Proposta di legge elettorale: vediamo se M5S e Lega hanno coraggio

di REDAZIONE

Grazie alle tardive trovate della Consulta e all’affettuoso  incontro fra Berlusconi e Renzi, in questi giorni non si parla che di legge elettorale. Tutti parlano e pongono paletti ma in realtà nessuno ha prodotto alcun documento. La sola cosa che circola è un pateracchio denominato con scarsa prudenza “Italicum”, un nome pericoloso  e sfigato, che ricorda sia itala radice che un treno sinistro.

Finirà male.

Proviamo qui a riprendere alcune idee già pubblicate su “L’Indipendenza” e a farne una proposta liberale e autonomista.

Gli obiettivi di una legge elettorale per le elezioni politiche statali dovrebbero essere i seguenti:

1) Consentire la più libera espressione della volontà popolare nella scelta dei partiti e degli eletti;

2) Dare visibilità al dissenso;

3) Differenziare la Camera dal Senato e spezzare il circolo vizioso del bicameralismo perfetto;

4) Riconoscere l’autonomia e il valore della contribuzione al bene comune delle diverse comunità;

5) Ridurre drasticamente il numero degli eletti e i costi della politica;

6) Assicurare un livello minimo di governabilità.

 

Per raggiungere tali obiettivi possono servire talune linee guida.

Le due Camere  devono essere elette con sistemi elettorali diversi e avere attribuzioni di competenza decisamente differenziate: il Senato si dovrebbe essenzialmente occupare di problemi di autonomia, decentramento, federalismo e dei rapporti fra le comunità e lo Stato.

Oggi le due Camere sono invece elette con sistemi molto simili e hanno perciò composizione analoga.  Occorre differenziare gli schemi di rappresentanza collegandoli a due pilastri portanti di ogni comunità: il numero di cittadini e il loro apporto al bene comune.

Così  la Camera dei Deputati andrebbe eletta sulla base del numero degli abitanti  e il Senato sul Pil prodotto dal territorio.

Resterebbe il sacrosanto principio del suffragio universale ma si costruirebbero due assemblee basate su sistemi di rappresentanza diversi, dando l’importanza che merita al contributo delle comunità al bene comune. Non si tratta di un voto per censo, che contrasterebbe con l’uguaglianza politica dei cittadini, ma del riconoscimento del rapporto tassazione-rappresentanza, una sorta di estensione derivata dal principio “no taxation without representation”, coniugato sul giusto riconoscimento che chi più paga in tasse debba avere più voce in capitolo nella loro gestione: niente di diverso dai millesimi delle assemblee di condominio e del possesso dalle azioni delle assemblee societarie.

La cosa potrebbe avvenire così: stabilito il numero dei senatori (ad esempio 150), li si attribuisce alle regioni (o ad accorpamenti di regioni) sulla base del Pil reale calcolato sulla media degli ultimi cinque anni. Le regioni sarebbero così rappresentate non in base al numero dei loro abitanti (e cioè alla loro grandezza demografica) ma in virtù della loro produttività e tassazione. Dal computo del Pil dovrebbero essere esclusi tutti i redditi derivanti dal pubblico impiego. Si dovrà naturalmente assicurare a tutte le Regioni, anche alle più piccole e meno produttive, una rappresentanza.

Ogni Regione dovrà liberamente decidere il sistema elettorale con cui eleggere i propri senatori: per elezione diretta o su scelta delle Assemblee regionali.

Per la Camera invece i deputati vengono designati in proporzione al numero dei voti nella misura di un eletto ogni 100.000 voti effettivamente espressi. Questo significa che l’astensione sarà in qualche modo rappresentata e visualizzata  dai banchi vuoti nell’Aula, e quindi avrà peso elettorale come ogni altra opinione espressa.

Il voto è rigidamente proporzionale, con la possibilità di esprimere più preferenze (ci sono tutte le possibilità di evitare brogli) e sono rappresentati tutti i partiti che ottengono almeno 100.000 voti su base statale.  Viene eletto chi ha più preferenze all’interno di una distribuzione di seggi  calcolata sui quorum pieni  di collegio e sulle frazioni recuperate a scala nazionale, come è avvenuto per decenni prima che si cambiasse il vecchio sistema proporzionale puro.

Per garantire la governabilità, il Premier indicato dal partito o dalla coalizione vincente che abbia raggiunto almeno il 40% dei voti espressi, riceve un “bonus” di voti assembleari che gli consentono di arrivare al 55% e che è collegato alla sua persona (cioè il suo voto vale il “bonus”) e che dura fino a che i parlamentari “veri” della sua parte gli assicurano la fiducia. In caso di fine di una maggioranza, il “bonus” scompare e anche il leader torna a contare solo per uno.

Facciamo un esempio numerico. Su 40milioni di aventi diritto, votano solo in 30 milioni: i deputati saranno perciò solo 300.  Se cinque liste ricevono rispettivamente il 41%, il 30%, il 20%, il 7%  e il 2%, esse avranno nell’ordine: 123, 90, 60, 21 e 6 eletti. La maggioranza del 55% prevede 165 deputati: il  leader del partito di maggioranza relativa conterà nelle votazioni per 42 voti (il suo più i 41 voti del “bonus”).

Il sistema qui schematizzato raggiunge alcuni obiettivi: 1) consente la presenza in Parlamento di tutti i gruppi e le opinioni anche ampiamente minoritarie e la nascita di nuovi movimenti (per presentare una lista bastano 100 firme da un notaio accompagnate da un congruo deposito cauzionale: fine delle firme fasulle e delle liste patacca!); 2) diminuisce di molto il numero dei parlamentari: 150 al Senato (nella nostra ipotesi) e circa 300 (con gli attuali livelli di astensione) alla Camera; 3) consente di offrire alla coalizione vincente un solido margine di maggioranza senza aumentare il numero dei parlamentari; 4) differenzia nettamente le due Camere, cui dovranno di conseguenza essere anche affidati compiti e competenze diversi; 5) da voce concreta alle reali differenze regionali premiando chi più contribuisce al benessere comune; 6) nessuno verrà escluso, non ci saranno sbarramenti, ogni opinione o minoranza sarà rappresentata.

Noi buttiamo lì una proposta che dovrebbe interessare chi vuole davvero una rappresentanza democratica, chi vuole colpire lo strapotere della casta e dei partiti, chi vuole risparmiare risorse e dare voce a tutte le istanze.

Vediamo se il principale partito autonomista (la Lega) e quello che vuole cambiare tutto (il 5 Stelle) avranno il coraggio, l’intelligenza e la coerenza di proporre una cosa del genere.


 

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8 Comments

  1. Marco Green says:

    Riguardo all’ultima proposta di legge elettorale renziana, abbiamo ancora una volta l’idea di come tutto il sistema del regime italico sappia essere ridicolo.

    Una legge vergognosa, con un numero di “aggiustamenti” degni del più “accorto” truffatore levantino, fatti nel patetico tentativo di imporre (ancora una volta) il bipolarismo; una legge-minestrone che, in quanto a coefficiente suino non ha nulla da invidiare alla precedente legge Calderoli, viene invece esaltata dai media in ginocchio in modo insensato.

    L’hanno chiamata “Italicum”, nome pomposo per gli italiani e pompesco per gli stranieri, subito accettato e diffuso, senza senso del ridicolo, da quei politici, politologi e giornalisti che definivano “Porcellum” la legge Calderoli il quale, almeno, volava basso, a differenza di un Renzi che si dà addirittura arie da grande statista, avendo scomodato anche il superespertone di turno, prof. Roberto D’alimonte.

    Prof. D’Alimonte, temo che i politologi stranieri si metteranno a ridere leggendo dell’ “Italicum”; penseranno che è una roba da paese delle banane questo accanimento nel tentativo di imporre a tutti i costi il bipolarismo; non credo che tra le avanzate democrazie occidentali ci siano paesì “seri” che riuscirebbero anche solo ad avvicinarsi a una combinazione così complessa, assurda e limitante per la competizione democratica e l’espressione della sovranità popolare.
    Le democrazie serie hanno sistemi più semplici e comunque senza premi di maggioranza.
    La possibilità che dalle urne possa non uscire una maggioranza parlamentare assoluta è prevista e accettata.
    In Italia, invece, come al solito, si cade nel ridicolo; probabilmente molti suoi colleghi esteri parleranno del sistema elettorale da voi proposto come di un sottoprodotto di scarto (scoria = scum) del sistema italico, incapace di darsi una linea e di riuscire a trovare in Parlamento un equilibrio tra le vari interessi rappresentati; ora la dominante accoppiata Renzi – Berlusconi cerca una nuova rottura, una via autoritaria, e si comincia con l’imporre questo sistema elettorale – scoria.
    In effetti c’è il rischio che all’estero finiscano per metterci una “S” davanti a quel “cum”

  2. Giancarlo says:

    L’ultima frase del pezzo è una specie di domanda retorica, vero? O almeno si spera. I 5stelle hanno già dimostrato fin troppo la loro pochezza, la loro ridicolaggine e la loro incompetenza, unita al fatto di essere burattini nelle mani della premiata ditta Grillo&Casaleggio, ennesima variante del pifferaio magico peninsulare. Due nomi per tutti: Crimi e Lombardi. Quanto alla Lega Merd, già si sta agitando perché la soglia del 5% è troppo alta, senza che nessuno di loro dica niente contro la mostruosità del 35% sufficiente per far scattare il premio di maggioranza. E’ probabile che il Banana finirà per avere un occhio di riguardo per la faccenda del 5%, valutando le proprie convenienze. Abbassandola al 4 o magari al 3, la Lega Merd avrebbe speranze di rientrare in gioco, e così Alfano, centristi ecc., poi tutti insieme appassionatamente in coalizione di nuovo con il Banana, et voila, raggiungere il 35% potrebbe essere un giochetto da ragazzi.

  3. max says:

    Il premio di maggioranza dopo che è stato sfruttato da Pd e Pdl viene contestato dalla corte costituzionale come anticostituzionale cose da pazzi,ed ora il parolaio e il nano di Arcore lo ripropongono ancora davanti ad una tazza di tea.
    Ma la gente ha già espresso anni fa con il proprio voto quale legge elettorale voleva ed era il maggioritario con le preferenze.
    Hanno fatto tutti una cagnara gigantesca quando Berlusconi riuniva i ministri a casa sua i fatto-comunisti gridavano al golpe,ora che in barba a tutti la legge elettorale la fanno a casa di Renzi.

  4. enrico says:

    Un bello sforzo di elaborazione. Non c’è che dire. Buonissima la proposta di ”togliere” il voto ai dipendenti pubblici come diceva MIGLIO…

  5. Marco Green says:

    Riguardo a questa proposta, al di là del discorso sul superamento del bicameralismo perfetto e sul nuovo ruolo del Senato, continuo ad essere contrario a ogni ipotesi di premio di maggioranza per il parlamento romano: la rappresentatività di una collettività così eterogenea è troppo importante per sacrificarla all’ “obbligo” della governabilità.
    Se dal voto non esce una chiara maggioranza i partiti hanno il dovere di cercare un accordo; se non lo si trova si ritorna alle urne e i cittadini si regolano di conseguenza.

    Tornando a questa proposta, riiferendosi al discorso della Camera dei Deputati, sarebbe assurdo che la Lega appoggiasse una legge elettorale di questo tipo proprio a causa della previsione del bonus parlamentare per il premier, con i conseguenti effetti bipolarizzanti (obbligandola, tendenzialmente, a cercare alleanze preelettorali per non essere esposta alla penalizzazione del “voto utile”), nazionalisti e centralisti (per come si influenza l’elettorato in campagna elettorale, per la mentalità, per come si comportano i media e per il fatto che si favorisca il prevalere di due grossi partiti di quel tipo).

  6. kahhhtt (Il colpo di tosse) says:

    Una legge elettorale come questa, se mai arriverà a vedere la luce, lo farà dopo esseere stata imposta con l’ uso della forza (temo).
    Davvero credete che i farabutti che stanno appollaiati sui rami del parlamento sarebbero disposti a tagliare il ramo su cui siedono?
    Io credo una cosa (l’ ho già detto): Con le buone non se ne andranno. Occorrerà scacciarli per forza o per fame.
    Per affamarli basterebbe solo chiudere i cordoni della borsa. Ma farlo tutti.
    Salute !

  7. xyzxyz44 says:

    Gli m5s non devono essere assolutamente considerati, ma semmai lasciati cuocere nel loro brodo.
    E poi loro sono per il proporzionale puro e per il bicameralismo perfetto, insomma i grandi’ rivoluzionari’ pentastellati sono per lo status quo.

  8. Caro Direttore, ma CHISSENEFREGA!

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