decomposizione del sistema politico italiano, in un celebre editoriale della «Voce» pose – a se stesso e alla propria generazione – la classica domanda sul Che fare? Affermando: «La democrazia presente non contenta più gli animi degli onesti. Essa non rappresenta ormai che un abbassamento di ogni limite, per fare credere d’avere innalzato gli individui: mentre non si è fatto che l’interesse dei più avidi e prepotenti. Nelle elezioni trionfa il denaro, il favore, l’imbroglio; ma non accettare tali mezzi è considerato come un’ingenuità imperdonabile. Alle clientele clericali succedono le radicali, e mutato il cartello la gente resta la stessa. Tutto cade. Ogni ideale svanisce. I partiti non esistono più, ma soltanto gruppetti e clientele. Dal Parlamento il triste stato si ripercuote nel paese… Tutto si frantuma. Le grandi forze cedono di fronte a uno spappolamento e disgregamento morale di tutti i centri di unione. Lo schifo è enorme. I migliori non han più fiducia. I giovani, se non sono arrivisti e senza spina dorsale, non entrano più nei partiti. Nelle università manca ogni moto e ogni fervore… La confusione, il disgusto, il disordine son tali che ne risentono anche i migliori…». È molto difficile sottrarsi alla tentazione di riconoscervi un ritratto impietoso dell’Italia contemporanea, malgrado queste parole risalgano a più di un secolo fa.

Il primo passo verso il mutamento – o, più propriamente, una rivoluzione concettuale – è di esplorare la possibilità che un diritto di secessione possa essere ammorbidito, sviluppando alcune ineccepibili restrizioni alla sua portata che lo rendano di più facile accoglimento. Ma la domanda è: tali restrizioni possono essere elaborate dallo Stato (ottocentesco) che può subire la secessione? O più democraticamente dobbiamo accettare che i vari popoli: scozzese, catalano, fiammingo, basco, corso, tirolese, veneto, lombardo, siciliano, sardo, etc. decidano essi stessi, a loro maggioranza, per l’autodeterminazione o meno?

Gli antisecessionisti obietteranno che un diritto di secessione illimitato per ogni gruppo etnico o «popolo» rappresenterebbe indubbiamente un pericolo; ma questa non rappresenta l’unica alternativa. La risposta appropriata consiste nel fornire argomenti essenziali per stabilire quando una secessione risulti giustificata, unitamente a vincoli procedurali e istituzionali riguardanti l’esercizio del diritto di secessione. E sinora di questi non si vede l’ombra.

Di contro per costruire l’Europa dei popoli è necessario sottolineare che una nuova tappa nel processo di integrazione europea fu intrapresa proprio con l’istituzione delle Comunità europee per favorire l’unione sempre più stretta fra i popoli dell’Europa. Una volontà espressa a Maastricht nel 1992 dai firmatari del trattato sull’Unione europea è, appunto, quella di un’Europa dei popoli. Il trattato ha anche istituito una «cittadinanza europea» che completa la cittadinanza nazionale, senza sostituirla. Questa nozione di cittadinanza europea traduce i valori fondamentali condivisi dagli europei e sui quali si fonda la costruzione dell’Europa. Un’Europa delle molteplicità, ma anche un’Europa che diffonde i valori della diversità e del dialogo culturale oltre i suoi confini. Questa preoccupazione è il punto fondamentale degli accordi che l’Unione ha concluso. E che ci sia bisogno di un’Europa diversa da quella dei banchieri, ci pare sia oramai chiaro a tutti. Politicanti esclusi, ovviamente.

 

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