Il presidenzialismo bonario e la presa per i fondelli elettorale

di DANIELE V. COMERO

Esattamente sette mesi fa, a gennaio, un giovedì sera salivano al Colle i presidenti di Camera e Senato, per concordare con Giorgio Napolitano gli sviluppi dell’attività parlamentare, dopo la bocciatura della proposta di referendum sul “Porcellum” attuata dalla Corte Costituzionale. Come al solito, al termine c’è un comunicato, che recita: “…Si è espressa la comune convinzione che tocchi alle forze politiche e alle Camere assumere rapidamente iniziative di confronto concreto sui temi da affrontare e sulle soluzioni da concertare. In particolare, alla luce della sentenza emessa dalla Corte Costituzionale nel rigoroso esercizio della propria funzione, è ai partiti e al Parlamento che spetta assumere il compito di proporre e adottare modifiche della vigente legge elettorale secondo esigenze largamente avvertite dall’opinione pubblica.

Bene, visto che la situazione sulla legge elettorale, dopo che il tentativo dei referendari è andato a vuoto, era oggettivamente imbarazzante. La valanga di firme raccolte contro una legge ritenuta iniqua è un segnale da non sottovalutare, da prendere molto sul serio, come testimoniano  le parole ufficiali. Dopo di che è iniziato un tormentone. Però occorre fare un passo indietro, al novembre 2011, quando c’è stata una rilevante modifica nella Costituzione “di fatto”, con la variante di una forma di presidenzialismo finora sconosciuta, che si potrebbe definire come “presidenzialismo bonario”, in risposta ad un periodo di debolezza del Parlamento, caratterizzato da una partitocrazia in lento disfacimento. Napolitano sta gestendo questa situazione certamente con equilibrio, se confrontato con un suo predecessore, quel Oscar Luigi Scalfaro che ancora oggi fa drizzare i capelli in testa a molta gente, a destra e a sinistra.

Va detto che in questi sette mesi di esercizio del presidenzialismo bonario non c’è stato alcun apparente vantaggio, un miglioramento o un passo avanti. Segno che le riforme istituzionali, anche quelle che non hanno una scrittura formale, di per se servono a nulla. E’ certamente così se i politici continuano imperterriti a fare quello che facevano prima: cioè ben poco per il Paese. Una nuova legge non cambia di certo la mentalità e rende i comportamenti più virtuosi. Magari fosse così, che bastasse stampare qualcosa sulla Gazzetta Ufficiale per cambiare le cose in Italia.

L’esempio della legge elettorale è eclatante. Nell’autunno del 2005, il centro destra aveva studiato una “legge furto” della sovranità popolare, legge subito denominata porcellum, che in pratica si è dimostrata un disastro e che ora è un cappio al collo del PDL, con buona pace dei suoi dirigenti che in questi anni si sono prodigati in auto-elogi per l’opera compiuta. Da non essere oggi nei panni di Berlusconi, accerchiato da una corte di bravi e ballerine, incalzato da affamatissimi satrapi che reclamano posti e prebende, con il cappio di questa legge che si stringe ogni giorno sempre di più, che gli tocca scendere ancora in campo per fare la parte del perdente. Una pena assai pesante per l’errore fatto nel 2005, che poi come ha ammesso Roberto Calderoli, per buona parte è imputabile all’UDC di Casini e a Gianfranco Fini.

Il costituzionalista Michele Ainis ha contato i moniti di Napolitano in questi mesi, almeno otto, più quello recentissimo, fatto al termine delle sue ferie a Stromboli, fanno un totale di nove. Si ricorda che ad aprile tutto sembrava stabilito, invece poi nulla, l’8 giugno Alfano e Bersani si erano impegnati a varare la nuova legge in venti giorni, invano, il 9 luglio Schifani ha annunziato il testo in dieci giorni (si rimanda il commento ai precedenti articoli su questo giornale).

Invece che cosa hanno fatto in Parlamento? Tutto l’opposto, al Senato hanno varato una riforma costituzionale sul semi-presidenzialismo, da molti ritenuta sgangherata, per il modo stesso con il quale è stata realizzata tramite emendamenti presentati nel dibattito in aula. Questo colpo di coda del ex-centro destra (PDL, responsabili  e LEGA) è stato giustificato in nome di una riforma necessaria, che però di fatto esiste già, come si è visto prima. Anche questa riforma finirà in una bolla di sapone e intanto il tempo passa, la crisi morde e le risorse pubbliche svaniscono.

L’agonia del sistema dei partiti è evidente proprio in questi comportamenti, da scolari birbanti un po’ dispettosi, dove tutto serve per mantenere inalterato lo status quo, rappresentato da un sistema come il Porcellum, gestito direttamente da loro. Ben venga questo temporaneo periodo di presidenzialismo bonario, se serve a uscire in modo dignitoso da questo cul de sac e restituire il maltolto agli italiani.

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3 Comments

  1. sciadurel says:

    come da decenni, stanno tirando a campare per tenere il più possibile la cadrega e continuare a rubare… e sono anche fortunati perchè hanno trovato il popolo più pirla del mondo (i ciulapadani, ndr) che continuano a lavorare come somari e pagare tutti i balzelli di questo mondo

  2. Mauro Cella says:

    Del “presidenzialismo bonario” abbiamo già visto gli effetti in questi mesi e, francamente, ai fini pratici è cambiato poco o nulla.
    A mio parere il problema sta più nella personalità e nelle convinzioni di Giorgio Napolitano che nelle caratteristiche intrinseche del “presidenzialismo bonario”.
    Come tante persone che hanno passato tutta la loro vita adulta in ambito politico l’attuale presidente sembra essere completamente distaccato dai bisogni della nazione e pare anche avere una visione molto particolare del potere: prova ne è il “fastidio” che ha provato per i successi elettorali del M5S, reo di non portargli abbastanza rispetto e soprattutto di fare “eccessivo” affidamento sulla partecipazione popolare. In sintesi Napolitano ritiene che la partecipazione popolare vada limitata alle urne e che le decisioni vere, quelle pesanti, vadano esclusivamente prese dalla sfera politica.
    Un’altra caratteristica dell’uomo è la sua scarsa efficacia se non viene adeguatamente “pungolato” da fattori esterni. Velocissimo a creare Monti senatore a vita (decisione altamente discutibile) e ad organizzare una larga maggioranza per lo stesso governo, sul “Porcellum” sta invece dimostrando scarsa lena, non andando al di là dei richiami verbali che lasciano il tempo che trovano e servono più a placare l’opinione pubblica che a spingere il mondo politico ad agire alla svelta.
    Sul governo Monti infatti Napolitano aveva il “fiato sul collo” della UE e, soprattutto, delle banche italiane, timorose di una crisi del debito pubblico che le avrebbe devastate. Sul “Porcellum” invece nessuno gli mette fretta: alla UE non importa quale legge elettorale vi sia in Italia (i suoi vertici sono tutti rigorosamente non eletti) e alle banche importa ancora di meno.
    Su questa mancanza di lena probabilmente agisce anche la sua decisione, già comunicata, di non cercare una ricandidatura all’attuale posizione nel 2013, anno in cui scadrà il suo mandato. La gente che sta facendo la valigia non ha interessi a logorarsi inutilmente: ci penserà chi verrà dopo a sistemare le grane.

  3. lory says:

    cosa vogliamo pretendere con dei parassiti per giunta anche pagliacci.

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