Natuzzi in crisi, sono quasi 1.800 gli esuberi in Puglia

di REDAZIONE

La Natuzzi annuncia 1.726 esuberi. L’azienda ha presentato  il nuovo piano industriale che prevede ben 1.726 esuberi, dei quali 1.580 nella produzione e 146 negli uffici. Per protestare contro questa decisione Feneal-Uil, Filca-Cisl e Fillea-Cgil hanno dichiarato lo sciopero generale degli stabilimenti Natuzzi a partire da domani e hanno chiesto alla Presidenza del consiglio dei ministri, al ministero dello Sviluppo economico, al ministero del Lavoro, la convocazione urgente di un tavolo alla presenza dei presidenti delle regioni Puglia e Basilicata.

Per il sindacato, il piano “è semplicemente vergognoso”, così sentenzia il segretario nazionale della Filca-Cisl, Paolo Acciai. “Far ricadere solo sui lavoratori le conseguenze di una gestione aziendale a dir poco fallimentare è profondamente sbagliato e ingiusto. Ci opporremo con ogni mezzo alle intenzioni dell’azienda, che se attuate avrebbero conseguenze sociali inimmaginabili”. Il gruppo Natuzzi di Santeramo in Colle (Bari), ha annunciato di chiudere gli stabilimenti di Ginosa (Taranto) e Matera. Il gruppo conta 7.000 dipendenti totali, 5 stabilimenti in Italia con 3.175 addetti, più 1.340 nell’indotto.

Nel frattempo, la Presidenza della Regione Puglia rassicura i lavoratori e i sindacati a suon di promesse sul fatto che l’attenzione sulla delicata vertenza Natuzzi, da parte delle istituzioni regionali, è massima e che la scelta dell’azienda di spostare il tavolo a Roma non avrà effetti sulla costanza e sulla continuità dell’impegno di Via Capruzzi. Che ha già annunciato l’intenzione di convocare in Puglia, immediatamente dopo l’incontro romano, con Vendola a presiedere.

Natuzzi è uno di quegli esempi di cui lo stesso Vendola s’è sempre vantato durante i dibattiti televisivi in periodo elettorale. Ma ora, i nodi veri vengono al pettine…

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7 Comments

  1. Albert Nextein says:

    No.
    La proprietà chiude baracca.
    Paga tutti in anticipo, liquidazioni comprese.
    Poi coloro che sono rimasti senza lavoro si rivolgano direttamente a chi ha comandato in italia, togliendo libertà a tutti, rendendo impossibile fare impresa, impestando gli operatori con tasse e burocrazia demenziali e da esproprio.
    Si rivolgono al loro vero nemico, che non è la proprietà, ma lo stato ladro.
    Direttamente e dovunque.
    Muniti di spranghe, mazze, bastoni, anche chiodati.

    I licenziati devono farsi una sola domanda.
    Perché il signor Natuzzi produce meglio fuori dall’italia?
    Perché il prodotto italiano è fuori mercato?

    Devono porsi delle domande del genere, mettendosi nei panni di chi ha dato loro lavoro fino ad oggi, e chiedersi perché da oggi in poi non ci sarà più lavoro in italia per le aziende di Natuzzi.
    Dura la verità, vero?

    Natuzzi è un industriale, non è un filantropo.
    Va e impianta aziende dove gli conviene, dove le tasse sono basse, i sindacati non sono partiti politici obsoleti, dove la giustizia è efficiente, dove le infrastrutture impeccabili, dove l’energia costa meno.
    E dove la mano d’opera è più efficiente e produttiva.

    • Marco says:

      E’ colpa degli operai se l’Italia è un paese con una burocrazia faragginosa e una tassazione esasperante? Dubito che gli operai serbi, polacchi o rumeni siano più efficienti e produttivi degli operai pugliesi o italiani in generale..direi che la Natuzzi è solo più attratta dal fatto che in quei paesi gli operai lavorano 12 ore al giorno (se non di più) per quattro noccioline.

      • Roberto Porcù says:

        Bada che non è vero che gli operai all’estero lavorano per quattro noccioline.
        Nel mercato il lavoro è valutato al minimo, sia il lavoro di un dipendente che quello di una azienda che produca beni nella scelta dei quali io, acquirente, mi rivolgo dove vedo più conveniente il rapporto qualità/prezzo.
        La specifica retribuzione di un operaio, non si discosta molto dall’antico rapporto di schiavitù.
        Io “padrone” ricompenso in natura con un po’ di più di ciò che sia indispensabile ai miei schiavi per vivere bene in salute e continuare a produrre per me.
        Io “datore di lavoro” ricompenso i miei dipendenti con un po’ più del denaro che sia loro indispensabile per vivere e continuare a produrre per me.
        Il “po’ di più” è in relazione al contesto ambientale, al costo della vita ed il padrone o il datore di lavoro hanno sempre interesse a ché i loro lavoratori stiano bene in salute e siano soddisfatti.
        In Italia le retribuzioni sono alte ed il costo della vita è alto, ma i servizi sono bassi e ciascuno deve arrangiarsi come può.
        I lavoratori dipendenti sono ciullati in modo sottile affinché non abbiano a rendersi conto di quanto percepiscano e devolgano al carrozzone pubblico.
        Conosco diversi imprenditori che hanno spostato la produzione, da parte loro sento vantare una minore tassazione dell’impresa e degli utili, un rapporto non conflittuale con il sistema pubblico che considera le imprese fonte di benessere e non gli imprenditori evasori/inquinatori/sfruttatori e ché altro da controllare e castigare in ogni modo.
        Non sento imprenditori vantarsi di pagare altrove quattro noccioline per 12 ore, dove il lavoro è pagato meno c’è anche una resa minore e l’operaio italiano è un ottimo lavoratore.
        La ciullata, ripeto, è che al lavoratore produttivo italiano viene imboscato, sindacati conniventi, parte del reddito.
        Sento invece in televisione dire che le imprese vanno dove pagano meno (sfruttano di più) i lavoratori e questa è un’altra delle menzogna sulle quali si regge il castello di carta della burocrazia italiana.
        Ho scritto in fretta e forse mi sono spiegato male, ma il concetto spero sia comunque chiaro.

        • Marco says:

          Si è anche vero come dici tu! Però io ritengo doveroso quantomeno che lo stato italiano in caso di delocalizzazione pretenda la restituzione di fondi e/o sussidi vari di cui l’azienda ha beneficiato. Non è tollerabile un altro caso come Termini Imerese, dove la FIAT dopo anni di contributi statali e regionali ha chiuso tutto trasferendo la produzione in Serbia con tanti saluti ai 1900 operai siciliani. Questo è solo uno dei tanti esempi. Vuoi andare all’estero perchè (putroppo è vero) è più facile fare impresa, senza burocrazia ne tassazione esasperante? Benissimo! Però se hai preso sussidi, prima di delocalizzare devi restituirli! Deve finire questo “prendo sussidi e poi vado all’estero”. Ci sono stati e ci sono troppi casi come questo. Non è più tollerabile.

        • Marco says:

          Ovviamente non mi riferisco al piccolo imprenditore che strangolato da burocrazia e tasse delocalizza in Svizzera. Mi riferisco ai colossi come la FIAT, Natuzzi, Omsa, Indesit ecc ecc..

  2. Dan says:

    Le fabbriche che cercano di chiudere e scappare all’estero vanno occupate, espropriate ed autogestite.
    Si continua a produrre, si vendono i prodotti, non si paga più un euro allo stato ladro, si dividono i proventi tra i lavoratori.

    E’ brutto constatare che alla fine si dovrà tornare ad un modello stile soviet ma la cosa è andata troppo oltre.

    • Matteo Pasquetto says:

      Per carità! Meglio affrontare lo stato, ridurlo ai minimi termini e poi richiamare chi è andato via. A chi vuole fare impresa, ponti d’oro.

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