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Preghiere bestiali 5/ Leopardi infinito, in opera giovanile l’amore animale

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di Stefania Piazzo – Rileggendo e ripassando tra le carte articoli e saggi sul mondo etico che parla di animali e uomini, mi è tornato tra le mani uno scritto che ritengo prezioso e utile per affrontare senza “animosità” ma con studiata riflessione, l’antica relazione che ci stringe in un vincolo di amicizia, bene, compassione e condivisione con i nostri piccoli o grandi amici animali. Sia che siano nel nostro quadro familiare sia che ne condividiamo la passione della fine nello scoprire come l’uomo con crudeltà e orrore ne decreti la morte in modo orrendo, per “fini” alimentari, senza alcuna forma di “rispetto”. Oggetti, cose, beni commerciali, non esseri viventi, non individui animali.
L’amico Giuseppe Reguzzoni, ha avuto il merito di riscoprire di recente un saggio di Giacomo Leopardi,  “Dissertazione sopra l’anima delle bestie”. Sorprendente davvero! «E quale uomo che abbia una sola tintura di ragione potrà persuadersi che i palpiti, i gemiti, le strida di un pulcino rapito dall’adunco artiglio di un nibbio crudele non derivino da alcun senso di timore e di affanno?». Ancora più sorprendente.

“Sono rimasto sorpreso – scrive il docente che ha collaborato con l’Università Cattolica – , non lo nascondo, ritrovandomi tra le mani uno scritto giovanile di Giacomo Leopardi, quasi sconosciuto al di fuori degli specialisti della materia, intitolato «Dissertazione sopra l’anima delle bestie».
“Lo cito qui nell’edizione curata da Walter Binni per l’editore Sansoni (Tutte le opere, vol. IV, pp.567-572), ma il testo è reperibile nelle ormai numerose edizioni on line delle opere del grande poeta recanatese. Conoscevo la dottrina scolastica tradizionale secondo cui gli animali, come dice il termine stesso, hanno l’anima sensibile, ma non vi avevo mai dato peso.

“Anima, in fondo, non significa etimologicamente nient’altro che soffio vitale e animale, a sua volta, null’altro significa che essere dotato di questo soffio vitale, ma questo testo di Giacomo Leopardi apre orizzonti inaspettati, e non solo per comprendere le opere della sua maturità poetica e letteraria”.

“Sorprendente la precocità dell’analisi leopardiana, considerando che si tratta di un’opera di impronta  filosofica scritta da Leopardi tredicenne, che si fa coinvolgere dal dibattito sulla natura animale che muoveva la cultura che lo aveva preceduto ma che è quanto mai ancora in discussione oggi.
Il lessico è certamente quello del tempo – ricorda Reguzzoni -: le espressioni “bestie” o “bruti” non sono termini in sé negativi, ma nulla più che sinonimi della parola “animali”.

“Obiettivo polemico dello scritto è la tesi cartesiana secondo cui l’anima delle bestie non sarebbe altro che “un puro meccanismo”, anzi, che gli animali stessi altro non sarebbero che “semplici macchine”: come gli uomini nella storia avrebbero realizzato diversi meccanismi in grado di emettere suoni e persino parole, così non si dovrebbe escludere che Dio abbia fatto la stessa cosa con le “bestie”.

“A Cartesio che sostiene che, contro le apparenze, i “bruti” non sono che un grumo di “necessità”, di conseguenza non soggetti ad alcun sentimento di dolore, Leopardi ribatte che, invece, «chiaramente si scorge dai suoi pietosi latrati che un cane prova se si percuota, quella pena che noi stessi sperimentiamo».

“E aggiunge poi un’altra domanda: «E quale uomo che abbia una sola tintura di ragione potrà persuadersi che i palpiti, i gemiti, le strida di un pulcino rapito dall’adunco artiglio di un nibbio crudele non derivino da alcun senso di timore e di affanno?».

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“Altro quindi  che  «macchine» o «meccanismi», Leopardi comprende davvero di che sta parlando. E a supporto di questa evidenza cita numerosi passi di filosofi antichi e moderni, oltre che testi biblici (a cominciare dal libro della Genesi, dove i «bruti» sono detti «anime vi-venti»), senza mai mancare di fare riferimento alla nostra esperienza quotidiana, così da cogliere proprio nella natura animata di questi esseri ciò che tanto ce li rende cari e vicini.
E’ pur vero che solo l’anima umana è dotata pienamente di libertà e razionalità, ma per Leopardi non v’è «alcuna difficoltà che impedir possa di ammettere una imperfetta libertà nei bruti, poiché chi mai potrà negare che un augello sia libero di alzare o no il suo volo, e di seguire in ciò gli impulsi della propria volontà».

“Certo, a differenza di certe correnti eccessivamente new age presenti nell’animalismo d’oggigiorno, tanto radicali quanto irrazionali, per il giovanissimo Leopardi è evidente che si tratta di una libertà «imperfetta», dal momento che essa «non fa che i bruti possano meritare, o demeritare, poiché non hanno né aver possono cognizione alcuna della moralità delle azioni».

“Quel che conta, però, è che Giacomo Leopardi, difendendo questo «barlume di ragione» proprio degli animali e contestando il meccanicismo cartesiano, sembra aver colto a fondo la radice dell’atteggiamento errato con cui molti dei nostri contemporanei accostano il rapporto con gli animali, vale a dire la loro riduzione a «meccanismi» inanimati, di cui si crede di poter fare ciò che si vuole, senza accorgersi che, proprio in tal modo, si finisce per affermare una concezione radicalmente materialistica e della vita e della realtà di cui, prima o poi, anche l’essere umano finisce per fare le spese”.

“Nulla di più da aggiungere, tutto da incorniciare.

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1 Comment

  1. io che non so convivere con gli animali, se pensiamo all’organizzazione dei formicai o degli alveari, non si può che riconoscere che loro sì hanno innata un’intelligenza sopraffina che noi umani non raggiungeremo mai come loro, perché tutte le loro facoltà sono indirizzate prioritariamente se non esclusivamente alla loro vita e sopravvivenza… e che abitando con gli umani acquistino anche uno spiccato senso di simpatia sì da riconoscere chi gli è amico e in qualche maniera glielo dimostrino, non c’è dubbio… basta veder scodinzolare il cane alla vista del suo padrone!.. .in un certo senso ritengo che sono più intelligenti di noi che comunque li superiamo in curiosità, e questo fa si che siamo meno sicuri noi umani non sapendo misurare i risultati inaspettati delle nostre stesse scoperte… ma in ciò sta anche la nostra “superiorità”?! o comunque la nostra differenza…. per questo io li ammiro, tutti, ma li temo…come temo l’ignoto che mi mette ansia…e paura! No, non sono un’esploratrice… caterina

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