Politici & giornalisti e la “favoletta” del livello di competizione

di RICCARDO POZZI

Chi, dall’alto dei propri lauti compensi, ama disquisire di lavoro e dei suoi problemi, spesso diffonde una storiella che sembra aver attecchito con facilità soprattutto tra  politici e  giornalisti.

Al cospetto dell’evidente impatto della concorrenza di prodotti cinesi o di altri paesi a basso costo del lavoro, si dice che la soluzione sia cambiare il livello della competizione. Ovvero, con ricerca ed innovazione, alzare la qualità dei prodotti portando la gara a livelli con maggiore valore aggiunto. Naturalmente questa tesi è sostenuta da chi ricava il proprio reddito in settori molto lontani dalla produzione di beni  oppure da chi, proprio dall’importazione selvaggia e dalle sue dinamiche speculative, ricava privilegi economici che vorrebbe non si interrompessero. Malauguratamente la realtà non è esattamente in questi termini.

Dalla Cina , infatti, non arrivano solo ciabatte, abiti taroccati, e le migliaia di articoli che popolano i colorati bazar dall’inconfondibile aroma di naftalina. Dalla Cina arrivano gli I-PAD, i ricambi dei satelliti, i microprocessori, I-PHONE, treni a levitazione magnetica, motori a reazione, prodotti di lusso, in  Cina si trasferiscono aziende che fanno ricerca bio-medicale, aeronautica, spaziale, genetica.

La perpetuazione di questa favola mediatica deriva dal fatto che una qualificata e scaltra minoranza, riesce a trarre profitto dall’intercettazione dei flussi di merci dai paesi a bassissimo costo del lavoro, flussi che stanno causando il progressivo smantellamento del nostro sistema industriale. Una minoranza  che ha tutto l’interesse a che la maggioranza non si accorga che le merci a basso costo  sono l’alibi per quelle a più alto valore aggiunto, ugualmente prodotte in condizioni di semi schiavitù  e il cui, effettivamente, più alto valore viene elegantemente intascato da chi specula sulla differenza abissale del costo del lavoro tra diverse aree geografiche.

Così non è infrequente sentire ancora oggi suonare il disco della ricerca e dell’innovazione del prodotto come unico modo per competere con le merci a “basso valore”; qualche volta troviamo anche uomini politici che riescono, contemporaneamente, a de localizzare con le aziende di famiglia e a fare la lotta al precariato in patria.

Per capire la buona fede di chi divulga queste tesi, è saggio informarsi circa l’origine dei suoi emolumenti, seguire il denaro, “follow the money”, come dicono gli americani, che di queste cose se ne intendono.

 

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11 Comments

  1. Mister Libertarian says:

    Perché? Forse chi lavora nella metalmeccanica ha il diritto di impedire al prossimo di acquistare quel che vuole?

  2. AndreaD says:

    Il senso di questo articolo è molto chiaro: non potrà durare all’infinito questo perverso giochetto della delocalizzazione verso nazioni che barano spudoratamente in materia di diritti umani. Quale futoro puà avere un (finto) libero mercato che in nome della globalizzazione sposta le attività produttive in paesi dove si pratica una schiavitù camuffata?
    Lo sanno bene anche i cinesi e se ne sono accorti per tempo avviando politiche di incentivazione dei consumi interni, e questo per un motivo banalissimo: se i Paesi occidentali stanno smantellando il loro tessuto produttivo – con conseguente aumento della disoccupazione e calo della domanda aggregata – per quanto tempo si riusciranno a vendere le tonnellate di merci prodotte a bassissimo prezzo? E soprattutto chi le comprerà? Se io ho pochi soldi in tasca sarò per forza di cose costretto a comprare poco per quanto basso sia il prezzo di ciò che mi viene offerto….

  3. gibuizza says:

    Basterebbe che fosse obbligatoria la tracciabilità dei prodotti e che gli italiani acquistassero quindi prima prodotti italiani e poi eventualmente europei.

  4. Albert Nextein says:

    Io qui vedo solo prodotti cinesi scadenti , artigianato schiavista scadente, ristoranti scadenti, tutto scadente.
    Poi vedo telefoni e elettronica made in china, forse da schiavi anche lì.
    Altro qui da noi non lo trovo.
    Che aziende espatrino verso la cina è noto.
    Appunto per sfruttare i minori costi, le minori pastoie, e per avere un trampolino di lancio maggiore per i prodotti.
    Può essere che i prodotti cinesi abbiano lo stesso destino di quelli giapponesi di 50 anni fa.
    Ma per ora la cina politicamente è comunista.

    Io mi sforzo di non acquistare prodotti cinesi.

    Vi racconto questa.
    Una conoscente possiede un negozio di scarpe.
    Ed ha clienti giovani cinesi che, prima di ogni acquisto, si accertano scrupolosamente che il prodotto che viene loro proposto non sia cinese.
    Significa qualcosa questo?

  5. Mister Libertarian says:

    Non vedo quale altra alternativa ci sia alla concorrenza delle merci cinesi a basso costo se non quella, ben peggiore, del protezionismo, che ci costringerebbe tutti a pagare prezzi più alti per i beni di consumo.

    • L'incensurato says:

      esteri.

    • Riccardo Pozzi says:

      Caro Libertarian, il suo gatto si morde insistentemente la coda, molto presto non avremo più nemmeno i soldi per i prodotti scadenti cinesi. Non si può pensare di produrre in Cina e vendere in Europa per sempre, non sta in piedi.

      • Mister Libertarian says:

        Ho l’impressione che il suo ragionamento rappresenti uno dei sofismi economici demoliti dal grande Frederic Bastiat.

        Grazie all’acquisto di un bene cinese che costa meno ci rimangono dei soldi in più in tasca. Questo surplus lo utilizzeremo che comprarci altre cose che altrimenti non avremmo potuto permetterci.

        Queste altre cose comprate in più daranno lavoro a coloro che le producono in altri rami dell’industria, magari italiani.

        A parità di lavoro e di spesa abbiamo quindi soddisfatto un maggior numero di nostri bisogni. Il libero scambio quindi rende tutti più ricchi.

        • Riccardo Pozzi says:

          Non me lo dica… Bastiat non era nella metalmeccanica. Ho ragione?

        • Aquele Abraço says:

          Sì, ma quando il competitore (come sta diventando la Cina) è in grado di produrre (anche copiando e scavalcando i brevetti) tutto il producibile, occupando ogni ramo industriale fin nelle nicchie più incavate, alla Cina rimarrà solo il mercato interno e noi tutti saremo andati in rovina.

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