Perché le leggi elettorali sono sempre una porcata? Cicli… e ricicli storici

de gasperi

di AUGUSTO ZULIANI – Una legge elettorale che introduce un premio di maggioranza, viene ferocemente criticata rievocando il termine di “legge truffa” già usato dalle sinistre durante l’aspra campagna elettorale del 1953 per stigmatizzare la riforma voluta dalla Dc e dagli altri partiti di governo e che prevedeva un premio pari al 15% dei seggi da dividere tra i partiti che coalizzandosi avessero conquistato la metà più uno dei voti validi su base nazionale.

È sempre azzardato individuare analogie e sostenerne la pertinenza quando si confrontano eventi tra loro così lontani lontani nel tempo, svoltisi in situazioni storiche molto diverse. Eppure se si va ad analizzare meglio il quadro politico dei primi anni Cinqunata emergono significativi punti in comune con quanto sta accadendo in questi ultimi tempi sulla scena politica italiana. Anche allora come oggi, un ruolo importante lo svolsero una serie di attori interessati a mantenere il Paese in una situazione di precaria governabilità: gli organi di informazione, le fronde interne al partito di maggioranza e alle formazioni alleate, spesso
conniventi con un’opposizione decisa a usare spregiudicatamente i “compagni di strada”, e l’intelligencjia di sinistra pronta a ergersi, senza alcun pudore, a custode della morale pubblica.

Uno strumento chiave per raggiungere tale obiettivo era (è) l’utilizzo strumentale di uno “scandalo” che si ritiene coinvolga uomini di governo, contando possibilmente sulla complicità di una “quinta colonna”. Significativa al riguardo la vicenda che nella primavera del 1950 ebbe come protagonisti il ministro delle Poste Giuseppe Spataro (ex -popolare e figura democristiana di grande rilievo) e Paolo Bonomi, presidente della Federazione coltivatori diretti e Federazione dei consorzi agrari. Il primo era accusato di cumulare stipendi e cariche e di aver favorito il finanziamento pubblico a un’impresa della sua zona elettorale, mentre Bonomi veniva indicato come “collaboratore dei tedeschi” durante la guerra e responsabile di una gestione irregolare dell’ammasso della crusca. Chi lanciava queste accuse sulle
pagine del settimanale Italia d’oggi era niente meno che un deputato democristiano, il presidente dell’Associazione combattenti Ettore Viola, già presidente dell’Associazione nazionale combattenti nel primo dopoguerra, e aderente al Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani.

Viola aveva appoggiato, al pari di molti altri massoni, il movimento fascista, da cui prese le distanze solo nel
1925 chiedendo al re di intervenire per “tornare allo Statuto”, (Aldo A. Mola, Storia della massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano 2003, p. 522), sospeso dalla sua carica insieme a tutto il gruppo dirigente dell’Associazione per decreto del Governo nel marzo dello stesso anno, emigrò all’estero, per tornare in Italia a guerra finita e nidificare con il suo patriottismo nelle file democristiane.

Era un’adesione importante perché recava uno smalto tricolore allo scudo crociato, quanto mai bisognoso di
accreditare l’immagine di partito nazionale, tema su cui molto insisterà Alcide De Gasperi, consapevole che la catastrofe dell’8 settembre e la resa incondizionata, avevano prodotto un vulnus dell’identità italiana da sanare rapidamente per togliere spazio alle formazioni “neofasciste” che si andavano riorganizzando, mentre era ancora dolorosamente aperta la questione di Trieste.

In tale prospettiva l’appartenenza massonica  di Viola era un aut-aut perché consentiva di raccogliere consensi tra i “figli della vedova” che pullulavano tra i quadri delle Forze armate. Per queste ragioni l’attacco a freddo condotto sulle pagine di Italia d’oggi era visto come un duplice tradimento e in effetti si trattava di un’operazione micidiale. Colpire Spataro significava colpire la “vecchia guardia” del Partito popolare che ancora guidava la Dc, ma anche, nel contempo, lanciare un segnale ai giovani rampanti cresciuti nel milieu resistenziale, dai dossettiani, che pur vinti non erano certo domi, a Mattei, a Taviani l’esponente, genovese come Dossetti, che nel maggio 1947 era stato “uno dei quattro” contrari all’Odg che significava “l’esclusione
dei comunisti dal Governo” (P. E. Taviani, Politica a memoria d’uomo, Bologna, 2002, p. 124), approvato a grandissima maggioranza dalla direzione e dal Comitato direttivo del Gruppo parlamentare Dc, ora assurto a regista dell’operazione che nel novembre 1951 porterà alla nascita della corrente “Iniziativa democratica” dove albergavano degasperiani critici e dossettiani.

«Eravamo la nuova generazione democristiana e controllavamo già gran parte del Partito: le leve periferiche, le sezioni, i congressi, le segreterie provinciali di buona parte d’Italia» scriverà compiaciuto Taviani nel suo libro di memorie pubblicato postumo (P. E. Taviani, Op. cit., p. 251). Colpire Bonomi significava attaccare l’uomo che controllava il cuore politico ed economico della Dc: il mondo agricolo, allora gigantesco serbatoio
elettorale dove le organizzazioni guidate dal politico novarese erano i dispositivi per gestire il voto di scambio su scala locale e nazionale. Tra aprile e giugno 1950 la Dc affrontò così una grave crisi come testimoniano i dibattiti nella Direzione centrale e le dimissioni di Taviani dalla carica di segretario nazionale che aveva assunto nel 1948 e che ora veniva ricoperta dal veronese Guido Gonella giurista molto vicino a De Gasperi (Atti e documenti della Democrazia Cristiana 1943-1959, Roma, 1959, pp. 470 e segg.).

Quando poi si giunse al dibattito parlamentare la Dc si rese conto che questa volta il richiamo alla comune radice resistenziale non avrebbe funzionato, diversamente da quanto era accaduto con il secondo governo De Gasperi, in occasione della vicenda in cui erano stati accusati dall’”indipendentista” siciliano Finocchiaro Aprile, per “arricchimenti illeciti” due esponenti democristiani di rango come Campilli e Vanoni. Allora le sinistre, ben presenti nell’esecutivo, li difesero con veemenza e il comunista Emilio Sereni deplorò «la campagna diffamatrice che si va scatenando contro gli uomini dell’antifascismo» (A. Gambino, Storia del dopoguerra.

Dalla Liberazione al potere Dc, Roma-Bari 1978, vol, II, pp. 341-2). Adesso invece «i valori comuni dell’antifascismo» non avevano più corso legale per un’opposizione scatenata che mirava, esigendo la commissione d’inchiesta, a mettere in crisi il governo quadripartito e il suo pilastro, la Dc. L’iniziativa fu respinta e venne nominata una commissione d’indagine che giunse alle stesse conclusioni assolutorie di anni prima per la vicenda  Campilli- Vanoni.

Che dietro lo schermo della retorica moralistica e moraleggiante, issato da ambienti cattolici in combutta con azionisti e marxisti, si stesse tramando per liquidare la sua leadership e con essa il progetto di rifondare lo Stato, era ben chiaro a De Gasperi che così scriveva nel luglio 1950 a don Sturzo: «Se si ha una visione realistica della precarietà del regime democratico, del pericolo gravissimo del totalitarismo, della relativa
debolezza della Dc, insidiata dalla varietà della sua compagine e insidiata dai suoi alleati (corsivo nostro)… allora le cose si vedono con una certa prospettiva e proporzione e si misurano i colpi perché non abbattano…» (P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, Bologna, 1977, p. 316).

Ma il dispositivo degli scandali a orologeria era sempre in stand by e dopo circa un anno fu la volta delle vicende che riguardavano l’Ina, e ancora una volta il ghiotto boccone della Federconsorzi, tra i fustigatori naturalmente in prima fila gli azionisti che sul Mondo scatenarono una durissima campagna contro “la lussuria di potere” dei dirigenti della Dc e le «incontentabili vanità e ambizioni dei suoi gregari».

Che ci fosse del vero in queste denunce è indubbio, ma è altrettanto indubbio che nel frattempo le sinistre, Pci largamente in testa, non paghe di aver scippato l’”oro di Dongo”, venivano abbondantemente foraggiate da Mosca in modo modo diretto e indiretto con le percentuali sul commercio Italia-Blocco sovietico (V.
Riva, Oro da Mosca, Milano 2002) e, cosa ben più grave, disponevano di un consistente apparato militare clandestino che era pronto a scatenare una guerra civile, come testimonia lo stesso Taviani nelle pagine del suo diario, relative al 24 e 26 gennaio 1955 (sic!): «Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma
dare pubblicità alla carte di quel finanziamento comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque la guerra civile» (P. E. Taviani, Op. cit. pp. 334-5).

Consapevole di questo pericolo De Gasperi aveva attivato i partigiani cristiani di Enrico Mattei e la stessa
Chiesa mantenne in stato di vigilanza i suoi militanti dell’Avanguardia cattolica, ben oltre la fatidica data del 18 aprile 1948 (A. Fiorani, A. Lega, 1948: tutti armati: cattolici e comunisti pronti allo scontro , Milano, 1998). È questo il clima, appesantito sul piano internazionale dall’imperversare della guerra in Corea e dalle agitazioni pacifiste delle sinistre, in cui viene elaborato il progetto di legge maggioritario valido per la Camera e che peraltro era già stato applicato durante le elezioni amministrative del 1951 e 1952, nei comuni con più di 10.000 abitanti e nelle province, senza che ciò avesse suscitato l’ira incontenibile dell’opposizione. Il 18 ottobre 1952 il Consiglio dei ministri approvò la nuova legge elettorale e chi ne avrebbe tratto vantaggio sarebbe stata non solo la Dc, ma anche le formazioni politiche minori, socialdemocratici, repubblicani e liberali, e comunque travalicava gli interessi dei partiti di maggioranza, anche di quello largamente egemone, per rispondere all’esigenza di governabilità che era la preoccupazione dominante di De Gasperi (G. Quagliarello, La legge elettorale del 1953, Bologna, 2003).

Il leader trentino con questa iniziativa, infatti mirava a stroncare ogni velleità dei socialcomunisti di rientrare nel gioco politico e, nel contempo, rafforzare la sua leadership nel partito emarginando definitivamente le correnti di sinistra interna. È una sfida molto alta e De Gasperi ne è consapevole, così il 14 gennaio 1953 per accelerare i tempi di votazione chiede alla Camera la fiducia, ma avvengono tumulti a Montecitorio e scontri di piazza a Roma, il 20 gennaio la protesta orchestrata dalle sinistre e dai suoi fiancheggiatori tra cui si distinguono gli azionisti, si estende ad altre città, viene proclamato uno sciopero il giorno seguente Togliatti alla Camera dove da 70 ore si discutono i vari emendamenti, offre di sospendere l’ostruzionismo a patto di indire un referendum sulla legge da tenersi contemporaneamente
alle consultazioni politiche.

Il Governo respinge la proposta. Si passa quindi alla votazione sollecitata dal presidente della Camera, Giovanni Gronchi, l’opposizione abbandona l’Aula e la legge viene approvata con 332 sì e 17 no. Continuano manifestazioni e incidenti in varie parti d’Italia. Il 22 gennaio Togliatti, Nenni e altri esponenti delle sinistre presentano a Luigi Einaudi una denuncia di incostituzionalità della legge, ma correttamente
il presidente della Repubblica risponde che non può interferire nelle procedure parlamentari. A febbraio la Dc sollecita una rapida approvazione della legge al Senato. Il 6 marzo giunge la notizia della morte di Stalin, lo stesso giorno De Gasperi suggerisce di porre la fiducia anche al Senato per stroncare l’ostruzionismo, il 23
marzo Paratore presidente del Senato si dimette in polemica con il Premier, ma viene subito sostituito da Meuccio Ruini che il 29 marzo, dopo 77 ore di discussione, il record di filibustering spettò al deputato comunista Capalozza che parlò per 7 ore e 40 minuti, chiude il dibattito e fa mettere ai voti la legge.

Scoppiano in Aula gravi incidenti, tavolette divelte, seggiole volanti, cassettiere a pezzi, calamai lanciati anche all’indirizzo del presidente del Senato, chi ha la peggio sono due repubblicani: il ministro della Difesa, Randolfo Pacciardi che viene ferito, e il ministro del Commercio con l’estero, Ugo La Malfa preso a schiaffi.
L’opposizione dopo questa sceneggiata, abbandona l’Aula e la legge passa con 174 voti a favore e tre astenuti.
Mentre continuano le manifestazioni di piazza in varie città, i senatori di sinistra minacciano di denunciare Ruini per “comportamento anticostituzionale”, Parri, Terracini, Pertini e Scoccimarro salgono al Quirinale per elevare la loro “vibrante protesta”, ma Luigi Einaudi ribadisce che non vuole interferire nelle
procedure parlamentari, il 4 aprile promulga la legge e scioglie le Camere.

Il 7-8 giugno si svolgono le elezioni politiche in un clima sovraeccitato per la propaganda isterica della sinistra che arruola sotto le sue bandiere la compagnia di giro dell’intelligencjia progressista indignata contro il pericolo imminente di nuova dittatura. Bruno Zevi afferma: «Se passa la “legge truffa” non posso più vivere in Italia» (frasi simili le abbiamo sentite anche in questi anni da molte “vittime” del “regime berlusconiano”) e insieme a Carlo Levi crea il movimento “Unità Popolare” cui aderiranno oltre agli (ex) azionisti, anche esponenti di quei partiti che pure avrebbero tratto vantaggio dalla nuova legge elettorale,
come Ferruccio Parri che abbandona il Pri, Piero Calamandrei e Tristano Codignola. Nessuno di loro verrà eletto ma il movimento rastrella poco più di 170.000 voti e contribuisce alla sconfitta degasperiana, infatti per soli 57.000 voti, pari allo 0.3%, non scatta il premio di maggioranza. Tale esito tuttavia è stato condizionato fortemente da altri da due fattori.

L’aspra campagna condotta dalle formazioni di destra, monarchici e missini, che giocando in modo miope sul rancore dei propri simpatizzanti nei confronti della dirigenza democristiana ebbero un elevato numero di consensi, passando complessivamente dal 4,8% del 1948 al 12,7% del 1953, percentuale pari a quella raccolta dal Psi. Di fatto però con la loro opposizione danneggiarono quell’Italia di cui si atteggiavano a strenui difensori, vanificando ogni progetto di governabilità. Il secondo fattore non trascurabile fu il numero molto elevato delle schede annullate che per la Camera passarono dall’1,6% del 1948 al 3,1% del 1953, inducendo alcuni esponenti della maggioranza a chiedere il ritorno alle urne.

 

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    Stando sul titolo si puo’ rispondere in diversi modi ma oggi preferisco questa che mi viene di getto.
    Tenendo conto di questa mia vediamo che ne uscira’.

    UN RE NON SI FARA’ MAI E POI MAI UNA LEGGE CONTRO..!

    Detto cio’ la e’ come qualsiasi regola o legge che le varie lotterie mettono in campo: chi gioca deve rispettare quella regola che per il BANCO e’ sempre una VINCITA, UNA VITTORIA. UN GUADAGNO. Se no a che serve inventarsi i giochi… se non a TENERE I POLLI IN SERRA PER POI SPENNARLI come e quando si vuole..?

    E cosi’ avviene in POLITICA che diventa sempre piu’ sofisticata perche’ bisogna far vincere il BANCO.

    Il sistema detto democratico, deve per forza di cose dare parvenza che il popolo (meglio popollo) sia il sovrano, anche l’artefice vitae del COMANDO (CAMPA CAVALLO).

    Mi rifaccio a piu’ di 2000 anni fa quando PILATO, molto astuto come lo erano e lo sono i romani, ma allora molto di piu’ anche perche’ avevano tutto nelle loro mani quindi POTEVANO OSARE, per condannare il GIUSTO senza sporcarsi le mani, a parte che se le lavo’ simbolicamente, e facendo ricadere la colpa (come fanno i nostri togati oggi) sul popolo fece scegliere appunto il POPOLO. (il diritto romano si perpetua come si notera’. Forse).
    Le altre autorita’ furono messe da parte ma per SALVARLE per il seguito e cioe’ dopo la esecuzione servivano ai romani che altrimenti sono sempre stati COLLABORATORI con i romani gli allora occupanti di cui per l’appunto, loro, i romani, avevano bisogno di collaborazionisti.

    La legge elettorale che la facciano i komunisti (molto presenti in questi giorni, tempi) o ke la facciano i fascisti (pari sono in fatto di morti e di sistemi usati) o ki volete voi, sara’ sempre a favore del BANCO E MAI DEL POPOLO che NON e’ MAI STATO SOVRANO..!
    Quindi..?
    Se sara’ piu’ favorevole a un gruppo per l’altro gruppo sara’ tuttavia un porcellum. Ovviamente e viceversa.
    Quindi..?
    Si dimostra che il sistema democratico e’, ha, FALLITO..!
    Si noti in Ungheria: no quorum… Hanno coinvolto il popolo ma lo hanno spinto a starsene a casa.
    Dite: perche’ mettono il QUORUM..??
    E ancora: perche’ il referendum qua da noi non conta un vero ed emerito KAX..?

    Perche’: IL RE NON SI FARA’ MAI E POI MAI UNA LEGGE CONTRO.

    E LO SI LEGGE NELL’ART. N. UNO della carta piu’ stronx del mondo: si palpa e bene, ma nessuno lo palpa..!

    Cosi’ al tempo di Pilato come e’ oggi: …leggi bene il presente ed avrai in mano passato e futuro..!! MA VA..!

    Vedo le vostre facce… uhmmm… non mi piacciono le vostre espressioni… sanno tanto da increduli e non solo.

    Ma le piu’ belle devono ancora venire..!

    Pensiamo solo che siamo in PIENA SODOMA E GOMORRA..!
    Quando si arrivera’ verso la fine del periodo medesimo, ne vedrete (io forse non ci saro’ vista l’anagrafe ed altro) si, ne vedrete davvero delle BELLE..!!
    E stando ai temi elettorali che sono demandati al popolo, come le condanne e le assoluzioni, ebbene diciamolo (repetita juvant): …ed il popolo da sempre sceglie BARABBAS e MAI E POI MAI IL GIUSTO.

    NON ABBIAMO IMPARATO NULLA DAL PASSATO..?

    FORSE SI: A CHIACCHIERARE..!

    AMEN.

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