Pmi, ecco chi sono gli sfruttati dei tempi moderni

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

La Cgia di Mestre aveva evidenziato tempo fa che nel 2011 erano fallite in Italia 11.615 imprese e di conseguenza erano stati persi 50.000 posti di lavoro sollecitando con ciò il Governo a istituire un fondo di solidarietà per la piccola e media impresa in difficoltà. Pia illusione se si considera che tra le cause che hanno portato a questa situazione, oltre la stretta creditizia (credit crunch) e il forte calo della domanda interna, c’è anche il ritardo nei pagamenti da parte dello Stato che ha innescato un effetto domino fatale tra le PMI italiane.

Se lo STATO non aveva i soldi per pagare i propri debiti con le imprese creditrici figurarsi se li aveva per istituire fondi di solidarietà a favore di queste! E comunque, prima delle PMI vengono tutti gli altri, banche in primis e poi dipendenti pubblici, privati, esodati, precari e pensionati in ordine, quando invece in un paese serio in tempo di crisi si dovrebbe pensare prima di tutto a migliorare le condizioni delle PMI abbassando il carico fiscale su di esse. Esse, infatti, sono la struttura economica portante di uno stato da cui dipende la gran parte dei posti di lavoro salariati. Tra i balzelli sulle imprese, che spicca per la sua stupidità, non si può non citare l’IRAP, un’anomalia tutta italiana introdotta nel 1997 da Visco per dare autonomia impositiva alle regioni nel quadro di un malinteso federalismo fiscale che però non prevedeva alcuna riduzione dell’imposizione centralista aumentando così l’imposizione complessiva.

Le banche italiane, che hanno ricevuto dalla BCE dei fondi al tasso agevolato dell’1% per ricapitalizzarsi e allentare la stretta creditizia, li hanno invece utilizzati per acquistare i titoli di stato italiani e finanziare così il debito pubblico dell’Italia anziché sorreggere le imprese e le famiglie. Con quest’operazione, di cui Draghi è stato l’artefice, lo spread è certo calato, giovando alle disastrate finanze italiane, ma come effetto collaterale, grazie ai regolamenti europei che impediscono alla BCE di finanziare in prima persona i debiti sovrani degli stati membri, di fatto, le banche private italiane si stanno arricchendo, speculando sul nostro debito sovrano e lasciando nella difficoltà il ceto medio.

Si accusa la PMI di essere troppo piccola e incapace di innovarsi e crescere per reggere la concorrenza internazionale dei colossi multinazionali e quella dei paesi emergenti, non tanto sui prodotti di bassa qualità, dove sarebbe comunque perdente, ma soprattutto su quelli ad alta tecnologia. Ma dove sono i tanto evocati e periodicamente annunciati poli industriali tecnologici che lo stato avrebbe dovuto costituire in sinergia con la ricerca e le nostre università, se i migliori cervelli fuggono dall’Italia che scende sempre più in basso nella classifica dei brevetti? In un’Italia dove tutti si appoggiano allo stato, l’unico settore economico che realmente lavora in regime di libero mercato è quello della piccolissima e PMI, eroicamente in condizioni ambientali ormai insostenibili. Ciò nonostante, secondo chi vive sulle spalle della PMI, questa non è più sfruttabile ed è sacrificabile perché piccolo non è più bello. Al sistema parassitario ormai conviene massacrarla di tasse e macellarla con Equitalia piuttosto che sostenerla economicamente.

La PMI non va più bene se non cresce garantendo entrate adeguate all’apparato parassitario statale. Ma Steve Jobs o Bill Gates, che hanno iniziato in un garage con pochi addetti, avrebbero avuto le stesse chance di crescita in Italia, in un sistema economico bloccato da uno statalismo fiscale e imperante, le banche che non sono mai state generose di finanziamenti con chi offre come garanzia solo idee e progetti, i migliori cervelli mortificati nelle università statali oppresse dalle baronie e le risorse per la ricerca scientifica a livelli ridicoli pur di foraggiare con esse il sistema parassitario? Le grandi imprese straniere evitano d’investire in Italia per svariati motivi (burocrazia, tasse, tempi lunghissimi della giustizia, scarsa mobilità dei lavoratori) mentre la grande impresa italiana (statale e privata) da tempo fallimentare quasi ovunque nel sud Italia e ora che gli incentivi statali sono vietati dall’UE languente anche a nord, non rappresenta certo una valida alternativa alla PMI.

Ciononostante, la PMI è stata lasciata sola, abbandonata a se stessa, strozzata dal sistema bancario che ormai presta denaro solo a tassi insostenibili esercitando legalmente l’usura, prosciugata da una pressione fiscale che arriva al 67%, intimidita dal clima di caccia all’evasore intentato dal governo e osteggiata da FIOM e CGIL che difendono solo la classe operaia, ossia lavoratori privilegiati che in mobilità godono spesso di tutele a tempo indeterminato a carico anche della comunità e che stando a casa pagati senza far niente, quando non arrotondano con lavoretti in nero, sopravvivono ai loro datori di lavoro che si uccidono sommersi dai debiti.

Chi ha potuto tra gli imprenditori è fuggito da questo habitat ostile e inospitale portando con sé all’estero capitali e competenze, attratto da incentivi e agevolazioni fiscali e burocratiche, gli altri imprenditori, i più piccoli, sono rimasti intrappolati al loro posto, come i lavoratori coatti del tardo impero (preludio alla servitù della gleba). Tuttavia, dopo tre anni di crisi economica conclamata, anche i risparmi accantonati dai più previdenti e fortunati tra artigiani, commercianti, esercenti, albergatori, lavoratori autonomi e piccoli coltivatori diretti, stanno finendo, consumati da tasse, imposte, rincari e inflazione con la prospettiva di recessione fino a tutto il 2013.

Il piccolo e medio imprenditore non è un giocatore d’azzardo che ama il rischio, al contrario è in genere una persona che ha ereditato dal padre il mestiere, l’attività o l’impresa di famiglia e intende trasmetterla possibilmente migliorata ai figli. Chi, come ex dipendenti o ex operai inizia un’attività da zero, dimostra di avere coraggio, ma spesso, a riprova di quanto l’Italia sia bloccata economicamente e socialmente, rinuncia di fronte a difficoltà burocratiche, balzelli e imprevisti, specie quando si rende conto di lavorare in regime di auto sfruttamento, facendo più ore dei suoi dipendenti, guadagnando di meno e non avendo alcuna tutela o garanzia, soprattutto nei confronti delle banche che non si fanno scrupoli di espropriargli anche la casa e lasciarlo sulla strada.

Ma il Dipartimento delle Finanze affonda il coltello e infama le PMI emettendo dati scandalistici, fuorvianti e non correlabili, comparando cioè il reddito medio dei dipendenti (19.810 euro) in cui però sono inclusi magistrati, manager privati e pubblici, dirigenti privati/statali, professori universitari, eccetera (categorie che alzano abbondantemente il dato reddituale medio) con quello dei datori di lavoro (18.170 euro) senza considerare che gli imprenditori del sud dichiarano la metà del reddito dei loro colleghi del nord, che artigiani e commercianti al 70% lavorano da soli, che il saldo nuove imprese meno fallimenti è negativo e che il reddito del datore di lavoro quasi sempre va diviso tra i famigliari (tutti aspetti che complessivamente abbassano il suo dato reddituale medio). Come ha fatto rilevare la Cgia di Mestre, se più correttamente il confronto fosse eseguito, ad esempio, tra il reddito di un artigiano e quello di un suo dipendente, si scoprirebbe che il primo guadagna il 42% in più del secondo.

Questa demagogia istituzionale è ovviamente propedeutica e giustificativa ai pressanti controlli fiscali sulla PMI e il ceto medio non impiegatizio, sempre più umilianti e polizieschi, mentre i veri ricchi, le banche e le grandi imprese, possono contare su appoggi e corruzione cui spesso si offrono gli stessi controllori e come sempre accade, lo STATO, impersonato dalla figura lugubre di Befera che si fa portavoce di una pressante campagna mediatica di moralizzazione contro l’evasione fiscale, si fa forte con i deboli e debole con i forti.

Il tessuto economico del nord è costituito in larga parte da una miriade di PMI capillarmente diffuse sul suo territorio e da un consistente ceto medio non impiegatizio (autonomi, artigiani e professionisti) e le regioni del nord presentano un residuo fiscale annuo di oltre 50 miliardi di euro. Anche se qualcuno può aver evaso, ciò significa, in altri termini, che questo sistema economico ha contribuito e contribuisce in maniera consistente alla fiscalità italiana, anche ora che in seguito alla crisi è decimato dai fallimenti e che diversi imprenditori suicidi sono morti di tasse pretese e crediti inevasi da parte di uno Stato assassino, pur di pagare eroicamente fino alla fine i propri dipendenti ed evitare che si diano fuoco per disperazione e protesta come dei monaci tibetani.

La fuga e la moria delle imprese nel nord lasciano poi il campo libero e vanamente contrastato dalle forze dell’ordine nonostante l’impegno, all’insediamento nelle regioni del nord di subdole attività slealmente concorrenziali il cui unico scopo è lavare i proventi illeciti delle organizzazioni mafiose italiane e straniere. Queste ottengono così liquidità pulita e rara in tempi di crisi, che riciclano per acquisire o subentrare con facilità in imprese locali da cui assumono parvenze d’innocenza e onestà. Il risultato è barattare la presunta evasione del nord, che non ha impedito all’Italia intera di prosperare ma che secondo alcuni è comunque un crimine, con la criminalità sanguinaria delle organizzazioni mafiose. Un bel risultato davvero!

E’ perciò giunta l’ora di dire basta e che in questa situazione è giusto e lecito evadere, se non altro per legittima difesa. Il ceto medio del nord ha il diritto di vivere e conservare una parte del proprio reddito per se stesso e non essere sfruttato e spogliato fino all’ultimo centesimo per sostenere la spesa pubblica e gli sprechi del centralismo statale romano, ingiusto, corrotto e pasciuto di privilegi anacronistici e mantenere politici impostori (e non solo perché impongono tasse esose) che non hanno più dignità e moralità alcuna per sguinzagliare i loro gendarmi esattori nelle nostre terre.

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6 Comments

  1. Alberto Pento says:

    Grasie, on toco ben scrito.

  2. firmato winston diaz says:

    Tutto sommato il problema si riduce (anche) al fatto che le spese e il peso dello stato sono incomprimibili, possono cambiare sempre e solo aumentando, percio’ in caso di crisi tutto il peso del riadattamento e del riassestamento ricade sulle spalle della societa’ civile, che quindi regredisce sempre di piu’.
    A mia memoria e’ sempre stato cosi’.
    Le reazioni dei vari politici di fronte alla proposta di restituire l’imu tradiscono platealmente questo modo, unilaterale, di intendere il rapporto fra stato e cittadino.
    Quando si dice il vantaggio di avere il monopolio della forza…

  3. firmato winston diaz says:

    L’IRAP e’ una patrimoniale sui dipendenti.
    Del resto la parola d’ordine e’ “basta tassare ill reddito che non ce n’e’ piu’, lo stato deve salvaguardare il SUO gettito”, quindi incrementare la tassazione indiretta dalla diretta alla indiretta (le patrimoniali sono tasse indirette, compresa in un certo senso l’irap visto che e’ indipendente dal reddito dell’impresa, ma proporzionale al suo capitale-lavoro, paga di piu’ chi ha piu’ dipendenti (serve a finanziare la sanita’ che e’ su base regionale, in realta’).
    Il lupo perde il pelo ma non il vizio.
    Ho sentito oggi l’ultima di bersani, propone di abolire l’imu per chi paga meno di 500 euro… avete sentito bene NON per chi guadagna meno di 500 euro, per chi PAGA meno di 500 euro. Che e’ come dire che il Partito deve vincere le elezioni, cioe’ acquistare il massimo consenso elettorale col minore danno per il gettito dello stato. E poi hanno il coraggio di fare la morale all’altro.

  4. Dan says:

    I primi che vengono sfruttati in ogni tempo e luogo sono coloro che accettano di essere sfruttati.

  5. Franco says:

    I parlamentari, compresi i familiar,i hanno posssibilità di accendere mutui sino a150.000 € all’1.57%. Il tutto è costituzionale alla faccia dell’art. 5. E agli statali non si può diminuire lo stipendio!

  6. jeanlouis says:

    Caro leo.il tuo argomento lo dobbiam far vedere in tv.hai colpito i punti….essenziali per la ns sopravvivenza.falliscono migliaia…decine di migliaia di piccole e medie aziende….e loro si inventano Serpico e redditometro(quello nuovo) perche’il vecchio …aveva fatto pochi . ….. .. Danni.. Ma mi dici se nn arriviamo a un ….CONDONO TOMBALE fiscale!!!!????dove arriveremo.nn e’ L`imu il dare o restituire il problema ……ma il LAVORO.ci hanno tolto il sorriso che abbiam noi popolo italiano io dico….italiani svegliatevi!!!!!

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