Processi, la giustizia al tempo di Adamo ed Eva. Così le imprese scappano in Polonia


adamo evadi GIULIO ARRIGHINI – Quando i fatti, e non solo il Censis, spiegano che se non siamo in testa alla classifica delle economie attrattive è perché in Italia una causa dura una vita, ci siamo già dati una risposta. Poi arrivano anche i numeri a dimostrare queste ragioni. Nell’ultimo studio Ocse sulla durata media stimata di un procedimento civile in primo grado, si legge infatti che la media è di circa 240 giorni nei paesi dell’OCSE, 107 in Giappone (il paese con la durata minore), circa 420 in Portogallo e Slovenia, 564 in Italia (il paese peggio piazzato).

Se poi vogliamo vedere la parabola di tutti e tre i gradi di giudizio, aiutati che il ciel t’aiuta. Se la media è di 788 giorni, con un minimo di 368 in Svizzera, l’Italia tocca il fondo: quasi 8 anni. E sapete in 8 anni quante cose nel frattempo cambiano nel mondo? Ma la giustizia è cieca. Appunto.

Si legge ancora nel dossier che “a fronte di una quota di bilancio per la giustizia pari allo 0,2 per cento del PIL, la durata media stimata di un procedimento civile è di circa 130 giorni in Svizzera e nella Repubblica Ceca, mentre risulta superiore di 2,7 volte in Slovacchia e di 4 in Italia”. Con le stesse risorse. Ci siamo capiti.

In altre parole, la Polonia ci supera alla grande, 50 giorni per un secondo grado contro i 1.100 di casa nostra, il Giappone 200 giorni e anche meno, da noi 600, per un primo grado. E quindi, come sarcasticamente scriveva di recente Massimo Donelli sul portale tvsvizzera.it, dove schiaffeggia giustamente i vizi italici, “Il calcolo, quindi, è presto fatto: un processo in Italia dura 2.900 giorni, ossia poco meno di 8 anni”. Giustissimo.

Anche il Sole24Ore non si tira indietro. Visto che, come ci ricorda  la stampa elvetica, “l’Italia spende per la macchina giudiziaria quasi il doppio dell’Inghilterra (50,3 euro pro capite), ma ha un organico ridicolo: 56,8 addetti per 100.000 abitanti, contro una media nell’Unione europea di 103,7. E se andiamo a vedere lo stesso rapporto riferito ai giudici, il conto è questo: in Italia sono 16 (fra ordinari e onorari) ogni 100mila abitanti; in Spagna 27, in Francia 55 e nel Regno Unito 52. Risultato: ciascun giudice italiano ha un carico effettivo di 1.100 fascicoli”… ebbene visto tutto questo… “I giudici civili italiani, presi singolarmente, non sono improduttivi. La media delle sentenze procapite è di 129 all’anno, più 169 procedure di altro tipo. Il problema è che il carico effettivo è pari a 1.100 fascicoli procapite. “Il carico medio – scrive il prof. Lepre (Analisi della giustizia civile. Un’idea di riforma ) – è più del triplo di quello che dovrebbe essere”. Il giudice italiano è negli standard – anzi, spesso li supera – europei. Il nodo è la struttura organizzativa e il numero di procedimenti. La struttura organizzativa è più fragile”.

Rimedi? Nessuno, visto che il Censis ribadisce che gli investimenti a casa nostra dal 2007 al 2013 sono crollati in modo drammatico: gli investimenti esteri in Italia sono stati uguali a 12,4 miliardi di euro nel 2013. “I momenti peggiori – si legge sempre nel report – sono stati il 2008, l’anno della fuga dei capitali, e il 2012, l’anno della crisi del debito pubblico… L’Italia si distingue per la perdita di attrattività verso i capitali stranieri. Nonostante sia ancora oggi la seconda potenza manifatturiera d’Europa e la quinta nel mondo, il nostro Paese detiene solo l’1,6% dello stock mondiale di investimenti esteri, contro il 2,8% della Spagna, il 3,1% della Germania, il 4,8% della Francia, il 5,8% del Regno Unito”.

Su questo distacco i motivi sembrano essere legati profondamente alla reputazione che: “è un fattore decisivo per favorire la competitività di un Paese. Ma l’Italia ha un deficit reputazionale accumulato negli anni a causa di corruzione diffusa, scandali politici, pervasività della criminalità organizzata, lentezza della giustizia civile, farraginosità di leggi e regolamenti, inefficienza della pubblica amministrazione, infrastrutture carenti”.
Si legge ancora nel report: “L’Italia occupa il 65° posto nella graduatoria mondiale dei fattori determinanti la capacità attrattiva di capitali per un Paese, considerando le procedure, i tempi e i costi necessari per avviare un’impresa, ottenere permessi edilizi, allacciare un’utenza elettrica business o risolvere una controversia giudiziaria su un contratto. Siamo ben lontani dalle prime posizioni di Singapore, Hong Kong e Stati Uniti, ma anche da Regno Unito e Germania, posizionati rispettivamente al 10° e al 21° posto. In tutta l’Europa solo Grecia, Romania e Repubblica Ceca presentano condizioni per fare impresa più sfavorevoli delle nostre. Per ottenere tutti i permessi, le licenze e le concessioni di costruzione, in Italia occorrono mediamente 233 giorni, 97 in Germania. Per allacciarsi alla rete elettrica servono 124 giorni in Italia, 17 in Germania. Per risolvere una disputa relativa a un contratto commerciale il sistema giudiziario italiano impiega in media 1.185 giorni, quello tedesco 394″.
Ma non tutto sembra essere perduto. Infatti secondo il Censis l’Italia ha ancora dei punti a suo favore. Con la quota del 2,7 per cento dell’export mondiale l’Italia si piazza all’undicesimo posto tra gli esportatori mondiali. Ma non solo. L’Italia infatti è ancora la quinta destinazione turistica al mondo con oltre 77 milioni di stranieri in visita ogni anno.

Che disastro, altro che gufare. E questa è solo una istantanea, figuriamoci farci un film.

Segretario Indipendenza Lombarda

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1 Commento

  1. Giancarlo says:

    Bello questo articolo.
    Ma come fa l’italia ad essere attrattiva se è diventata un contenitore obsoleto ,costoso e non più competitivo ???
    Semplice, il livello di tassazione è arrivato ad un punto di non ritorno.
    Infatti siamo il paese con più tasse al mondo e se lasciamo da parte l’irpef,l’iva,etc…etc… basta vedere cosa costa il carburante, il bollo auto, l’assicurazione RCA con relativa tassa sanitaria, IL CANONE tv,
    le addizionali comunali e regionali su quasi tutto, gas,luce pensioni etc….e.t.c……
    Signori miei, i famosi ” GUFI” di cui mi onoro di appartenere e di cui questo giornale veritiero si sforza di fare luce e verità, tra non molto diventeranno famosi come Oriana Fallaci per aver previsto tutto con notevole anticipo. Allora come dovremmo chiamare noi quelli che ci chiamavano GUFI?
    Forse ” AVVOLTOI” – “IENE”- “SERPENTI”……..pensiamoci su tutti così quando sarà il momento potremmo appostrofarli con il corretto appellativo che si meritano.
    WSM

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