L’EURO E LE BUGIE MESSE A BILANCIO DALL’UNIONE

di GILLES DRYANCOUR*

I mesi si susseguono e anche i piani di salvataggio dell’euro. In effetti, se si conta bene, il piano adottato lo scorso 9 dicembre a Bruxelles è il terzo dell’anno e il settimo dal maggio 2010. Ad ogni nuovo piano sentiamo gli stessi “elementi del linguaggio”. Tutta una retorica che si ritrova, in particolare, nelle dichiarazioni del Presidente Sarkozy. Nello scorso mese di ottobre aveva già affermato: ”Il summit ha permesso di adottare elementi di una risposta globale, di una risposta ambiziosa, di una risposta credibile alla crisi che attraversa la zona euro.” (1) Poi, il 12 dicembre ha dichiarato: “Questo summit (quello del 8-9 dicembre) segna una tappa decisiva verso l’integrazione europea. A questo titolo, crea le condizioni del rimbalzo e dell’uscita dalla crisi.” (2)

Ciononostante si può legittimamente dubitare che questo ennesimo piano di salvataggio sia quello buono. Fondamentalmente, si basa sempre sullo stesso errore diagnostico che vede nella crisi europea nient’altro che una crisi del debito pubblico, mentre essa è un crisi sociale, industriale, commerciale e monetaria di cui l’euro è solo uno dei componenti. Certo è comprensibile che gli uomini di Stato facciano fatica a capire tutti gli aspetti di una crisi della quale essi stessi sono l’origine. Dunque il proposito di quest’articolo è quello di analizzare le principali misure adottate lo scorso 9 dicembre e di valutarne le possibilità di successo.

1. Il risanamento delle finanze pubbliche non è previsto nell’immediato

Fra le misure faro adottate da 26 su 27 Stati membri dell’Unione Europea – esclusa la Gran Bretagna -, c’è il rinforzo delle sanzioni contro gli Stati che non rispetteranno i criteri di Maastricht (indebitamento pubblico limitato al 60% del PIL e deficit di bilancio al 3%). Queste sanzioni saranno ormai automatiche salvo che vi si oppongano uno o più Stati che rappresentino il 15% dei diritti di voto.

A tutt’oggi non è chiaramente previsto alcuno scadenzario per il rientro nei criteri di Maastricht. Sarebbe d’altro canto difficile che ci possa essere con paesi il cui debito supera il 100% del PIL (Grecia, Italia, Belgio), le cui prospettive di crescita sono negative per il 2012 e i cui tassi di interesse obbligazionario sorpassano abbondantemente i tassi di crescita.

Prendendo in considerazione solo il caso della Grecia, secondo alcune stime, si dovrebbe aspettare il 2050 affinché il suo debito torni a essere sostenibile.

Secondo le proiezioni ufficiali, la Francia non potrà stabilizzare il proprio debito prima del 2013: “La riduzione del nostro deficit è un obiettivo intangibile”, ha dichiarato il Primo ministro lo scorso 24 agosto. Il progetto di legge finanziaria per il 2012 “conferma, sotto questo aspetto, il carattere intangibile della traiettoria pluriennale di ritorno all’equilibrio delle finanze pubbliche. Il deficit pubblico sarà fatto rientrare al 5,7% nel 2011, al 4,5% nel 2012, al 3% nel 2013, al 2% nel 2014 e all’1% nel 2015. La Francia inizierà il suo sdebitamento dal 2013: il rapporto debito/ PIL passerà dal 87,4% nel 2012 all’87,3% nel 2013”, precisa il rendiconto del Consigli dei ministri (3).

Senza entrare nell’esegesi dei misteri della contabilità pubblica, non si capisce bene come, con un bilancio che resta pesantemente in deficit fino al 2013, il debito pubblico francese possa passare dal 87,4% al 87,3% dal 2013. C’è qui un dato che ci sfugge. In teoria questo sarebbe possibile se la Francia entrasse in un ciclo di forte crescita a partire dal 2012 e che l’aumento annuale delle entrate dello Stato fosse nettamente superiore ai tassi di interesse medi del debito pubblico. In realtà non si intravvede all’orizzonte niente di tutto ciò. Quello che è più probabile, è che la Francia debba confrontarsi con la recessione, con la sua tripla A persa. Ciò rende tutte le proiezioni del governo in materia di bilancio e di debito completamente decadute.

Supponiamo ora che:

1) avvenga un miracolo;

2) le agenzie di rating abbiano torto;

3) la Francia sia in grado di rimborsare annualmente, a partire dal 2016, il suo debito a un livello dello 0,5% del suo PIL (le proiezioni ufficiali prevedono un piccolo 0,1%);

4) il PIL progredisca in media del 2% all’anno: si dovrà aspettare per lo meno il 2023 perché la Francia rientri nei parametri di Maastricht.

In attesa di questa scadenza ci si pongono quindi le seguenti domande: il nostro governo pagherà delle multe per eccesso di indebitamento? Dovrà chiedere dei prestiti per finanziare le sanzioni che le saranno imposte? Con il rischio, tra l’altro, di aumentare ulteriormente il debito pubblico. Parallelamente, cosa faranno gli altri stati che hanno firmato il futuro accordo intergovernativo di disciplina di bilancio? Sui ventisei firmatari, solo tre paesi (Estonia, Lussemburgo, Finlandia) rispettano i criteri di Maastricht. Alcuni di questi paesi dovrebbero andare incontro a una forte recessione nel 2012 e 2013 (Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda) che porterà a un nuovo degrado dei loro conti pubblici. Questi paesi non saranno quindi tentati di coalizzarsi per impedire l’applicazione delle sanzioni dette automatiche?

Cosa faranno la Germania, la Francia e l’Italia che si sono concessi il diritto di veto – dispongono ciascuna di più del 15% dei diritti di voto -, quando sarà chiaro che non potranno allinearsi ai criteri di Maastricht prima di molti anni? I loro uomini di governo accetteranno di pagare volontariamente delle penalità, con il rischio di perdere degli elettori? I grandi paesi sfuggiranno alla disciplina di bilancio che imporranno ai piccoli? Come si può constatare, al di là degli effetti-annuncio propagandistico, niente è definito. Non esiste alcuna garanzia reale che le finanze pubbliche della zona euro si rimettano in carreggiata abbastanza rapidamente per evitare l’aggravarsi della crisi del debito pubblico.

2. La futura regola d’oro ha del piombo nelle ali

Non è neanche più realistica la decisione di imporre una regola d’oro costituzionale per la quale i 26 Stati firmatari debbano limitare il proprio deficit pubblico allo 0,5% del PIL. Dal punto di vista della filosofia del diritto, ci si può domandare qual è il valore costituzionale di una regola che sarà costantemente trasgredita nei periodi di recessione. In effetti, come si può rispettare questa regola quando gli impegni di bilancio degli Stati sono annuali e i capovolgimenti congiunturali quasi istantanei?

In tutta evidenza gli Stati violeranno, più o meno regolarmente, la regola fondamentale dello 0,5%. Il condizionamento di questa regola (la sua dipendenza da avvenimenti economici esterni al suo principio) la svuoterà necessariamente di valore. Lo Stato di diritto sarà sbeffeggiato. E al posto della regola, avremo l’anomia di bilancio. Anche in questo caso, non si sa quando potrà entrare in vigore la cosiddetta regola d’oro. Ufficialmente la Francia non dovrebbe raggiungere questo livello di deficit (0,5%) prima del 2016 o 2017, cioè alla fine del mandato del prossimo Presidente della Repubblica. Ma chi dice che questa percentuale potrà essere materialmente raggiunta? E che il prossimo governo ci si impegnerà?

Ben inteso, non possiamo che essere favorevoli all’equilibrio di bilancio. Ma ci si deve dotare anche dei mezzi tecnici e politici per raggiungerlo.

Tecnicamente l’equilibrio di bilancio dovrebbe essere ricercato nell’arco di una legislatura per poter smussare i cicli congiunturali. Per raggiungere questo equilibrio, su più anni, il miglior mezzo sarebbe ancora quello di avere eccessi di bilancio capitalizzati presso un organismo creato a questo scopo. Questi eccessi sarebbero reimpiegati, all’occorrenza, durante gli anni di deficit. Questo non sarà però sufficiente. Senza una sanzione politica sicura, è poco probabile vedere uomini di Stato piegarsi a una disciplina di bilancio vincolante. Se gli attori privati equilibrano i propri bilanci, è perché prevengono sanzioni professionali o legali. Il cattivo amministratore può essere sostituito o la sua impresa può fallire. Il manager che è super-indebitato e non rimborsa più i suoi creditori vede le proprie entrate e i propri beni confiscati. Viceversa, gli uomini di governo che creano dei deficit sono spesso rieletti dalle clientele che hanno acquistato a credito. Fintanto che durerà questa anomalia del mercato politico, non ci si potrà aspettare una buona gestione del denaro pubblico.

Se si vuol veramente evitare il deficit pubblico un metodo – fra gli altri – sarebbe di dichiarare ineleggibili, a qualsiasi funzione pubblica, i parlamentari che non raggiungono l’equilibrio di bilancio nel corso del proprio mandato. Ma non potendo organizzare un referendum di iniziativa popolare, non c’è alcun mezzo per imporre un tale limite a chi detiene il potere e che, da solo, determina le condizioni del suo esercizio.

Conclusione intermedia

Malgrado qualche apparente progresso, il settimo piano di salvataggio dell’euro non risponde alle attuali esigenze. Si deve temere che prima che si producano gli effetti attesi di stabilizzazione dei bilanci, la buriana economico e monetaria sia passata sull’Europa e l’euro non figuri sul lungo elenco delle monete scomparse.

—————————————————————————————————————————–

1. Le Figaro, “L’Europe conclut un accord sur la crise de la dette”, 27 ottobre 2011.

2. Le Monde Election.présidentielle 2012, “Nicolas Sarkozy: C’est une autre Europe qu’est en train de naitre”.

3. Portale del governo francese: Réduction des déficits, maîtrise des depenses et soutien de la croissance”.

*Institut Tourgot – Traduzione di Giovanni Cella

Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

Leave a Comment