Congresso Lega. Salvini l’italiano non conosce la differenza tra usare la vanga e la zappa. Bossi sì.

po cremona

di STEFANIA PIAZZO – D’estate si prendeva la barca alla canottieri Flora e si passava il confine cremonese del Po: destinazione la bettola sulla sponda emiliana, la Maginot. Un nome azzeccato, sul confine di un mondo. La vista dai tavolini di pietra dava sulla confluenza dell’Oglio nel grande fiume, mentre dallo spiaggione ci godevamo la riva lombarda segnata dai pioppi argentati. In alcuni momenti dell’anno l’ansa del fiume diventava un unico immenso spiaggione dove fermarsi ad ammirare l’acqua. Il Po si ama. Non si può fare a meno di amarlo. Lungo il suo corso è nata una civiltà, altre ne hanno tratto vantaggi. Tutti, in un modo o in un altro, l’hanno bevuto, risucchiato, drenato. È stato lavoro, cultura rurale, infine immensa discarica. Una risorsa da sfruttare, come la sua gente, immensamente silenziosa e curva.

Ecco, la Lega di Matteo Salvini ha consacrato a Parma l’orientamento nazionale. La Lega deve salvare l’Italia intera e ambisce al 26%. Bossi ha manifestato il suo dissenso. Chi ha ragione dei due?

Come mi ha bene inculcato un mio abile “istruttore”, il mio predecessore a la Padania, Giuseppe Baiocchi, il popolo del Nord è sempre stato più incline ad usare come arnese da lavoro la vanga, e non la zappa. Curvati sul lavoro sì, ma non propensi a piegarsi sotto il peso di una dominanza. Al Nord si dissoda la terra ricca del fiume con la vanga, dopo ogni colpo la schiena torna diritta e lo sguardo è rivolto avanti, alla ricerca della libertà, sulle proprie gambe. La zappa, colpo su colpo, modella invece la schiena ad una curvatura senza ritorno, gli occhi non guardano avanti, restano chini, fatalisti, senza il futuro di rialzarsi. È la postura immodificabile di un Paese. E del Sud.

La storia, la natura hanno fatto il loro corso. Mai fermare la storia, che torna e si ripete, e riconferma la linea culturale e politica di un asse che da nordovest a nordest riaccarezza la strada per la libertà. Diceva Miglio: «Con il consenso della gente si può fare di tutto: cambiare il governo, sostituire la bandiera, unirsi a un altro Paese, formarne uno nuovo».
La bettola sul Po, la Maginot alborelle e vino bianco, non c’è più. E io non vado neanche più in barca sul mio fiume. Ma il fiume, nonostante l’arsura e la sabbia che ormai si attraversa da riva a riva, lo vedo in piena. Ribolle stanchezza ma non rassegnazione. Ha alzato il livello e si è fatto sentire. Altro che fluire lento. Chi lo vuole intubare in una risacca come fosse in una riserva indiana, sbaglia. Il corso dell’acqua è ricco di mulinelli, l’incauto che non li schiva il Po se li mangia.

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One Comment

  1. Padano says:

    Bel pezzo.

    Quand’ero bambino andavamo a mangiare al porto di Faule, sul Po, nel torinese.
    Si mangiavano rane e pesciolini fritti: li si ingoiava interi, testa e tutto. A volte avevano anche le lamprede.
    Si stava sotto il pergolato, con i tralci di uva.
    I nonni raccontavano storie di pesca. O di caccia, e allora passavano ore.

    Il locale esiste ancora: ottimo posto tipico piemontese, fanno pizza, spaghetti allo scoglio e orata al forno.
    15 € un antipasto.

    Sprofondi l’Italia.

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