PRODURRE FRANCESE? UNA STRATEGIA SUICIDA

di VINCENT BERNARD*

A ogni elezione, in modo iterativo, ritornano sempre gli stessi temi. Oggi, uno di questi “mantra” della vita politica è la “rilocalizzazione” dell’industria francese, sorgente di misure supposte a favorirla, tra le quali emerge la famosa IVA sociale, per finanziare la previdenza. Ma certi candidati prospettano un ritorno a un protezionismo molto più stringente, che sia europeo o, peggio ancora, nazionale.

Nel difficile periodo economico che attraversiamo, queste politiche protezionistiche, che siano rivendicate o mascherate, sarebbero assolutamente suicide. Vediamone il perché.  Da dove viene il valore di quanto consumiamo?

Quando comperate un giocattolo, uno smartphone, un computer o un’apparecchiatura elettrica, è molto probabile che siano stati fabbricati in Cina o nel sud-est asiatico. Il politico demagogico vi vedrà un’inaccettabile invasione di prodotti “stranieri”. Tuttavia, ci sono buone probabilità che la realtà sia molto più complessa. Così, una gran parte di questi prodotti sarà certamente stata fabbricata in Cina. Ma prima di essere fabbricati, questi articoli saranno stati studiati e progettati, poi venduti, il che presuppone di aver ben delineato il potenziale consumatore.

Ora, quando si osserva un prodotto moderno, si constata che il suo valore proviene molto più dal soddisfacimento dei bisogni che suscita nei consumatori, o dall’apprezzamento che ha la sua marca, piuttosto che dal solo fatto di essere stato fabbricato. In più, la capacità da parte di numerosi intermediari di fornirci questi prodotti vicino a casa nostra, o addirittura a casa nostra, aggiunge a questi “prodotti” un valore immenso. Dei computer che restassero nei magazzini di Lenovo, senza la catena di rifornimento che permette a questi prodotti di percorrere migliaia di chilometri, avrebbero ai nostro occhi scarsissimo valore.

In altre parole, in un mondo in cui migliaia di concorrenti combattono per conquistarsi il portafoglio della casalinga o dello yuppie, la capacità che ha un prodotto di farsi conoscere, di sedurre, di adattarsi meglio ai bisogni del consumatore, di essergli consegnato, di avere un servizio post-vendita e di avere annesse prestazioni di qualità, contano tanto quanto la fabbricazione dello stesso prodotto o, sempre più frequentemente, molto di più.

Il valore aggiunto è la chiave. Il Valore Aggiunto (VA) è, ancora e sempre, la base di tutta l’economia. Quando vendete un prodotto “Made in China” o “Made in Mexico”, voi importate certo un valore aggiunto dalla fabbricazione creato in questi paesi, ma incassate allo stesso modo il valore aggiunto creato dalla progettazione, dal marketing e dalla distribuzione di questo prodotto, che possono essere in parte di casa vostra. O di altrove. E questi valori aggiunti possono essere infinitamente superiori a quelli apportati dalla semplice fabbricazione del prodotto.

E naturalmente, quando il cattivo industriale americano fa fabbricare in Cina un prodotto venduto in Brasile, ideato da una società di design francese, la Francia recupera una piccola parte della vendita fatta in Brasile. In breve, un po’ dappertutto, imprese di tutti i paesi recuperano un po’ del valore aggiunto dalle transazioni effettuate nel mondo intero.

Georges Kaplan illustra benissimo questo principio in un articolo di cui copio un estratto:

“L’esempio classico è l’i-Phone della Apple che, come certamente saprete, viene assemblato dalla Foxconn a Shenzhen. Ecco i fatti: per far produrre un i-Phone avete bisogno di $172,46 di componenti prodotti principalmente dalla Toshiba (Giappone), Samsung (Corea del Sud), Infineon (Germania) e da qualche impresa americana come Broadcom, Numonyx e Cirrus Logic. Questi componenti sono importati dalla Cina poi assemblati da Foxconn, con un costo per apparecchio di $6,5. Quando il prodotto è finito viene direttamente consegnato al vostro domicilio e passa la dogana con un franco a bordo di $178,96. In termini di contabilità nazionale, noi abbiamo veramente importato un i-Phone “Made in China” per un valore di $178,96, ma quanto dimostra l’esempio è che quello che è effettivamente “Made in China”, sono i $6,5 di assemblaggio – ossia il 3,6% del prezzo di importazione.” (1)

Il paese che si arricchisce di più è quindi quello le cui imprese sono capaci di governare la maggior parte del valore aggiunto. Se in qualche settore la produzione resta un elemento importante di questo VA (la leggendaria qualità di fabbricazione delle automobili tedesche o dei pianoforti Estonia, le distingue sicuramente dai veicoli o dai piano “vattalappesca”), in altre è nulla: un vestito disegnato in Francia e fabbricato in Turchia non si distingue in nessuna parte da un vestito disegnato in Francia e fabbricato in Francia.

Il movimento è generale: la parte del VA che dipende dalla produzione diminuisce regolarmente. Non è sufficiente produrre un oggetto per venderlo: ai nostri giorni hanno un valore molto più importante le funzioni “differenziative”, la progettazione e il marketing.

Ma c’è lo smarrimento delle tute blu. Lo sgradevole corollario per coloro che lavorano alla fabbricazione di quello che consumiamo, è che i loro lavori sono condannati ad avere una remunerazione in calo, in parte relativo, in rapporto a coloro che svolgono delle attività nel terziario, nel marketing, nella progettazione, nel finanziamento, ecc.

Così, la remunerazione dei colletti bianchi cresce molto più rapidamente della popolazione e della remunerazione degli operai, fossero anche più qualificati, fatto che ha provocato in questi ultimi 25 anni una crescita della prosperità senza precedenti in tutti i paesi occidentali, come in tutti quei paesi emergenti che si sono integrati a questa dinamica creata dalla globalizzazione degli scambi.

Quindi, delocalizzare la fabbricazione in Cina, in Messico o altrove, significa massimizzare la parte che l’imprenditore francese, europeo o americano potrà consacrare alle attività che aggiungono maggior valore alla propria prestazione. E piuttosto che voler utilizzare la forza della legislazione o fiscale per trattenere in Francia impieghi in produzioni di basso livello, il cui valore aggiunto non giustifica più il loro mantenimento in un paese a grande massa salariale, è meglio utilizzare una parte del valore aggiunto, sviluppato dalla delocalizzazione, per finanziare la riconversione professionale delle persone che devono cambiare mestiere.

Impedire l’internazionalizzazione della produzione significa penalizzare la creazione di valore. Anche i processi di fabbricazione complessi come quelli delle nostre automobili, guadagneranno sempre di più nell’essere trasferiti nei paesi che per adesso hanno bassi salari, nell’U.E. o altrove, come la Slovacchia, la Turchia, il Messico (per il mercato degli Stati Uniti) o la Romania, e forse domani la Cina o l’India, per permettere ai costruttori di migliorare il contenuto delle loro automobili con un costo inferiore, a beneficio del consumatore.

Si impone un’evidente conseguenza: rendere meno attrattive la delocalizzazione della fabbricazione in Cina, per esempio applicando diritti doganali proibitivi, significa impedire transazioni la cui concretizzazione giustifica tutta una catena di creazione di valore in parte ancora localizzata nei nostri paesi. Impedire la delocalizzazione della produzione in Cina, uccide la creazione di valore aggiunto senza produzione in Europa. È quindi assolutamente vitale che le imprese europee possano approfittare della fabbrica per ora a basso costo che è la Cina, per favorire questa creazione di impieghi ad alto valore aggiunto in numero sufficiente per perseguire l’elevazione generale del nostro tenore di vita.

Europa: come restare al centro della creazione di valore?

La posta in gioco dell’Europa non è quello di proteggersi per la perdita di posti di lavoro industriale del passato, ma di restare un posto in cui è possibile e attraente creare impieghi ad alto potenziale, eventualmente “neo-industriali”, fatto che presuppone la presenza di mano d’opera di qualità, di capitali, e di una fiscalità che non spinga il capitale umano e finanziario ad andare a investirsi altrove. È proprio in questo ambito che siamo in grave pericolo.

Se le nostre università formano ancora una élite di qualità, è il livello generale di educazione delle masse che fa paura. Certamente non si deve drammatizzare, la Francia attira ancora investimenti di alta qualità come quelli citati dall’insostituibile Georges Kaplan.

Ma questi investimenti saranno perenni se la situazione educativa e fiscale del paese continua a deteriorarsi? Quale avvenire si presenterà a quelli che la nostra scuola conduce all’età adulta senza che abbiano assimilato le competenze di base del cittadino, senza la minima capacità di portare a termine un ragionamento logico, senza spirito critico, o senza avere la capacità di leggere un documento un po’ complesso? E se la nostra volubile élite trova più remunerativo impiegarsi massicciamente altrove, chi creerà impieghi per i diseredati del sistema educativo di oggi?

Non dobbiamo farci ingannare! La Cina, l’India, il Brasile,grazie alle entrate generate dalle fabbricazioni destinate inizialmente all’occidente ricco, sviluppano di fatto una classe di quadri intermedi e superiori che gli permetterà a breve di non essere più riserve di tute blu per l’occidente. Le imprese immagazzineranno le conoscenze che permetterà loro di investire in nicchie ad alto valore aggiunto nelle quali sono oggi ancora arretrate. I loro sistemi educativi si modernizzano rapidamente. Da copiatori e subappaltatori, diventeranno veri concorrenti.

Se non correggiamo il tiro, il declino del nostro sistema educativo e la nostra fiscalità punitiva per chi intraprende, un paese come la Francia diverrà, a partire dal secondo terzo di questo secolo, un fornitore di tute blu mal pagate alle dipendenze di decisori dei paesi emergenti.

*Institut Tourgot – Traduzione di Giovanni Cella

(1) – Georges Kaplan, Balance commerciale et abstractions comptables, www.contrepoints.org. –

 

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2 Comments

  1. Dante says:

    Non sono d’accordo. Cediamo tecnologia e, automaticamente, favoriamo la creazione dei quadri che ci scalzeranno.

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