PUTIN TORNA “ZAR” DELLA RUSSIA CON OLTRE IL 64%

di REDAZIONE

 Piange commosso per la vittoria, davanti a 100 mila fan riuniti sotto le mura del Cremlino, l’uomo dagli occhi di ghiaccio, l’ex spia del Kgb che, in una gara contro se stesso, è riuscito a tornare al Cremlino per la terza volta sbaragliando con circa il 64,3% (a metà scrutinio) rivali perdenti in partenza o lasciati negli spogliatoi. «Vi avevo promesso di vincere, e noi abbiamo vinto in una lotta aperta e onesta», ha arringato Putin con toni battaglieri una folla tricolore in tripudio, salendo sul palco insieme al fido presidente Medvedev. Poi ha accusato l’opposizione di eversione: «La nostra gente Š in grado di distinguere il desiderio di rinnovamento dai tentativi di organizzare le provocazioni politiche per distruggere l’ordinamento statale e usurpare il potere». Cori di «Putin, Putin». Il voto, incalza, è stato «un test per tutto il popolo sulla maturità politica, sull’indipendenza e sull’autodeterminazione». Ma è stato un test soprattutto per lui, che aveva trasformato queste elezioni in un referendum sulla propria persona dopo essere diventato da tre mesi il bersaglio di una inedita, da queste parti, contestazione di piazza. Ha vinto, ma non ha stravinto. La sua percentuale, che rispecchia i sondaggi della vigilia, se da un lato gli riconferma la maggioranza del Paese nonostante i brogli denunciati dall’opposizione, dall’altro registra un calo della sua popolarità: quasi il 10% in meno rispetto alle sue precedenti presidenziali nel 2004 (71,3%), ma oltre il 15% se si considera l’apice del suo consenso quando nel 2008 lasciò il Cremlino con una Russia in pieno boom e tornata superpotenza mondiale. Se si considera anche l’astensionismo, con il calo dell’affluenza dal 69,7% al 63,3%, significa che esiste quasi un 40% del Paese non rappresentato, in gran parte quello che è sceso in piazza contro di lui e che domani tornerà a farlo in piazza Pushkin a Mosca, con scenari ancora imprevedibili.

Putin torna zar, ma è uno zar più solo, con sfide più difficili, ormai dissacrato dalla piazza e da internet. Una fetta del Paese preme con le sue istanze democratiche, insofferente a corruzione, abusi, censura e burocrazia, ma anche con i suoi timori tutti economici di una stagnazione brezneviana, di una paralisi del Paese che, dopo aver conosciuto il boom, ha cominciato a frenare. E se le iniziative della piazza gli appaiono «provocazioni» destabilizzanti, dovrà rispondere almeno a quel desiderio di rinnovamento che attribuisce solo ai suoi sostenitori. Dalle risposte di Putin III dipenderà l’evoluzione della protesta. E la durata del suo nuovo mandato, ora allungato a sei anni, con la possibilità di ricandidarsi mantenendo il potere sino al 2024, ossia un quarto di secolo: meno solo di Stalin. Soltanto Putin potrà dimostrare che questo non è, come sostengono alcuni analisti, «l’inizio della sua fine», ma l’inizio di una nuova fase. Una sfida ardua: per i suoi detrattori, infatti, dovrebbe distruggere la casa che ha costruito in tutti questi anni.

Per ora, tuttavia, ha superato l’ostacolo del voto con una vittoria indiscutibile al primo turno: il leader vetero comunista Ghennadi Ziuganov, eterno secondo, si è fermato al 17,1%. Gli altri tre sono fermi ad una cifra, con la sorpresa dell’oligarca Mikhail Prokhorov al terzo posto con il 6,9%, davanti al leader ultranazionalista Vladimir Zhirinovski (6,7%) e al grigio capo del partito Russia Giusta Mironov (3,7%). Tutti hanno denunciato brogli, in particolare «caroselli», ossia le comitive di elettori trasportati con pullman per votare in più seggi, generalmente a favore del partito putiniano Russia Unita. Ziuganov si è rifiutato di riconoscere queste elezioni come «oneste, libere e dignitose». Prokhorov però non ha alzato la voce, confessando di aver accettato di correre con «regole altrui» solo per gettare le basi del suo partito. Da queste elezioni, le più monitorate della storia russa, tra webcam e osservatori, la vittoria di Putin esce comunque indiscussa, nonostante i forti condizionamenti della campagna elettorale, dall’abuso delle risorse amministrative al monopolio tv. Il problema di fondo è che la sua corsa era senza veri concorrenti e che in Russia fatica ad emergere una alternativa. L’opposizione di piazza, che non è riuscita a concordare neppure una strategia in vista del voto procedendo in ordine sparso (chi ha votato Prokhorov, chi Ziuganov, chi ha annullato la scheda, chi non è andato a votare), torna a protestare domani a Mosca, in una città già invasa dai fan di Putin e presidiata dalla polizia. Ma il trionfo di Putin potrebbe spegnere l’entusiasmo dei «decabristi».

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One Comment

  1. Antonio Baldini says:

    Urgono decisioni forti dell’UE, di fronte al consolidarsi di un potere che più dura, più diventa pericoloso. Abolizione dei visti e delle chiusure economiche, moltiplicazione dei contatti e agevolazioni per i russi. Il terreno crollerebbe sotto i piedi allo spione ex stalinista e non gli darebbe motivo di alimentare ancora contrasti con l’Europa e l’Occidente. I burocrati di Bruxelles devono darsi una mossa e farla finita con le chiusure.

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