Piazza Fontana, dimenticata, ma il segreto è svelato

di PIERO LA PORTAlibro
A sentire le solite campane, la responsabilità è dei servizi segreti deviati, della massoneria, delle trame internazionali, del Grande Vecchio e chi ne ha più ne metta. Alla fine del giro si conclude “piazza Fontana è un mistero”, come d’altronde il caso Moro, piazza della Loggia, la stazione di Bologna, Ustica, Capaci, via D’Amelio e via seppellendo i morti e la nostra memoria con loro. Eppure basterebbe tirare un filo delle migliaia che s’intravvedono per avvicinarsi alla verità Anzi c’è uno che alla verità s’è avvicinato moltissimo, ma…
Nel 2009 e di nuovo nel 2012, Paolo Cucchiarelli pubblicò “Il Segreto di Piazza Fontana”, un libro che dovrebbero imporre fra i testi scolastici. I venerati maestri del giornalismo e della cultura un tanto al chilo finsero di non capire. Taluni fecero peggio, come vedremo. Pochi ricordano che molti di costoro cofirmarono la “lettera aperta” che isolò il commissario Luigi Calabresi e lo additò ai killer di Lotta Continua. Sentiremo, sentimmo, sentiamo questi cofirmatari chiedere scusa? Le parole sono pietre, talvolta pallottole.
Renato Curcio: «Piazza Fontana e l’omicidio Calabresi sono andati in un certo modo e, per ventura della vita, nessuno più può dire come sono realmente andati. C’è stata una sorta di complicità tra noi e i poteri che impedisce ai poteri e a noi di dire che cosa è veramente successo»
D’altronde, quanto Renato Curcio dichiarò sulla strage, è un manifesto politico, una chiamata di correo a destra e sinistra: è allo stesso tempo un invito a tacere e un’ammissione a mezza bocca che le bombe furono due: una di destra e una di sinistra; cominciarono così il consociativismo e l’omertà trasversale della politica e del Palazzo, tutto intero. Inutile chiedere a costoro di Moro, piazza della Loggia, la stazione di Bologna, Ustica, Capaci, via D’Amelio e via seppellendo i morti e la nostra memoria con loro.
Il resto sono chiacchiere con libertà di disinformare, come d’altronde accade da tempo, dal dopoguerra ai primi anni ’60, alla nascita del centro-sinistra e da lì alla morte di Luigi Calabresi, prodromo in un certo senso di quella del presidente Aldo Moro, nell’impazzare di disinformazioni, talune celeberrime come la parapsicologica Gradoli, così grottesca da non meritare ormai troppa attenzione.
Curioso tuttavia che la disinformazione di decenni addietro riaffiori sovente in veste di colpo giornalistico, “scoop”, secondo il gergo prevalente. Rari i giornalisti, rarissimi che chiedano: «Perché non l’avete detto o scritto prima?». Negligenza che dà agio di confezionare altre bugie su quella precedente, l’una dietro l’altra, un treno di bugie. Chi le confeziona? Chi non le vede?
Decenni di democrazia occorsero per comprendere quanto la disinformazione sia organica al Palazzo. Uno studioso del prossimo millennio potrà domandarsi come mai gli italiani ci abbiano messo così tanto a smaliziarsi, nonostante l’aura da furbi. Una lunga scia di scandali infatti, almeno dal 1893, con Giovanni Giolitti e la saccheggiata Banca Romana, arrivò sino ai giorni correnti, fra camarille, terrorismi, dossier e liste di varia attendibilità. Ogni scandalo causò innumerevoli e costose inchieste, tutte convergenti verso la medesima conclusione: il Palazzo mente o v’è chi mente per incarico del Palazzo, oppure entrambe le cose.

Fino agli anni ’70 non si parlò di dezinformatsiya, finché non si svelarono le trame dell’Europa orientale. D’altro canto, “disinformazione” piacque al giornalismo, sempre in cerca di sintesi immaginifiche, in questo caso per descrivere i torbidi nelle inchieste e nei processi. È curioso tuttavia che i venerati maestri del giornalismo non abbiano mai definito “disinformazione” le notizie balle inoculate dalla stampa nella pubblica opinione. Pietro Valpreda assolto con formula dubitativa per tre volte, l’alibi avallato dalla zia: «Carente di prova, fondato com’è sulla dichiarazione di Valpreda e della zia, Rachele Torri, quest’ultima palesemente compiacente e contraddittoria» scrissero in sentenza. Cornelio Rolandi, tesserato Pci e Cgil, tassista che riconobbe in Valpreda quello trasportato a Piazza Fontana, subì un linciaggio bestiale, come occorse a Leonardo Marino, teste chiave contro Adriano Sofri. Le leggi “su misura” cominciarono con quella per scarcerare Valpreda.
Bufale solidali, con la benedizione della Crusca, dacché “bufala”, evocante il menare per il naso alla maniera dei bufali, prendere in giro, sdrammatizza l’altrimenti imbarazzante “disinformazione”. Che dire poi d’un giornalista che disinforma e uccide?

Decida il lettore se sia più grave una bufala o una disinformazione, d’altronde a danno di chi? Le parti civili sono sempre le stesse: la povera gente, gli elettori, i contribuenti, chiunque fronteggi il Palazzo.
La disinformazione ai primordi fu lanciata dalle agenzie di stampa – celeberrima e famigerata “La Stefani” – mediante le veline[4]; oppure dalle residenture, comunque percorrendo crocevia obbligati, in qualche modo banali.

Chi ha memoria tuttora stupisce dei corsi e dei ricorsi di persone e luoghi e fatti, noti a tutti peraltro. Si pensi all’Ufficio Ricerche del SID (Sevizio Informazioni Difesa) in via Bissolati, a due passi dalla sede centrale della FIAT nella Capitale; oppure il ristorante di gran classe, prossimo all’ambasciata francese, l’uno e l’altra prediletti da Federico Umberto D’Amato, gourmeur de L’Espresso e capo dell’ufficio Affari Riservati del Viminale. Bufale meccanizzate, eleganti, informate, ghiotte e multinazionali. (segue su http://www.pierolaporta.it/piazza-fontana-omerta-destra-e-sinistra/)

 

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2 Comments

  1. Aron Sperber says:

    Feltrinelli aveva la ossessione di un golpe di un destra, che poi voleva combattere con i suoi GAP – aveva aspettato ansiosamente a iniziare con la resistenza – e aveva gia progiettato per mesi o perfino anni la lotta armata rivoluzionaria:

    http://strage80bologna.wordpress.com/2014/12/07/la-latitanza-di-feltrinelli-dopo-la-strage/

  2. renato says:

    C’è da chiedersi se una moltitudine di presunti fatti, di notizie veritiere e non raccolte qua e là, di dati senza attendibilità, di opinioni riportate da più fonti sequenzialmente ordinate o disordinatamente e sporadicamente apparse sul proscenio del teatro dove si sono vissute delle tragedie, da materiale che nessuno sembra giudicare veramente degno di seria considerazione etc. etc. siano di aiuto al lettore attento ma non avvezzo al linguaggio parapolitichese che aggiunge del proprio alla scena di per sé avvolta nella nebbia più fitta. Ma è proprio così difficile parlare chiaro, senza perifrasi, doppi sensi, eufemismi ? Tutti sappiamo che il parlar chiaro ha portato più di un individuo a lasciarci le penne. Non credo che si possa dare del pusillanime a chi non si sente eroe. Non è detto che chi conosce la verità e non la dica vada all’inferno. Non parlarne o parlarne in un certo modo nulla aggiunge e nulla toglie a ciò che già si sa.

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