Percorsi per l’indipendenza

di ANDREA BACCAGLINI

Cos’è uno stato?

Prima di capire se e come può avvenire un processo di autodeterminazione, di separazione o di creazione di uno stato autonomo indipendente è bene comprendere cosa sia uno stato.

Dalla realtà è facile, anche empiricamente, rilevare che tra i contenuti essenziali di una nazione troviamo un popolo, un organizzazione statale e un territorio sotto diretto controllo della stessa.

Siccome un organizzazione è composta da persone questa figura è destinata a fondersi con quella di popolo in quelle che sono a tutti gli effetti associazioni.

L’esistenza quindi di uno stato si può rilevare nel momento in cui un’associazione ottiene il diretto controllo di un territorio, ma non solo.

La storia ci insegna che un altro requisito sono i possibili riconoscimenti ottenuti da altri stati, indipendentemente da un effettivo controllo del territorio.

Così che il Kosovo diventa nazione per riconoscimento e non per effettiva capacità militare.

In pratica se gli Usa decidono di riconoscere la legittimità di una associazione a controllare un territorio essa diventa stato, indipendentemente dall’effettivo controllo esercitato.

Avremo quindi uno stato in ogni caso in cui un’associazione o controlla effettivamente un territorio o è riconosciuta da altri stati.

Il caso Veneto

C’è un certo dibattito sia a livello giornalistico, sia dottrinale sull’efficacia che potrebbe avere un referendum di autodeterminazione in Veneto.

Alcuni citando il diritto internazionale dicono sarebbe sufficiente per avere un nuovo stato, altri dicono sarebbe inutile visto il ferreo dettato costituzionale.

La corretta risposta va data alla luce di quanto enunciato sopra.

In effetti nel discorso fin qui fatto non ho introdotto termini come norme, validità, efficacia, costituzione, semplicemente perchè in questa materia esse hanno un valore relativo, lo hanno solo all’interno di una associazione , ma non al suo esterno.

Vedono giusto gli indipendentisti nell’asserire che il diritto internazionale protegge l’autodeterminazione dei popoli , ma vedono giusto anche i loro detrattori nel rilevare nella costituzione un limite invalicabile a una separazione di una regione dall’unità italiana.

Come spesso accade nessuna delle due tesi opposte ha il merito di inquadrare il problema nella realtà.

Il diritto internazionale è valido solo grazie al sostegno di altri stati, non ha efficacia propria e non è quindi applicabile autonomamente da un qualsiasi organo italico autoproclamatosi indipendente.

In altre parole senza un riconoscimento anteriore o posteriore al referendum esso sarebbe del tutto inutile o equivarrebbe a una dichiarazione di indipendenza con la conseguente guerra ( come nel caso delle colonie Americane).

Nulla vieta però che il riconoscimento derivi dallo stesso stato “madre”.

La costituzione ha valore solo all’interno dello stato Italiano e determina le scelte a cui tutti i suoi organi devono ispirarsi. Pare difficile quindi sperare in un riconoscimento interno visto il dettato “unica e indivisibile” che assume il valore di norma costituzionale di rango primario , con il potere di abrogare le altre norme eventualmente introducibili a norma dell’art.10 sui trattati internazionali.

Ma come dicevo le norme hanno valore solo all’interno di una associazione e non all’esterno.

Con un riconoscimento da parte di un altro stato ci si ritroverebbe in una situazione in cui le forze in campo esulano completamente dalle costituzioni e la situazione può essere risolta solo in sede internazionale .

Quali strade quindi percorrere?

Stringendo il cerchio ed escludendo il ricorso alle armi come soluzione, anche se lo potrebbe essere, a un comitato per l’indipendenza del Veneto resta una sola strada percorribile quella di ottenere l’indizione di un referendum, eventualmente anche consultivo, e sperare, cercare il riconoscimento di altri stati.

Bene fanno quindi gli esponenti di alcuni movimenti a stringere rapporti con nazioni estere, anche in via di creazione, perchè solo grazie a un loro riconoscimento si potrebbe generare quel processo necessario a superare i confini giuridici della nostra costituzione e garantire quel percorso di diritto internazionale di autodeterminazione auspicato. Come detto prima , una associazione riconosciuta è uno stato, anche senza l’effettivo controllo del territorio.

E fare tutto da noi?

Resta la possibilità nostrana di ottenere, magari con un largo consenso referendario, una sorta di accettazione da parte degli organi italiani dello stato di fatto, accettazione che in primis dovrebbe essere culturale e forse poi politica.

Non va sottovalutata mai l’importanza di una scelta popolare, soprattutto in tempi come i nostri in cui tutto, almeno nella facciata, deve essere democratico.

Ma resta un’ultima possibilità.

In effetti a ben guardare la costituzione è soltanto una norma e come le altre può essere modificata o abrogata. Nel nostro ordinamento assume il rango di norma primaria, questo le deriva da un voto (mandato) popolare che ha eletto i rappresentati dell’assemblea costituente da cui è stata emanata. Senza tale voto (sostegno) la costituzione non avrebbe valore.

Il popolo quindi ha pieno potere sopra la costituzione che non può sottrarsi a modifiche volute dal popolo stesso.

Inserire nell’eventuale referendum un’esplicita scelta di abrogare la costituzione italiana, magari con l’indizione di una nuova assemblea costituente, potrebbe a livello teorico legittimare lo stesso anche per il diritto interno.

“Il popolo Veneto abroga la costituzione italiana, dichiara la sua indipendenza e indice le elezioni di una nuova costituente.”

Sebbene da un punto di vista della filosofia del diritto sia logico che un popolo conservi il proprio potere originario, questa teoria presta il fianco ad alcuni aspetti problematici.

Innanzi tutto le elezioni dell’assemblea costituente italiana furono fatte tra tutto il popolo italiano e non solo quello veneto, quindi si potrebbe obbiettare che l’abrogazione sarebbe inefficace.

Secondo, gli organi costituzionali difficilmente accetterebbero una abrogazione e ci si ritroverebbe nell’esatta situazione di prima dove solo un riconoscimento estero darebbe “valore” al referendum.

In sintesi, se vuoi startene da solo fatti prima degli amici!

 

 

 

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5 Comments

  1. Ultimi Veri Venexiani says:

    Il nemico da battere è lo “Stato” Moloch, accentratore di natura, centralista e nazionalista, fomentatore di guerre fratricide secolari.
    L’antidoto naturale è l’Indipendentismo, e quel che manca è l’architettura di un progetto strategico alternativo di “Sistema” che si concretizzi con una radicale riforma indicante nei Popoli e non più negli Stati la nuova Democrazia del III Millennio.
    Perché tale concetto possa essere il faro per una nuova Europa dei Popoli si dovrà ipotizzare la necessità di ottenere dal voto popolare, dei confini a geometria variabile e non più imposti con la forza da uno “Stato”.
    Se si acquisisce la consapevolezza di tale concetto, ecco che gli attuali sudditi, potranno finalmente chiamarsi “Sovranità Popolare”. Solo così, ogni singolo Popolo, potrà poi decidere con quali regole e principi essere governato.

  2. Rodolfo Piva says:

    Credo che non si debba mai dimenticarsi di ribadire che lo stato italiano non è una nazione anche se qualcuno continua furbescamente o solo perchè ignorante a considerare stato e nazione come sinonimi. Quindi non ci si deve mai stancare di ripetere che, proprio perchè lo stato italiano non è una nazione, il popolo italiano non esiste ma esiste una sommatoria di popolazioni, cioè di nazioni con usi, costumi, tradizioni e lingue specifiche che, sciaguratamente sono state costrette con la forza a dare vita allo stato unitario 150 anni or sono.

  3. erik says:

    Bell’articolo, condivido.

  4. liugi says:

    Il riconoscimento e l’appoggio da parte di Stati esteri dovrebbe essere la priorità assoluta nel processo indipendentista.
    L’Italia fa moltissime figuracce a livello internazionale, offrendo su un piatto d’argento un gran numero di possibili appoggi internazionali. Per di più, l’Italia si è recentemente auto-sputtanata con due potenze emergenti: India e Brasile. Non va inoltre dimenticato che Lombardia e Veneto hanno un rating superiore a quello dello Stato centrale, caso unico in tutto il mondo.
    Date queste condizioni, non credo sia difficile riuscire a convincere altre nazioni a sostenere l’indipendenza di Veneto e Lombardia e voltare le spalle all’inaffidabile Pulcinellastan.

  5. eridanio says:

    dovreste tutti passare per un divorzio.
    Chi è più fortunato e ne ha lasciate e prese parecchie prima del matrimonio a volte ne è esentato per specifica esperienza e competenza. Quel che dico vale anche per le signore.

    Quando la signora gira i tacchi e se ne va non vi chiede mica il permesso, non si strugge per come vi sentite perchè decidere di andarsene porta con se sia euforia sia preoccupazioni. Insomma chi si è autodeterminato a lasciare ha fatto un esame della propria situazione in religioso silenzio interno e il lasciato è già un participio passato. L’indipendenza è il risultato delle azioni successive al superamento dell’esame autodeterminativo.
    Anche qui, il relitto partner non prende parte ai piani di azione e di indirizzo della nostra vita futura. Col vecchio partner al massimo si condivide civilmente il mesto rito della spartizione dei cenci di un rapporto.

    Al partner che se ne va interessa quanto sarà riconosciuto o apprezzato il suo gesto? Dipende da quanta autostima ha di se e da null’altro.

    Lo stato non è un organo che controlla un territorio oppure ciò che è riconosciuto da altri stati.

    Credere in uno stato è un’attività già sperimentata,negli ultimi secoli, con nessun successo o meglio con il successo di aver chiarito che lo stato, il popolo, ecc.., sono un dolce autoinganno. Quasi come il contratto di matrimonio. Forse senza quasi.

    Con un po’ di autostima in più si può andare oltre che farci degli amici e farci rispettare.

    Gli amici ti osservano e fanno le loro valutazioni. Non mancheranno sicuramente di farti notare che il serio impegno interno e la robustezza degli intenti condivisi sono la prime variabili da tenere in considerazione per essere presi sul serio.

    Se la volontà della maggioranza fosse effettiva non ci sarebbe ne riconoscimento ne tantomeno problemi di controllo di un territorio che tenga, sarebbe semplicemete realtà.

    Tutti (enfatico) vorremmo essere a capo di quest’impresa, ma invece ci tocca fare l’umile e necessaria attività di arruolatore di idee compatibili per vedere se dietro alle stesse ci sia o meno una persona con sufficiente autostima per collaborare con molta semplicità.

    Comunque coraggio.

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