Fuori la politica da tutte le associazioni

di ENZO VARANI*

Quante sono le associazioni in Padania? Non ho a disposizione i dati più aggiornati, ma sappiamo tutti che rispetto ad altre regioni d’Europa, quali possono essere l’ex Regno delle due Sicilie, piuttosto che la Francia e la Spagna, il volontariato in Padania ricopre un ruolo fondamentale in moltissimi ambiti. Ad esempio, senza le associazioni di Pubblica assistenza, il servizio sanitario non sarebbe in grado di garantire una sufficiente copertura di ambulanze sul territorio a disposizione del 118. Negli ultimi anni però, assistiamo ad una ingerenza politica nelle associazioni, che penso sia molto dannosa per tutto il cosiddetto terzo settore.

In particolar modo, le amministrazioni locali, utilizzando come leva, la necessità delle associazioni di utilizzare i locali del comune, o la necessità di avere i permessi per poter svolgere le iniziative programmate, per influenzare politicamente le associazioni, facendole spesso diventare “la mano longa dell’amministrazione”. Considerato che a causa dell’immenso ladrocinio che Roma perpetua nei confronti dei padani, e che di conseguenza i comuni nel futuro, dovranno sempre più affidarsi anche per le normali manutenzioni, ad associazioni di volontariato, io credo che ogni persona che decida di candidarsi anche solo a ruolo di consigliere, debba se ne facesse parte, dimettersi dal direttivo dell’associazione, nel contempo che prenda l’impegno se fosse eletto, a non candidarsi a far parte del direttivo di alcuna associazione fino a quando rimarrà consigliere comunale.

Tutti i candidati, dovrebbero prendere l’impegno di rapportarsi con le associazioni, in modo trasparente, e facendo di tutto per non limitarne l’autonomia rispetto l’amministrazione comunale e quindi la politica. La mia proposta nasce dal fatto che  troppo spesso, l’attività delle associazioni viene limitata e danneggiata da ingerenze politiche. Tantissimi cittadini sarebbero lieti di aiutare in mille modi la comunità, in cambio di un semplice riconoscimento pubblico e un grazie. Pochissimi sono disposti a fare volontariato se significa fare un piacere o un dispetto al sindaco e all’amministrazione. Per questo propongo che chiunque si candidi ufficialmente sottoscriva nero su bianco questo impegno, e che nel contempo, nel programma elettorale venga inserito che il comune assegni contributi pubblici solo alle associazioni che pubblichino sul loro sito internet (se non l’avessero su quello del comune) tutti i loro bilanci, preventivi e consuntivi, perché tutti i cittadini possano sapere con certezza chi e come spende i soldi della comunità. Qualche lettore, ha voglia di produrre uno scritto in qui ogni candidato si impegna in questo senso? Potremmo discuterne e condividerlo su questo giornale.

*Unione Padana Piacenza

 

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7 Comments

  1. elisa belloni says:

    Un esercito pacifico, quello delle donne che ogni giorno lavorano all’interno del gruppo Coop e percepiscono uno stipendio bassissimo (circa 700 euro al mese); tutto ciò è stato messo in luce all’interno di una lettera spedita da un gruppo di lavoratrici Coop direttamente alla Littizzetto.

    Ecco il testo integrale:

    “Cara Luciana,

    lo sai cosa si nasconde dietro il sorriso di una cassiera che ti chiede di quante buste hai bisogno? Una busta paga che non arriva a 700 euro mensili dopo aver lavorato sei giorni su sette comprese tutte le domeniche del mese. Le nostre famiglie fanno una grande fatica a tirare avanti e in questi tempi di crisi noi ci siamo abituate ad accontentarci anche di questi pochi soldi che portiamo a casa. Abbiamo un’alternativa secondo te? Nei tuoi spot spiritosi descrivi la Coop come un mondo accattivante e un ambiente simpatico dove noi, quelle che la mandano avanti, non ci siamo mai. Sembra tutto così attrattivo e sereno che parlarti della nostra sofferenza quotidiana rischia di sporcare quella bella fotografia che tu racconti tutti i giorni.

    Ma in questa storia noi ci siamo, eccome se ci siamo, e non siamo contente. Si guadagna poco e si lavora tanto. Ma non finisce qui. Noi donne siamo la grande maggioranza di chi lavora in Coop, siamo circa l’80%. Prova a chiedere quante sono le dirigenti donna dell’azienda e capirai qual è la nostra condizione.

    A comandare sono tutti uomini e non vige certo lo spirito cooperativo. Ti facciamo un esempio: per andare in bagno bisogna chiedere il permesso e siccome il personale è sempre poco possiamo anche aspettare ore prima di poter andare. Il lavoro precario è una condizione molto diffusa alla Coop e può capitare di essere mandate a casa anche dopo 10 anni di attività più o meno ininterrotta. Viviamo in condizioni di quotidiana ricattabilità, sempre con la paura di perdere il posto e perciò sempre in condizioni di dover accettare tutte le decisioni che continuamente vengono prese sulla nostra pelle.

    Prendi il caso dei turni: te li possono cambiare anche all’ultimo momento con una semplice telefonata e tu devi inghiottire. E chi se ne frega se la famiglia va a rotoli, gli affetti passano all’ultimo posto e i figli non riesci più a gestirli. Denunciare, protestare o anche solo discutere decisioni che ti riguardano non è affatto facile nel nostro ambiente. Ci è capitato di essere costrette a subire in silenzio finanche le molestie da parte dei capi dell’altro sesso per salvare il posto o non veder peggiorare la nostra situazione.

    Tutte queste cose tu probabilmente non le sai, come non le sanno le migliaia di clienti dei negozi Coop in tutta Italia. Non te le hanno fatte vedere né te le hanno raccontate. Ed anche a noi ci impediscono di parlarne con il ricatto che se colpiamo l’immagine della Coop rompiamo il rapporto di fiducia che ci lega per contratto e possiamo essere licenziate.

    Ma noi non vogliamo colpire il marchio e l’immagine della Coop, vogliamo solo uscire dall’invisibilità e ricordare a te e a tutti che ci siamo anche noi. Noi siamo la Coop, e questo non è uno spot. Siamo donne lavoratrici e madri che facciamo la Coop tutti i giorni. Siamo sorridenti alla cassa ma anche terribilmente incazzate. Abbiamo paura ma sappiamo che mettendoci insieme possiamo essere più forti e per questo ci siamo organizzate. La Coop è il nostro posto di lavoro, non può essere la nostra prigione. Crediamo nella libertà e nella dignità delle persone. Cara Luciana ci auguriamo che queste parole ti raggiungano e ti facciano pensare. Ci piacerebbe incontrarti e proporti un altro spot in difesa delle donne e per la dignità del lavoro. Con simpatia, un gruppo di lavoratrici Coop”.

  2. I veri volontari di norma non sono visibili.

    Il recente proliferare di ONLUS puzza di bruciato.
    Pare che la corsa a diventare volontari sia uno sport molto praticato per tessere clientele di ogni genere.

  3. Io parto dal principio che, ogni volontario in più, a prescindere dal luogo e dal tempo, equivale ad una mancanza dell’amministrazione pubblica. E’ troppo comodo fare affidamento sui volontari, che non si pagano ovviamente, ai quali però si richiedo un certo impegno. Sul fatto che le ingerenze politiche debbano quantomeno essere ridimensionate, se non addirittura eliminate, pur essendo completamente d’accordo, ho i miei dubbi che ciò accada. Se così fosse, infatti, i nostri politici avrebbero meno argomenti di cui riempirsi la bocca (spesso a sproposito), e minor numero di azioni per pavoneggiarsi….

    • Dan says:

      Verissimo però io non credo che i volontari siano veramente tutti a gratis. Proprio il fatto che ci siano troppe associazioni in giro porta a chiedersi se è veramente disinteressato tutto questo interesse per il sociale.
      L’associazione senza scopo di lucro è di fatto l’unico tipo di attività che si può tirare su in una sacca di relativa tranquillità fiscale e burocratica. Se poi entra nelle grazie di qualche amministrazione…

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