Plebisciti e secessioni. Quando l’Italia li voleva

plebiscito

di GILBERTO ONETO –  Gli italiani hanno la memoria corta: il ricorso all’autodeterminazione è stato
impiegato con sistematicità nel periodo storico più caro agli italianisti, sia pur ridotto a un ipocrita simulacro, alla forzata legittimazione di scelte autoritarie. Il processo risorgimentale è infatti stato “completato” con i cosiddetti plebisciti, cioè con votazioni con le quali la gente sceglieva di entrare a fare parte del (o di uscire dal) nuovo Regno d’Italia: si trattava, almeno formalmente, di un’espressione di autodeterminazione, e soprattutto si riconosceva la necessità di un avallo popolare per ogni mutazione di confini. Ne hanno beneficiato territori della penisola su cui vivono circa i due terzi dell’attuale popolazione.

Non ne hanno invece beneficiato valdostani, piemontesi e insubri occidentali che si sono trovati sudditi dei Savoia in seguito a eventi militari e a trattati fra Stati. Liguria e Sardegna sono state acquisite in seguito a maneggi internazionali, a una sorta di “mercato delle vacche” dei territori. La Lombardia aveva votato nel 1848 la “fusione” col Piemonte con numeri bulgari: 661.626 contro 681 (il 999 per mille). Era stata la prova generale di tutti gli intrugli elettorali successivi, con brogli, intimidazioni e violenze. Quella votazione era però stata resa nulla dalla mancata convocazione dell’Assemblea costituente.

Dieci anni dopo la Lombardia sarà annessa senza altri convenevoli. Tutti gli altri territori della penisola sono stati conquistati con guerre e vergognose macchinazioni rivoluzionarie ma si è sempre voluto dare una copertura di legittimità a operazioni che non avevano nulla di legittimo: aggressioni a Stati che non erano ostili, senza motivazioni, senza dichiarazioni di guerra, senza il rispetto dei requisiti formali che distinguono gli scontri fra gli Stati civili dalle risse fra tribù di aborigeni. Per acquietare i complessi di colpa e per costruirsi una rispettabilità di fronte all’opinione pubblica internazionale si sono tenuti i plebisciti.

Tutti hanno avuto un esito scontato con risultati strabilianti e improbabili. I dati “ufficiali” sono piuttosto
significativi: Ducati emiliani e Romagna 426.006 contro 756 (998 per mille), Toscana 366.571 contro 14.925 (961), Marche 133.765 contro 1.212 (991), Umbria 97.040 contro 268 (997), Regno di Napoli 1.302.064 contro 10.302 (992), Sicilia 432.053 contro 709 (998), Veneto 641.758 contro 69 (999,9, un record!!), Roma 133.681 contro 1.507 (989).

Come questi patrioticissimi risultati si siano ottenuti è noto: brogli, violenze, finzioni, pressioni, episodi vergognosi che non vengono riportati sui libri di scuola. Con una certa improntitudine ancora oggi si ricordano e festeggiano i Plebisciti (con la M maiuscola) come un momento glorioso dell’unità. Questo succedeva dopo la seconda e la terza guerra di indipendenza e la conquista di Roma. Suona perciò piuttosto strano che dopo quella che i patrioti chiamano la quarta guerra di indipendenza (la Prima guerra mondiale) i territori annessi con la forza non siano stati sottoposti a plebiscito popolare. Le ragioni del cambiamento di atteggiamento sono piuttosto evidenti: si trattava di popolazioni che – a onta della retorica irredentistica – proprio non ne volevano sapere di diventare italiane: più della metà dei popoli abitanti in Tirolo e in Istria erano di lingua e cultura del tutto estranea anche alla più generosa definizione della cosiddetta Italia.

Chi conosceva quelle terre sapeva benissimo che l’idea dell’annessione non aveva troppi sostenitori: sia Battisti che De Gasperi (il più famoso irredentista trentino e il rappresentante del Tirolo trentino al Parlamento di Vienna) hanno sempre sostenuto – non senza onestà – che la maggioranza della loro gente avrebbe preferito restarsene con l’Austria. Ma non era una novità: neppure gli altri popoli della penisola avevano smaniato nell’Ottocento per diventare “piemontesi”, sabaudi o italiani. Allora perché non si è organizzato anche quella volta il solito plebiscito farsa? Oltre a tutto sarebbe stato coerente con i punti programmatici sostenuti dal presidente Wilson. Ma è proprio per questo che non lo si è fatto: un conto è farsi dei plebisciti in casa, un conto è farli alla luce del sole, magari
sotto controllo internazionale.

Era un rischio che non si poteva correre dopo tutto lo strillare e piagnucolare sui “sacri confini” in tutte le sedi internazionali e dopo il vergognoso massacro cui erano stati mandati tanti giovani. Così Tirolo e Istria sono stati annessi, punto e basta. Dopo i cambiamenti di confine del 1945, di quel bottino restano oggi le province di Trento, Bolzano, Trieste e Gorizia. Da allora è stato rifiutato qualsiasi altro plebiscito, è stata duramente rigettata qualsiasi richiesta di autodeterminazione. Con la sola piccola eccezione dei comuni di Briga e Tenda, per i quali la Francia aveva chiesto un referendum confermativo della separazione dall’Italia e dove si è votato il 12 ottobre 1947. Il risultato è stato quello di tutti i casi precedenti: 2.204 sì contro 102 no (956 per mille). Non era la prima volta che si tenevano dei plebisciti di secessione dall’Italia.

Sia Nizza che la Savoia se ne erano andate con un accordo di vertice avallato da un plebiscito, ovviamente pilotato: le stesse pressioni e gli stessi metodi impiegati per “portare dentro” venivano buoni anche per “mandare fuori”. A Nizza si erano espressi a favore in 24.840 contro 160 (994 per mille), in Savoia in 130.533 contro 235 (998). el 1945 era stato proposto di fare plebisciti per decidere in libertà il destino
delle aree venetofone dell’Istria e di Fiume e scongiurarne l’annessione alla Iugoslavia. Era stato lo stesso governo italiano a rifiutare di avanzare la richiesta per paura di dovere concedere la stessa opportunità a Bolzano, ad Aosta e alla Sicilia. Visto il piccolo, ma significativo, precedente di Briga e Tenda, era meglio non correre pericolosi rischi di innescare un “effetto domino”: l’alta valle Roja era un territorio piccolissimo e il danno era stato limitato.

Di chi chiede oggi l’autodeterminazione gli italiani non ne vogliono naturalmente sapere e fanno appello
all’intangibilità dei confini e alla sacra inviolabilità dell’unità nazionale. Eppure i precedenti ci sono: e alcuni erano stati proposti, effettuati e pilotati proprio dai Padri della Patria Cavour e Vittorio. Non regge l’attaccarsi al principio, non serve neppure fare ricorso a maggiori o minori gradi di “italianità”.
È evidente che si tratta di ipocrisie moderne, proprio come i plebisciti risorgimentali erano state ipocrisie del passato. Allora si era fatto finta di ricorrere alla volontà popolare solo per legittimare annessioni violente e illegali, oggi si nega la stessa formale libertà per evitare brutte sorprese e per tenersi terre “conquistate”.

Sì, perché la vera differenza sta proprio solo in questo: i plebisciti andavano bene quando potevano essere tranquillamente truccati, non vanno più bene quando devono essere liberi. Non potendoli più truccare, si è deciso che i plebisciti non si devono fare. Questa è la triste morale del rispetto italiano della volontà e sovranità popolare: la gente viene ascoltata solo quando non si può esprimere liberamente. Si gioca solo quando si è sicuri di vincere non per superiorità (vera o presunta) ma perchè si è sicuri di truccare la partita. L’Italia gioca solo quando dispone di carte truccate.

(da il settimanale Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo)

Print Friendly

Related Posts

One Comment

  1. Alessandro Guaschino says:

    A questo proposito da tempo sostengo che è inutile pensare ad un referendum per l’autodeterminazione della Padania.
    Fare un referendum da un lato vorrebbe dire avvallare l’illegale occupazione italiana, nel senso che occorre avere il benestare degli occupanti, si accetta che in caso negativo la Padania rimanga occupata. Faccio sempre l’esempio della Polonia occupata dai tedeschi nella seconda guerra mondiale (il governatorato generale), nessuno ha pensato di fare un referendum per vedere se la Polonia dovesse rimanere o meno sotto la Germania, di mantenere valide le leggi tedesche, di pagare parte dei debiti tedeschi, di perdere territori polacchi per le guerre perse dai tedeschi (cosa invece accaduta alla Padania con l’Istria e la Dalmazia….).
    Dall’altro è inconcepibile fare un referendum su tale argomento facendo votare immigrati e coloni italiani, quindi occorrerebbe la collaborazione dell’anagrafe dell’occupante che stabilisca chi è padano doc e chi invece è italiano o di discendenza italiana (con lo ius sanguinis ovviamente mantengono la cittadinanza italiana). Scordiamoci di avere collaborazione o dati attendibili.
    Infine fare un referendum su tali argomenti vuol dire avere giornali e televisioni che discutano equamente sull’argomento ristabilendo la verità storica. Dopo 150 di propaganda e falsificazioni per “fare gli italiani” possiamo scordarci anche quello.
    Infine la tendenza italica e levantina di fare colossali brogli elettorali ed infischiarsene della volontà popolare può solo far sorridere a chi può pensare di fare votazioni libere e corrette.
    Rimane solo da fare come la Crozia e la Slovenia, anch’esse col problema di uno Stato finto, artificiale ed inesistente, la Yugoslavia: dichiarazione unilaterale di indipendenza.

Leave a Comment