Politica: non viviamo in uno stato di diritto. Stato e partiti si prendono tutto

EUSSR-europa statodi ENZO TRENTIN –  «Oggi […] le strategie elettorali dei candidati e dei partiti sono basate sulla costruzione di immagini vaghe, in cui svolge un ruolo preminente la personalità dei leader. […] Coloro che oggi si muovono nei circoli politici sono distinti dal resto della popolazione per via della loro occupazione, della loro cultura e del loro modo di vivere. La scena pubblica è sempre più dominata dagli specialisti dei media, dai sondaggisti e dai giornalisti, che possono essere considerati come un’immagine tipica della società. Generalmente i politici raggiungono il potere grazie alle loro abilità mediatiche, e non perché assomiglino ai loro elettori dal punto di vista sociale o siano vicini a essi. Il solco fra il governo e la società, fra i rappresentanti e i rappresentati, sembra allargarsi.» Così il politologo americano Bernard Manin nel libro: “Principi Del Governo Rappresentativo” (ed. Il Mulino, Bologna 2010) descrive lo stato presente del “governo rappresentativo”.

 

La descrizione sembra attagliarsi perfettamente al Presidente della Regione Veneto Luca Zaia. Infatti, attraverso il monitoraggio del primo semestre 2017 redatto da “Index research”  [http://www.indexresearch.it/indexregione-1-semestre-2017-zaia-e-il-governatore-piu-amato-ditalia-sorpresa-chiamparino-ultimo-crocetta/ ] il 58,3% dei cittadini intervistati apprezza il lavoro svolto nella regione del Nord-Est dal compulsivo tagliatore di nastri inaugurali; considerato che praticamente non passa giorno che il TG3-Veneto, e altri media locali, non lo proietti nelle case dei veneti intento all’inaugurazione di un nuovo macchinario ospedaliero, o l’apertura di questa o quella fiera, o la visita a qualche impianto di produzione. E sorvoliamo volutamente in fatto che i sondaggi di opinione sono quasi sempre eterodiretti o manipolati, e le notizie sono “escogitate” da redattori furbetti.
Andrea Passerini a pagina 4 del quotidiano Mattino di Padova, riporta: «Sulla Superstrada Pedemontana Veneta, “i 5 Stelle hanno ragione, se vogliono fare le valutazioni e le verifiche, ma non credo che nessun possa assumersi le responsabilità di macinare cantieri già fatti, a settembre inauguro i primi 7 chilometri, nel 2020 è finita. Per il Veneto è un’opera fondamentale, costata 2,3 miliardi, con 2.200 posti di lavoro”. Lo ha affermato il governatore del Veneto Luca Zaia ieri (1 luglio. Ndr) a Pontida, a margine del raduno nazionale della Lega».

 

Il  tagliatore di nastri tricolori (malgrado la più volte dichiarata professione di indipendentista veneto) non sembra accorgersi o non vuole prendere in considerazione ciò che la Corte dei Conti ha relazionato in merito, ovvero la critica pesante sugli assunti del piano del traffico di nuova redazione da parte di Area engineering in quanto non oggettivi e falsati da elementi soggettivi. E prosegue nel non assumere i flussi di traffico preventivati per buoni sostenendo che: «gli importi sono quantificati in via di larga massima, al netto delle imposte e degli aggiornamenti da inflazione, e legati a dati assunti in via previsionale; la Regione è chiamata nei trentanove anni a erogare circa 12,1 miliardi di canone e 300 milioni di contributo, ma ritiene di introitare oltre 12,7 miliardi di pedaggi.» Insomma una infrastruttura che similmente al MOSE o alla TAV/TAC è destinata ad un onere praticamente inesauribile a carico dei contribuenti, e a beneficio dei consumatori di tasse. Tutto ciò dimostra che Luca Zaia & Co. sono soggetti di mente debole o addirittura eufemisticamente poco corretti se pensano che tutto sia lecito pur di raggiungere il proprio obiettivo, cioè costruire infrastrutture che non hanno ottenuto uno specifico consenso dalla cosiddetta sovranità popolare.

 

Appare qui interessante e congruo riportare quanto affermato dal Professor Hans Hermann Hoppe (1) qualche anno fa, durante un convegno tenutosi all’Università di Padova, dove ebbe tra l’altro a dire: «Lo Stato può essere definito convenzionalmente come: un’agenzia che esercita un monopolio territoriale, imposto con la forza, sia sulla decisione finale da prendersi in caso di controversie (giurisdizione) sia sulla tassazione. Per definizione quindi, ogni Stato, a prescindere dalla sua particolare Costituzione è economicamente ed eticamente inadeguato. [Perché è inadeguato? Ndr] Ogni monopolio è un “male” dal punto di vista del consumatore. Intendiamo per monopolio la mancanza di libero accesso ad una particolare linea di produzione: solo un’agenzia A può produrre il servizio od il prodotto X. […] perché un tale monopolista è giudice supremo di ogni conflitto e quindi anche di quelli che lo riguardano direttamente. Di conseguenza, invece di tendere a prevenire e risolvere conflitti, un giudice supremo monopolista sarà portato naturalmente a causare e provocare conflitti da comporre a proprio vantaggio.

Non solo nessuno, potendo evitarlo, accetterebbe un tale monopolio nella fornitura di servizi, ma [non accetterebbe. Ndr] nemmeno il fatto che sia il giudice monopolista a determinare unilateralmente il prezzo dei propri “servizi”. È facilmente prevedibile, che un tale monopolista userebbe sempre più risorse (proventi della tassazione) per produrre sempre meno beni e perpetrare sempre più misfatti. Questa situazione non è la ricetta per la protezione dei cittadini ma per la loro oppressione e sfruttamento. Il risultato del costituirsi di uno Stato, quindi, non è la pacifica cooperazione [economica tra i cittadini. Ndr] e l’ordine sociale, ma il conflitto, la provocazione, l’aggressione, l’oppressione e l’impoverimento in altre parole la de-civilizzazione (imbarbarimento). Questo, soprattutto, è quello che ci ha mostrato la storia degli Stati. Essa è infatti, in primo luogo, la storia di milioni di vittime innocenti del potere statale.»

 

Da ciò si comprende come lo Stato sia l’ambito “premio” di clan, lobby e partiti politici che sono quotidianamente impegnati alla sua conquista. Né il sistema democratico “rappresentativo” è una garanzia di buon governo. Al contrario, un curatore democratico temporaneo e intercambiabile non “possiede” il paese ma, per il tempo che rimane in carica, gli è consentito di usarlo a proprio beneficio. Questo non solo non elimina lo sfruttamento, anzi lo rende di corte vedute (orientato al presente) e non calcolato (sfrenato), cioè condotto senza alcun riguardo per il valore futuro del capitale presente nel paese. Neppure il libero accesso (da parte di tutti i cittadini) a qualsiasi carica dello Stato è un vantaggio della democrazia “rappresentativa”, perché – lo vediamo in Italia sin dal suo nascere come Stato – la competizione nella produzione dei misfatti è sotto gli occhi di tutti.

 

Malgrado il livello sempre più profondo della crisi dell’Occidente, e del “Belpaese” in particolare, si scopre la ‘regolarità’ dalla quale – secondo il personale convincimento di molti – si ripetono i fenomeni da cui dipendono addirittura forse i caratteri decisivi del sistema politico italiano: alludiamo all’elevato numero dei cittadini i quali si dedicano all’attività politica come occupazione principale, ed alla conseguente sproporzione fra ‘aspiranti’ a posizioni di potere, o a ‘rendite politiche’, e posizioni di potere e rendite politiche ‘disponibili’.

 

È probabile che questa vocazione a vivere (come diceva Max Weber) «della politica» prima ancora che «per la politica», costituisca una specificità della più diffusa tendenza a campare non producendo e scambiando beni, ma sottoponendo a tributo chi lavora e produce. La flessibilità della percentuale di soggetti che, in una determinata convivenza, vivono «per la politica», o più semplicemente «della politica» [paghe ‘pubbliche’, o comunque ‘garantite’ dal potere], rapportata al numero di coloro che invece si sostentano con redditi guadagnati nell’area del ‘privato’, suggerisce la formulazione di un’ipotesi generale: il grado di ‘stabilità’ (o di instabilità) di un dato sistema istituzionale, dipende principalmente dalla proporzione esistente fra il numero di coloro i quali lottano per guadagnare posizioni di potere, o per ottenere rendite politiche, e la quantità, rispettivamente, delle posizioni di potere, e delle rendite politiche disponibili.

 

Questo fatto e questa degenerazione dei ‘rappresentanti’, e delle loro organizzazioni, sono stati oggetto di studio della sociologia del 1900. Primo fra tutti Moisei Ostrogorsky che in “Democrazia e partiti politici” (1902), spiega che la degenerazione oligarchica dei partiti è anche essa un malcostume dovuto ad esigenze oggettive e non soggettive dei partiti stessi, visti come organismi che per sopravvivere in un ambiente sociale dato devono impadronirsi di finanziamenti e strumenti di esercizio del potere. Chi non lo fa, scompare nella competizione tra i partiti stessi. Pertanto chi è sopravvissuto lo fa. Lo fa ‘a fin di bene’, per battersi per la ‘giusta causa’ che in ogni caso degenera in mafia e danneggia la collettività. Ilvo Diamanti, su Limes “Quel che resta dell’Italia” [http://www.limesonline.com/quel-che-resta-dellitalia-lanteprima-di-limes-1114/67491 ], afferma che l’elettorato è sempre più mobile, privo di appartenenze. «Partiti e movimenti politici italiani perdono contatto col territorio. E si nazionalizzano, puntando sulla popolarità del proprio leader.» È l’esatta fotografia del fenomeno Renzi e del fenomeno Salvini. È un paesaggio popolato da soggetti politici “leggeri”, centralizzati, senza radici nella società. Tutto questo può e deve essere corretto, principalmente mediante l’adozione di effettivi strumenti di democrazia diretta, dove alla Casta dei politici di professione venga sottratto il monopolio del potere legislativo e soprattutto del potere di legiferare su se stessi: leggi elettorali, rapporti con altri poteri dello Stato, poteri nel controllo dei media, eccetera.

 

Come constatazione finale si può rilevare che una nuova classe dirigente nasce quando si affermano nuove idee, o quando la storia imbocca nuove vie. Ai giorni nostri quelli che attendono di sostituire i predecessori, prendendone il posto, non sono una nuova classe dirigente anche quando parlano e straparlano di democrazia diretta o addirittura d’indipendenza, ma la continuazione della precedente. Il senso di vuoto che si vive in molte parti d’Italia lo si deve al non identificare nulla di nuovo, di efficiente ed efficace per l’eserci

(1) Hans-Hermann Hoppe (nato il 2 settembre 1949) è professore emerito di economia presso l’Università del Nevada, Las Vegas e Distinguished Fellow presso il Mises Institute.

 

 

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