Plebiscito. Beggiato: chi vince cancella la storia. Ma non per sempre

di ETTORE BEGGIATO – “CHI CONTROLLA IL PASSATO CONTROLLA IL FUTURO, CHI CONTROLLA IL PRESENTE CONTROLLA IL PASSATO.” (G. ORWELL)plebiscito-veneto11 OTTOBRE 2014 ADMIN
Riproponiamo il testo della premessa di una interpellanza (n.35) in consiglio regionale (ottava legislatura) che ben riassume come andarono le cose in Veneto nel 1866.

21 – 22 OTTOBRE 1866, ANNESSIONE DEL VENETO ALL’ITALIA. FU VERA FESTA?

… il plebiscito che sancì l’annessione del Veneto all’Italia (21-22 ottobre 1866) viene liquidato dai nostri libri di storia in poche battute visto che la storiografia ufficiale sostiene che “tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia”(1).

E i risultati sembrano sottolineare tutto questo. Nell’esito della Corte d’Appello di Venezia leggiamo infatti che su una popolazione di 2.486.789; i voti contrari furono 70 e le schede nulle 72.

I voti favorevoli sono pari al 99,99 per cento: una percentuale che fa nascere più di qualche sospetto, sia per il ricordo positivo che gli austriaci hanno lasciato nella nostra regione, sia perché simili percentuali non sono state ottenute neanche dai regimi di Stalin o di Pinochet.

Il popolo veneto nell’ultima settimana prima del voto fu letteralmente sballottato da un potente all’altro; pur con i mezzi di informazione dall’intuibile livello ed un apparato burocratico-organizzativo alquanto traballante, appena pochi giorni dopo lo squallido mercanteggiamento il voto fornì un simile risultato.

E la lettura di “Malo 1866″ di S. Eupani non può che inquietarci ancor di più: l’autore scrive infatti: “Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col si e col no di colore diverso; inoltre, ogni elettore, presentandosi ai componenti del seggio, pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell’urna”.

In barba alla segretezza del voto e ai controlli internazionali che dovrebbero funzionare in simili frangenti! Del resto, che i brogli elettorali fossero prassi diffusa ce lo conferma perfino il buon Garibaldi sostenendo che “la corruzione dei pubblicisti, nei plebisciti, nei collegi elettorali, nella Camera, nei Ministeri, nei Tribunali fu alzata a sistema di governo”(2).

Illuminante è il seguente dialogo tratto da “Le elezioni comunali in villa”(13) nelle quali il Pittarini descrive i fatti tragicomici che caratterizzarono le elezioni post 1866:

l ° contadino: Ciò, chi ghetu metesto ti sulle ‘schede?

2° contadino: Mi gniente, me la ga consegnà el cursor scrite e tutto.

1 ° contadino: E anca mi isteso, manco fadiga.

2° contadino: Manco secade.

È doveroso sottolineare che il Pittarini fu membro del Comitato Liberale Vicentino e che fu arrestato dalle autorità austriache nel 1859: non siamo dunque di fronte ad un austriacante, bensì a un liberale veneto che si accorgeva d’avere semplicemente cambiato padrone e di aver cambiato in peggio.

Inquietanti sono poi le analogie con il plebiscito che si svolse nel Regno delle Due Sicilie il 21 ottobre 1860; stesse schede prestampate, stessi risultati (e soprattutto in Sicilia), stessi subdoli “avvertimenti” pre-elettorali(3).

Va peraltro ricordato che il plebiscito fu una enorme farsa, una messa in scena realizzata dagli italiani perché nei fatti il “Veneto” (termine inizialmente coniato dagli Austriaci per indicare il Regno “Lombardo-Veneto” e rimasto monco dopo la perdita dei territori oltre Mincio) era già stato ceduto, infatti la Gazzetta di Venezia del 20 ottobre notifica: “Questa mattina (il 19) in una camera dell’albergo Europa si è fatta la cessione del Veneto”. L’Austria, che aveva sconfitto il Regno d’Italia a Custozza (24 giugno 1866) e a Lissa (20 luglio 1866), fu costretta, nelle condizioni di pace, con la Prussia a cedere il Veneto al Regno d’Italia, alleato di quest’ultima. Così l’Austria per mortificare l’Italia consegnò alla Francia il Veneto e chiese a quest’ultima di interpellare le popolazioni con regolare plebiscito prima di consegnarlo al Piemonte.

Dopo queste rivelazioni sull’estrema correttezza elettorale del nuovo regno italico, vale forse la pena di fare un piccolo passo indietro.

È infatti tutto da dimostrare che il popolo veneto (che aveva dimostrato sventolando la bandiera nazionale con il Leone di S. Marco tutto il proprio valore ed ardimento sia nel 1809-10 sia nel 1848) fosse così ansioso di essere “liberato” dai Savoia. Non si riesce altrimenti a capire che necessità ci fosse di far precedere il plebiscito da “una vera campagna-stampa intimidatoria dei fogli cittadini”(4).

Si scriveva ad esempio: “ricordino essi (i Parroci e i Cooperatori dei ns. villaggi) che ove in alcuna parrocchia questo voto non fosse sì aperto, sì pieno quale lo esige l’onore delle Venezie e dell’Italia, sarebbe assai difficile non fame mallevadrice la suddetta influenza clericale, e contenere l’offeso sentimento nazionale dal prendere contro i preti di quelle parrocchie qualche pubblica e dolorosa soddisfazione…”(5).

Questa politica intimidatoria tuttavia non ebbe grossi effetti sulla partecipazione popolare: “A Valdagno, ad esempio nonostante il plebiscito venisse decantato non come semplice formalità e cerimonia, ma una festa, una gara, solo circa il 30 per cento sulla complessiva popolazione del Comune si recò a votare, mentre un buon 70 per cento, per chissà quale motivo, preferì continuare a occuparsi dei fatti propri, indifferente all’avvenimento. Analogamente in tutti i distretti…”(6).

Lo stesso D. Mack Smith scrive “Garibaldi (ancora lui!) si infuriò perché i veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo”.

La stessa “Arena di Verona” giornale da sempre nazional-tricolore fu costretta a denunciare il 9 gennaio 1868: “Fra le mille ragioni per cui noi aborrivamo l’austriaco regime, ci infastidiva sommamente la complicazione e il profluvio delle leggi e dei regolamenti, l’eccessivo numero di impiegati e specialmente di guardie e di gendarmi, di poliziotti e di spie. Chi di noi avrebbe mai atteso che il governo italiano avesse tre volte tanto di regolamenti, tre volte tanto di personale di pubblica sicurezza, di carabinieri, ecc….?”.

I liberatori “tagliani” arrivarono al punto di proibire le tradizionali processioni religiose in quanto “assembramento pericoloso per l’ordine pubblico”!(7), imposero la coscrizione obbligatoria, aumentarono vertiginosamente le tasse e introdussero quella famigerata sul macinato portando il Veneto ad uno stato di miseria e di disperazione come mai nella sua storia. Ai veneti non restò che emigrare: un vero e proprio esodo biblico si abbatté nelle nostre campagne.

E la rabbia dei veneti viene mirabilmente descritta in un passo de “I va in Merica” una poesia di Berto Barbarani: “Porca Italia” i bastiema “andemo via!”.

E l’ira della nostra gente, che tante volte viene accompagnata da una buona dose di ironia, fu espressa in tutta una serie di filastrocche, alcune delle quali ancora oggi molto popolari. Partiamo da questo riassunto politico alimentare:

“Co San Marco governava

se disnava e se senava;

coi francesi bona zente

se disnava solamente

co la casa de Lorena

no se disna e non se sena

poi arrivarono gli italiani….

e col regno de Sardegna

chi lo ha in tel cul

se lo tegna!”(8).

Per non parlar di quel

“Viva Savoia!

chè i n’à portà ‘na fame roja”(9)

o di quanto scrive Dino Durante nel “Strologo 88″:

“Eco na strofeta che nell’800

cantava i veneti i quali,

evidentemente, no gera tuti amanti

dell’Italia:

– Co le teste dei taliani

zogaremo le borele (bocce)

e Vittorio Manuele metaremo par

balin”.

Alberto Benedetti nel suo “Montagne e montagnari tra Verona e Kufstein” scrive testualmente:

“quassù erano così infervorati della

liberazione e dell’Italia unita che

cantavano spesso:

– Vegnerà Vitorio Manuele

se patirà nà stissa de coele

‘l vegnarà con mostaci e barbeta

se patirà na fame maledetta”

e più avanti

“Se dura il furor dei monumenti

un monumento avrà Quintino Sella

che con un tratto di saggezza rara

la polenta ci ha resa assai più cara”.

Sempre a Verona, un battagliero giornale satirico dell’epoca, “L’asino”, commentava così l’unità:

“Noi l’abbiam fatta! l’abbiam fatta noi!

– dicono in coro gli italiani eroi

l’avete fatta, è vero, ma per Dio,

puzza che leva il fiato! dico io”(10).

E tutto questo tenendo conto che come giustamente scrive Federico Bozzini nel suo “L’Arciprete e il cavaliere”: “C’è stato dopo il 1866 un concorso generale a truccare e a italianizzare ex post tutti i brandelli di storia dell’opposizione veneta al dominio austriaco”.

Altrettanto interessante quanto scrive nel 1903 lo storico Luigi Sutto di Rovigo, incaricato dal costituendo Museo del Risorgimento “Carlo Alberto”, di ricostruire dati ed episodi del Plebiscito. L’insuccesso del suo impegno durato qualche anno fu quasi totale. Il decreto sulle norme del Plebiscito prevedeva che i pretori trasmettessero alla Corte d’Appello i verbali dei. risultati Comune per Comune del referendum. Il nostro ebbe apprezzamenti e consigli anche in sede ministeriale, ma non ebbe mai in visione i fascicoli. E annota sconsolato che né pretura né Municipi li hanno! Sutto scrive: “Nelle mie ricerche e investigazioni… ho potuto conoscere solamente i voti dei singoli Comuni del Friuli, nessun giornale del Veneto fece altrettanto, nemmeno la Gazzetta di Venezia, che neppure pubblicò i voti dei Comuni appartenenti alla provincia di Venezia. Ho voluto scrivere tutto ciò perché sarebbe interessante conoscere i voti del Plebiscito dati dal 1866 da ciascun Comune del Veneto. Però da biasimare la nostra ignoranza e la nostra noncuranza: è deplorevole che i Comuni non conoscano i voti che essi hanno dato per la loro unione alla Patria, voti che in pari tempo indicano la fine della dominazione straniera.”(11).

Un altro episodio che la dice lunga sul patriottismo tricolore dei veneti accade a Bolzano Vicentino nel corso del Consiglio comunale del 19 maggio 1875.

Il Sindaco Giacomo Giaretta faceva presente dell’opportunità di acquistare una fascia tricolore per portarla nelle pubbliche manifestazioni. Messa ai voti la proposta, si trovò con nove contrari e un sol favorevole!(12).

E allora non può non venirci in mente quanto Mario Zocaro, pseudonimo di Pietro Zenari, per lunghi anni parroco a Caldi ero (VR), fa dire al contadino Zelipo in una commedia: “Coss’ela sta Italia, sta patria, compare coss’è ste cose che ghemo da amare?”.

 

(tratto da venetoindipendente)

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