Perché Milano è più austriaca che italiana!

milano

di ROMANO BRACALINI – L’Unità italiana che pareva un sogno irrealizzabile nel 1840-50, venne fatta nel decennio successivo e, come si disse allora, «troppo in fretta e troppo tardi», per dire che non era stata fatta molto bene.
Nessuno ha creduto opportuno di rileggersi qualche capitolo di storia, forse nel timore di cogliervi qualche clamorosa smentita a tesi vecchie e prefabbricate. Avrebbero scoperto che l’aspirazione a uno Stato autonomo del Nord è antecedente di almeno mezzo secolo all’Unità nazionale.
Agli inizi dell’Ottocento gli italiani continuavano a ragionare in termini cittadini, regionali e l’idea che bisognasse accentrare tutto per essere forti non entra-va nelle loro teste, si scontrava con la prassi e le abitudini di un popolo che identificava la patria con la propria città (come si continua a fare oggi quando non c’è un torneo di pallone a “unire” gli italiani, ma una volta ogni tanto).

«Noi non siamo un popolo, dobbiamo diventarlo», diceva il nobile milanese Francesco Melzi D’Eril, vicepresidente della Cisalpina, il quale non faceva mistero di sognare l’avvento di un autonomo stato italiano del Nord. Discussione già avviata.
A Milano la parola “Italia” era generalmente interpretata nel senso di “Nazione lombarda e nemmeno quando, nel 1805, la Repubblica si trasformò in regno d’Italia e Napoleone venne a cingerne la corona in Duomo i lombardi parvero ansiosi di estendere i confini del nuovo Stato al resto della penisola. La ricca e evoluta Milano era la vera capitale, ma pareva naturale che lo fosse solo da Roma in su.

Nel 1815, quando l’astro di Napoleone tramontò, alla Lombardia tornata austriaca venne unito il Veneto e il nuovo stato primeggiò nella penisola. Qualcosa vorrà dire. Non era ancora lo Stato sognato dagli autonomisti lombardi ma quello era il
primo nucleo da cui partire per fondare una federazione di popoli italiani. Grazie alla propaganda monarchica (in perfetta armonia col partito trasversale della conservazione statalista d’oggi) le idee federaliste furono confuse col concetto di municipalismo, particolarismo, separatismo. Era ancora vivo il ricordo della disgregazione seguita alla caduta dell’impero romano e il Federalismo, in quanto ingiustamente associato al frazionismo e al dominio straniero, venne
rifiutato della maggioranza come dottrina d’élite contraria agli interessi nazionali. Si osservi, anche nell’analogia del linguaggio, come il pregiudizio degli incolti sia rimasto immutato dopo quasi due secoli.

Nessuno rammentava le parole di Gian Domenico Romagnosi, maestro di Carlo Cattaneo: «Le piccole teste sono soggiogate dall’idea dell’Unità. L’uniformità poi è comoda, perché dispensa dal pensare. I gretti ammiratori d’un aspetto
solo preordinato crederebbero di peccare soggiungendo varietà»; nessuno ricordava l’insegnamento di Montesquieu che individuava nella pluralità e nell’equilibrio dei poteri la fonte della libertà. Non era facile convincere gli italiani d’ogni tendenza (ieri come oggi) che il sistema federale, lodato da Kant, Goethe, Tocqueville, era inseparabile dalla libertà e non incompatibile con l’unità politica, come si incaricavano di
dimostrare i modelli della Confederazione Elvetica, degli Stati Uniti d’America e oggi della Germania.

Il Lombardo-Veneto sembrava a Carlo Cattaneo, il massimo ispiratore delcambiamento, una buona base di parte e un esperimento altamente positivo. Giova ricordare che il regno Lombardo-Veneto era lo Stato più evoluto e ricco della penisola? Giova ricordare che a onta della propaganda avversa la censura era più blanda che in qualsiasi altro Stato e che Massimo D’Azeglio trovava più agevole pubblicare le sue opere a Milano invece che a Torino? Giova ricordare che in Italia la proporzione media tra quelli che sapevano leggere e scrivere era di uno a cinque e a Milano di uno a tre? Giova ricordare che l’insegnamento era obbligatorio e gratuito per i bambini dai sei ai dodici e si multavano con 50 centesimi i genitori che non rispettavano l’obbligo scolastico? Nonostante i progressi fatti in 30 anni, ancora nel 1851 si contavano in Lombardia 109.763 bambini d’ambo i sessi che non frequentavano alcuna scuola pubblica o privata. E tuttavia, in Lombardia tre bambini su cinque andavano a scuola regolarmente, in Toscana uno su 10, nel regno di Napoli uno su 100.

Il merito maggiore del Regolamento austriaco era quello di aver stabilito parità di diritti tra i sessi, affermando che le femmine erano degne di ricevere la medesima istruzione dei maschi. Un principio di eguaglianza che non aveva
riscontro in Europa. Per l’istruzione scolastica l’Austria spendeva due milioni di lire, in proporzione più di qualsiasi altro Paese europeo. Nel Veneto, prevalendo la popolazione rurale, la scolarizzazione fu più lenta che in Lombardia, ma furono ugualmente fatti enormi progressi. Le due università del regno, Pavia e Padova, e i collegi superiori avevano cattedre di scienza e letteratura, d’erudizione antica, di storia e geografia, di lingue antiche (greco e latino) e sebbene non mancassero docenti in abito talare prevaleva il principio di laicità, tanto che lo storico Francesco Cusani riconosce che la gioventù lombarda che fece i suoi studi tra il 1821 e il 1845, «diede luminose prove del miglioramento della pubblica istruzione». Come si concilia tutto questo con il “terrore” descritto dalla propaganda risorgimentista?

Non si concilia perché la propaganda è il contrario della verità. Giova ricordare che negli anni Venti Venezia cadeva a pezzi e che in pochi anni rinacque? Il centro storico venne completamente risanato. Venne costruito il ponte ferroviario che
collegava Venezia alla terra ferma. La ferrovia Milano-Venezia, sul progetto al quale collaborò anche Carlo Cattaneo, venne costruita nel 1844. La città ebbe l’illuminazione a gas e venne dotata dei più moderni servizi d’avanguardia. Fu l’Austria a
intuire le straordinarie capacità d’attrazione della città, varando un programma di valorizzazione del patrimonio storico e artistico e incrementando il fenomeno nuovo del turismo di massa che contribuì a risanare le casse cittadine e adare
nuovo impulso ai commerci. Serve altro?

da il settimanale Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo

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6 Comments

  1. luigi bandiera says:

    E i fatti di oggi, Manchester, cosa insegnano..?

    Per i KOMUNISTI NIENTE: sfilano a loro favore…

    Per i normali, di anima e corpo, qualcosa, forse.
    Pero’ non sono UNITI e non facendo maggioranza…

    SOCCOMBERANNO..!!!!!!!!!!!

    CAVALLO DI TROJA DOCET… ma non serve ricordarlo: sono UBRIAKATI DALLA KST..!

    PS:
    se avro’ tempo vi spiego il dramma nostrum o odierno… che so non sara’ capito dato che io non sono ne scriba, ne fariseo e ne dottore. Non parlo la stessa lingua loro.

    Si, vero, quelle tre categorie sono i tre nemici del GIUSTO.
    .
    Salam

  2. marco preioni says:

    Epperò se non ci fossero stati i Savoia i milanesi da soli non sarebbero andati da nessuna parte.
    Milano fu capitale cisalpina, repubblicana e monerchica perchè faceva comodo a Napoleone che dopo la battaglia di Marengo (14.06.1800) annesse alla Francia il Piemonte fino al Sesia e sotto il Po anche Piacenza e Parma (dipartimento delTaro).
    Il potere politico formale e di fatto era nelle mani del Re e Imperatore dei francesi e nella burocrazia militare e civile prefettizia vennero messi non solo lombardi ma italici di tutte le provenienze. Il ministro delle finanze, Prina, era novarese e fece una orrenda fine il 21 aprile 1814.
    Persino i Vescovi erano nominati e rimossi da Napoleone dopo il concordato del 1802.
    L’ obbligo scolastico del saper leggere, scrivere e far di conto o portò la rivoluzione francese e l’ organizzazione scolastica della Repubblica Italica venne copiata da quella francese con la riforma del 1802.
    Gli austriaci al loro ritorno dopo il governo provvisorio del 1814 trovarono Lombardia e Veneto ben organizzati amministrativamente ma per iniziativa di Napoleone e non certo per spontanea ed autonoma volontà dei lombardi e dei veneti, che anzi erano “bacchettati” dal Parlamento di Vienna per le loro inefficenze e ruberie: basta leggere le ordinanze e le circolari austriache per il Lombardo-Veneto che erano redatte in tedesco e tradotte in italiano per l’ uso locale.
    Il Regno Sardo invece ha sempre goduto di autonoma sovranità con i Savoia che con la loro progressiva espansione verso sud e verso est finirono per liberare gli italiani dal dominio di sovrani stranieri.
    Quando Vittorio Emanuele abdicò nel 1821 e nominò reggente provvisorio il cugino Carlo Alberto, una delegazione di milanesi corse a Torino per chiedere di attaccare gli austriaci che erano impegnati in altre zone dell’ Impero. E sarebbe stato un disastro se il nuovo re Carlo Felice, alleato degli austriaci non avesse preso in mano la situazione bloccando ogni tentativo di riforma costituzionale e spedito carlo Alberto alla fortezza di Novara sotto la custodia del De La Tour.
    Folta presenza lombarda vediamo invece al Gianicolo nel 1849 per difendere la Repubbica Romana dopo che non erano riusciti a cacciare gli austriaci nonostante i piemontesi gli avessero dato una bella mano nel 1848.
    E senza Vittorio Emanuele II con la guerra del 1859 i lombardi sarebbero ancora lì a raccogliere verze per fare la “casola” con le costine di maiale.
    C’ è Storia e storie.
    E mentre il bocconiano & senatore molto lombardo Monti sedeva a Palazzo le due banche venete rubavano i risparmi dei loro 220.000 soci-azionisti.
    Un saluto.

    • luigi bandiera says:

      Marco P.,
      io non c’ero ma credo che nel caos regnante in quei tempi e grazie ai prepotenti tipo i napoleoni (komunisti komunque), la politica populista (e’ di moda dire cosi’ in seguito chiamata proletaria e cioe’ komunista piu’ coerentemente) ha avuto il suo peso per far pendere o di qua o di la’ la bilancia politica.

      A quel tempo il mondo girava intorno al mondo contadino che non era molto alfabetizzato o se lo era era per poter capire solo la propaganda politica di, appunto, quel tempo.

      La macchina proletaria, il potere politico di allora, si era messa in moto e, abbiamo visto con il corteo di disperati a Milano cosa e’ capace di fare: sfilare contro se’ stessi passato per proprio interesse. Tanti STOCKOLMONE e niente di piu’ o di meno.

      Oliver Cromwell, il primo komunista, fece tagliare la testa al re Carlo… perche’ cosi’ poteva dare diritti e togliere privilegi a re in particolare… e poi sappiamo che gli inglesi scelsero da capo la monarchia perche’ non furono contenti del nuovo “sovrano” demokratiko o meglio komunista… che doveva dare al proletariato tanti diritti e pochi doveri.

      E gli inglesi insegnano. Sanno tornare indietro: brexit docet.

      Se l’unita’ di questo stato e’ un fallimento perche’ non si puo’ tornare indietro..?

      Perche’ siamo in demoniokrazia..?

      Gia’, se lo pensi ti mettono in tei PIOMBI: serenissimi docet.

      Mi domando: a cosa servirera’ mai saper leggere e scrivere e far di conto..?

      A RIMANERE SCHIAVI perche’ ti fanno BERE, in KST, proprio per tenerci in koma etiliko.

      E a sto punto mi scappa la mia solita frase: meglio l’ANALFABETISMO CHE LA SOTTOKULTURA.

      E cosi’ sia in aeternum amen.

  3. luigi bandiera says:

    NON SERVE ALTRO…

    E vedo, andando in giro per i nostri paesi, case un tempo residenza dei noti contadini e artigiani che cadono a pezzi. Davvero mi stringe il cuore a vedere che la cultura veneta e’ abbandonata specie dai potenti, in grano padano, e in cultura ma fittizia perche’ italiana.

    Se le case dei gladiatori sono storia lo sono anche e con meriti superiori, le case dei vecchi abitanti etno veneti.

    Le kax di “belle arti” ndo kax sono..?

    Dovrebbero chiedere fondi per sistemarle visto che i proprietari o sono morti o non hanno grano per farlo.

    Le ville si, c’e’ il comune che si impegna… ma ville e residenze contadine o artigianali sono un tutt’uno. Fanno parte della NOSTRA CULTURA.
    Sarebbe come staccare la testa dal resto del corpo: ma che bravi sti kax di ghigliottinatori..!

    Quindi siamo noi i primi a dover essere condannati..!!

    Devastante questa situazione…

    Salam

  4. Paolo says:

    A Milano di Austriaco sono rimasti solo i muri di qualche vecchio palazzo. I milanesi di Milano sono scesi di latitudine e non poco e scenderanno ancora!

    • Castagno 12 says:

      ANALISI ESATTA.
      Qui proseguono inarrestabili gli arrivi di altri italiani ed i milanesi si adeguano alla cultura dei nuovi arrivati.
      Aggiungiamo la massiccia invasione e così, oltre alla Milano da bere (per gli altri), per la Milano da mangiare possiamo aggiungere un nuovo piatto. “CASOTTO ALLA MILANESE”

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