Pisacane, prima vittima dell’Italia centralista

pisacane

di GILBERTO ONETO – Non c’è nella penisola città di qualche grandezza che non abbia una via, una piazza o qualche altro accidente dedicato a Carlo Pisacane, eroe risorgimentale. In realtà la stragrande maggioranza dei cittadini ne ignora le gesta e al massimo lo collega con una insulsa poesiola di Giovanni Mercantini che ci hanno fatto leggere alle Medie. Carlo Pisacane è nato a Napoli nel 1818, figlio del duca Gennaro, un allegro “vitellone” che ha scialacquato il patrimonio di famiglia, e di Nicoletta Basile De Luca, che – rimasta vedova – ha risposato il generale Michele Tarallo. Il giovane Carlo è spedito giovanissimo alla Nunziatella, la scuola militare riservata ai rampolli delle migliori famiglie napoletane.

A 22 anni si innamora perdutamente di una dodicenne, Enrichetta Di Lorenzo, conosciuta alla fasta di Piedigrotta, ma la cosa per il momento finisce lì. Dopo qualche servizio di guarnigione, nel 1843 torna a Napoli con il grado di tenente: qui rivede Enrichetta, che nel frattempo ha sposato il cugino del Pisacane, tale Dionisio Lazzari e gli ha dato ben tre figli. Ma all’amore non si comanda e i due intreccian  una love story adulterina fatta di incontri segreti e appassionati.

Più appassionati che segreti, perchè una notte dell’ottobre 1846 un gruppo di energumeni – evidentemente
inviati dal cugino becco – aggrediscono e pugnalano il Pisacane sotto casa, al rientro da un incontro, non si sa se amoroso o politico. Perché nel frattempo l’intraprendente ufficiale ha preso a frequentare ambienti carbonari e mazziniani, e a nutrirsi di entusiasmi patriottici. Per sfuggire allo scandalo, per coronare il loro sogno d’amore alla luce del sole, per far nascere il frutto del peccato (la signora è incinta) lontano dai pettegolezzi, o per sfuggire all’oculata polizia politica di Ferdinando II, i due se la squagliano agli inizi del ’47, inseguiti da una denuncia per relazione adulterina e per diserzione. Arrestati a Parigi, vengono salvati dall’atavica Inefficienza della giustizia napoletana, che non manda per tempo i documenti per l’estradizione.

La coppia però si divide dopo qualche mese: lei si trasferisce a Marsiglia dove vive con i soldi che
e manda la famiglia e lui “ottiene” in autunno, per far fronte alle sue ristrettezze economiche, l’arruolamento nella Legione Straniera e viene inviato in Algeria. Della figlioletta che nasce a dicembre non si hanno più notizie. La ferma del nostro eroe è piuttosto strana perché è già di ritorno a Parigi nel febbraio 1848, assieme alla ritrovata Enrichetta, che evidentemente pochi mesi di Legione non gli hanno permesso di dimenticare. Giusto il tempo di qualche effusione e Pisacane è già a Desenzano sul Garda, dove si arruola prontamente nella Legione Lombarda di Garibaldi: è il primo incontro fra i due fulgidi eroi. Dura poco, perchè dopo qualche settimana Pisacane è già a Lugano a scrivere un fondamentale saggio “Sul momentaneo ordinamento dell’esercito lombardo“. Davvero momentaneo.

Ma la Patria chiama e Carlo è poco dopo a Roma a difendere la neonata Repubblica, dove è fin da subito (e in virtù dei suoi studi militari) nominato colonnello e Capo di Stato Maggiore del generale Avezzana, comandante dell’esercito romano.
Il nuovo incontro con Garibaldi non è dei più felici: i due litigano sul’arruolatutto e finiscono per odiarsi ferocemente. Il contrasto degenera in sgarri, dispetti e ordini militari strampalati che sicuramente poco giovano alla già precaria condizione militare della Repubblica. Dopo la guerra i due piccioncini (nel senso di Carlo ed Enrichetta) si ritirano in una bella villa di campagna vicino a Genova dove lui si mette a scrivere con intensità, producendo uno studio sulla Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-1849 (pubblicato nel 1851) e i quattro volumi dei Saggi storici-politici militari sull’Italia e distoglie un po’ le sue attenzioni dalla compagna.

Così lei ha più tempo per approfondire una patriottica amicizia con il compaesano Enrico Cosenz che sfocia presto in un robusto idillio che all’inizio il Pisacane non accetta e poi però finisce per vedere come l’ineluttabile partenopea conseguenza del “chi la fa, l’aspetti”. Il menage-à-trois non sfugge alla polizia sabauda che in una scheda segnaletica descrive il Cosenz “in relazione intima con Pisacane”: una annotazione inquietante che fa nascere qualche piccante illazione in più sul triangolo che si è creato. In questi anni nasce anche una figlia, Silvia, che di certo ha solo la madre. Il Pisacane in apparenza sembra accettare la strana situazione ma in realtà il suo ardore mediterraneo lo fa soffrire: si getta animo e corpo nella vita politica, abbracciando il mazzinianesimo più estremo e guadagnandosi la fama di “profeta rosso” del Risorgimento. Non gli resta che lanciarsi nell’azione!

Il 26 giugno del 1857 si imbarca con 24 compagni sul piroscafo Cagliari che fa servizio postale fra Genova, Cagliari e Tunisi. Al largo si impadroniscono del battello e lo “dirottano” sull’isola di Ponza dal cui carcere liberano 323 detenuti, dei quali solo 11 “politici”. Per non lasciare dubbi, Pisacane innalza sulla nave la
bandiera rossa che era stata il vessillo di guerra della Repubblica romana. Il giorno 28 sbarcano vicino a Sapri: i patrioti napoletani non si presentano all’appuntamento, le popolazioni locali non accolgono gli appelli alla rivolta e corrono invece ad avvisare la gendarmeria dello strano sodalizio di galeotti e “signori” che gira fra le loro case. Intanto la più parte degli “sbarcati” se la squaglia e la comitiva si riduce a un centinaio di persone (…altro che “trecento giovani e forti”…): il 2 luglio presso Buonabitacolo di Padula vengono intercettati da un gruppo di guardie campestri rafforzato da contadini evidentemente poco felici di quel genere di turisti.

Vengono massacrati a colpi di forcone ancora prima che i soldati regolari arrivino sul posto a completare l’operazione.
Pisacane muore con gli altri o – secondo una versione più accreditata – si suicida quando si rende conto del fallimento della spedizione. Proprio come Custer a Little Big Horn. Enrichetta viene circondata dalla sollecitudine e dall’affetto di tanti patrioti, oltre che – naturalmente – di Cosenz. Silvia viene formalmente adottata da Giovanni Nicotera (che era partito con Pisacane me che ha trovato il modo di sopravvivere) e accolta nel collegio per educande diretto dal Mercantini (quello della poesia).

Anche Garibaldi dimentica antichi contrasti personali e concede da vero gran signore – non appena riesce a mettere le mani sulle casse del Regno di Napoli – una pensione vitalizia di 60 ducati (circa 13.000 Euro) alla figlia di Enrichetta, in onore di Carlo e su sollecito di Enrico. Poi si passa al regolamento dei vecchi conti: Garibaldi ordina “l’eliminazione senza misericordia alcuna” di tutti quelli che hanno partecipato alla
distruzione della banda di Pisacane: il 7 settembre del 1860 quattro guardie campestri vengono ammazzate a bastonate dai garibaldini dopo una notte di torture. La loro colpa è di avere difeso le proprie case da una comitiva di galeotti.

Garibaldi ha in realtà ben altri motivi di gratitudine nei confronti di Pisacane. Questi è stato mandato avanti – non senza un certo cinismo – a tastare il terreno: si è infatti trattato di una vera e propria prova generale dalle assonanze inquietantemente simili a quelle della “prima” di Garibaldi e della sua troupe di mille figuranti. È lo stesso il fornitore dei mezzi di trasporto (quel Rubattino che fa ogni volta finta di farsi “fregare” le navi ma che se le fa pagare prima e anche dopo), è identica la manovalanza patriottica, è la stessa l’ipocrisia del governo sardo che appoggia ma fa finta di non sapere, è del tutto simile la presenza della flotta inglese che segue con discrezione e da neanche troppo lontano tutta la spedizione di Pisacane.

Assolutamente uguale è anche il risvolto farsesco di un comandante che si lancia nell’avventura per fuggire
a una storia di corna. La lezione è servita: nel 1860 si evita di sbarcare in territori non strettamente controllati (in Sicilia la Mafia si preoccupa di “convincere” i locali a non opporsi ai nuovi venuti), non viene più commesso l’errore di imbarcare mazziniani, si provvede a “convertire” alla bontà della causa italiana gli ufficiali napoletani con ricche promesse e cotillons, gli Inglesi non si limitano più a controllare da lontano ma prendono parte attiva alla vicenda, e non ci si affida più alla raffazzonata buona volontà di patrioti indigeni ma si fanno sbarcare migliaia di padani idealisti, disciplinati e “ciula”.

Insomma Pisacane è stato sacrificato per “aggiustare il tiro”, per mettere a punto quell’aggeggio fatto di furbizie, meschinità, violenze e anche qualche eroismo sprecato che si chiama Risorgimento. Per questo gli hanno dedicato qualche via. Viva l’Italia.

(da “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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2 Comments

  1. Borbonia Felix says:

    Beh i piemontesi dovrebbero solo stare zitti….è colpa loro se siamo ridotti con le pezze al culo da nord a sud !

  2. Padano says:

    “Pisacan”, è il nome che in Piemonte si da ai funghi non mangerecci.

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