Prezzolini l’anti-italiano. Odiava l’Italia perché l’amava

di ROMANO BRACALINI

Strano destino quello di Giuseppe Prezzolini, nato per caso a Perugia da genitori senesi, nel 1882, e destinato a un eterno esilio volontario. Ebbe un duplice rapporto con l’Italia: la odiava, perché l’amava. E la odiava perché non era come lui avrebbe voluto che fosse. Aveva scarsa considerazione degli italiani che divideva in due categorie: i furbi e i fessi. Quanto all’Italia, quella fino alla Toscana era l’Italia europea; quella da Roma in giù era l’Italia africana o balcanica. Gli italiani avevano l’abito cortigiano e non erano fatti per la democrazia. Non erano stati gli stranieri a invadere l’Italia nei secoli bui, erano stati gli italiani in eterna lotta fra loro a chiamarli. Impero e Papato. Guelfi e ghibellini. Lo spirito di divisione è giunto fino ai tempi nostri. L’Italia non cambiava e non c’era speranza di un ravvedimento futuro. Così aveva proposto di affittarla: la Lombardia alla Svizzera, il Veneto e il Friuli all’Austria, il Piemonte alla Francia. Trieste porto franco dell’Europa. Insomma come avrebbe dovuto essere la soluzione dell’anomalia italiana.

Ai primi del Novecento aveva collaborato al Leonardo di Giovanni Papini e alla rivista nazionalista Il Regno di Enrico Corradini. Fondò più tardi La Voce, che ebbe una notevole influenza sulla cultura del tempo, e sulla rivista aprì un dibattito sulla lingua e la cultura italiana del Canton Ticino. Fu il suo primo incontro con la Svizzera. Collaborò alla rivista ticinese l’Adula, fondata nel 1912, e diretta da Teresina Bontempi col proposito dapprima di impedire l’intedeschimento del Canton Ticino. Con l’avvento del fascismo, l’Adula inclinò verso l’irredentismo e il filofascismo. Un movimento fascista ticinese postulava l’annessione del Canton Ticino all’Italia. Vi si oppose il movimento ticinese “Liberi e Svizzeri”. Il fascismo nel suo velleitarismo straccione programmò l’invasione armata della Svizzera. Rinvedicava al tempo stesso Nizza e Savoia, Malta e la Corsica. Terre che non erano mai state italiane. I ticinesi non caddero nella trappola. L’rredentismo svizzero col tempo si esaurì. Teresina Bontempi venne messa in condizioni di non nuocere dal governo elvetico e lei scelse l’esilio in Italia, come il professor Pontecorvo aveva scelto l’URSS. Tutti i gusti son gusti!

Prezzolini, che era stato amico di Mussolini, avrebbe potuto trarne dei vantaggi, ma egli, da antitaliano e anarco-conservatore, odiava le dittature d’ogni colore e preferì riparare in America. Diceva che non aveva laurea e gli toccò fare il professore alla Columbia University. Aveva abbandonato l’Italia e gli toccò spiegare l’Italia e gli italiani agli americani. Nel 1940 divenne cittadino americano. Nello stesso anno l’Italia entrava in guerra. La cittadinanza americana fu uno schiaffo all’Italia fascista. Rimase negli Stati Uniti fino al 1962. Al suo rientro in Europa si stabilì a Vietri sul mare, in Campania. Nel 1968 si stabilì definitivamente a Lugano in un piccolo appartamento in via Motta 36. La Svizzera era lo stato dei cittadini. L’esatto contrario dell’Italia che aveva ereditato lo spirito autoritario e statalista del fascismo. Preferiva Cattaneo a Mazzini. Cattaneo aveva proposto una soluzione federale simile quella elvetica. Gli italiani avevano preferito la soluzione unitaria di Mazzini. Così sull’Italia delle Cento Città e delle storie singolari venne calato il sudario dell’uniformità. A Lugano riprese la collaborazione con le case editrici e i giornali italiani e svizzeri. Profeticamente espresse un giudizio severo sull’Europa unita sulla base dei poteri finanziari e delle banche. Disse che gli avrebbe ripugnato vivere in una Europa così. I popoli dovevano avere libero campo. La Svizzera era lì a dimostrare come etnie diverse, con lingue e religioni diverse, potevano convivere pacificamente e in armonia sotto la medesima bandiera. Scrisse un libro che gli aveva suggerito il suo continuo interrogarsi in materia di fede religiosa: ”Dio è un rischio”. A chi gli chiedeva perché non si era convertito al cattolicesimo come il suo amico Giovanni Papini, rispondeva: ”La fede è un dono di Dio, se Dio non mi ha dato questo dono,c he colpa ne ho io?”. Poco prima di morire, centenario, il 14 luglio 1982, donò il suo prezioso archivio alla biblioteca cantonale di Lugano. Un altro schiaffo all’Italia matrigna.

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