Perché la Svizzera non si è liberata dei soldi dei poteri forti?

di Samuel Jabergsvizzera franchi

(swissinfo.ch) – Provare al mondo che la Svizzera non è più la discreta cassaforte per i despoti stranieri: è questo il principale obiettivo della nuova legge concernente il blocco e la restituzione dei valori patrimoniali di provenienza illecita di persone politicamente esposte all’estero (LVP), attualmente in discussione in parlamento e la cui esemplarità è acclamata dagli esperti della Banca mondiale.

Dopo la vicenda Marcos (Filippine) nel 1986, la lista dei capitali dei potentati che hanno scalfito la reputazione della Confederazione e delle sue banche è lunga. I nomi di Mobutu (ex Zaire), Abacha (Nigeria), Salinas (Messico), Duvalier (Haiti), Gbagbo (Costa d’Avorio), Ben Ali (Tunisia), Gheddafi (Libia) o ancora Mubarak (Egitto) resteranno per sempre associati alla complicità di certe banche svizzere nell’opera di spoliazione o di impoverimento di intere popolazioni da parte dei loro dirigenti.
In Svizzera, molti vogliono credere che queste pratiche facciano definitivamente parte del passato. Nel frattempo sono subentrati fattori quali la crisi finanziaria, le enormi pressioni che hanno portato alla lenta morte del segreto bancario e le esigenze sempre più severe in materia di trasparenza e di lotta contro il riciclaggio.
«Non siamo più i ricettatori del mondo, afferma Jacques Neyrinck, deputato del Partito popolare democratico (PPD, centro) nel parlamento svizzero. Il settore bancario ha avviato un processo di moralizzazione. Si è inoltre anche reso conto che non era necessario barare per riuscire. La forza del franco, la stabilità politica e istituzioni che funzionano, oggi sono sufficienti per avere successo».
Circolate, non c’è nulla da vedere, oppure andate a guardare altrove, nel Delaware, nelle isole anglo-normanne o in Guatemala, dove regna una vera opacità, spiega in sostanza Jacques Neyrinck. L’Associazione svizzera dei banchieri (ASB) mette in avanti più o meno gli stessi argomenti: «Gli sforzi di trasparenza intrapresi dalla Svizzera possono dare l’impressione che i problemi siano numerosi. I casi trattati attualmente dimostrano però che il sistema di controllo instaurato funziona», assicura Sindy Schmiegel, portavoce dell’ASB.

Numerose rivelazioni
Dallo scoppio della Primavera araba, nel corso della quale molti osservatori erano rimasti sorpresi dalle somme bloccate su conti svizzeri (circa un miliardo di franchi in tutto), le vicende che implicano personalità pubbliche straniere però non mancano. Dallo scandalo di corruzione Petrobras – gigante petrolifero brasiliano e più grande azienda del paese – al caso dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich, passando dalla figlia del dittatore uzbeco Gulnara Karimova, sono diverse centinaia i milioni di franchi bloccati in questi ultimi mesi dal Ministero pubblico della Confederazione (MPC).
A inizio settembre, si è inoltre appreso che l’MPC aveva congelato fondi per diverse decine di milioni di franchi nell’ambito dello scandalo di corruzione legato a 1MDB, un fondo sovrano malese controllato dal primo ministro Najib Razak. E non è tutto: la rivista francofona L’Hebdo ha rivelato quest’estate che diverse decine di milioni di franchi provenienti da attività illegali del governo eritreo erano transitati su conti di Ginevra e Zurigo.
«Sfortunatamente, la nuova legge in discussione in parlamento non cambierà questa situazione, deplora Olivier Longchamp, specialista di questioni finanziarie presso l’organizzazione non governativa Dichiarazione di Berna. La LVP si concentra sui fondi già identificati in Svizzera. Non eviterà però l’afflusso di denaro illecito proveniente dalla corruzione».

Falle del dispositivo anti-riciclaggio
Lo strumento preventivo, ossia il dispositivo contro il riciclaggio di denaro, la cui pietra angolare è la legge sul riciclaggio di denaro del 1998, obbliga nondimeno le banche a verificare l’origine dei fondi quando fanno affari con persone politicamente esposte (PPE). Le esigenze sono recentemente state rafforzate su raccomandazione del Gruppo d’azione finanziaria (Gafi), dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).
Il sistema presenta però numerose falle. Prima di tutto perché è basato sulla fiducia e poggia sugli intermediari finanziari, obbligati ad annunciare le operazione sospette. «In pratica, si hanno poche informazioni sul modo in cui le banche applicano il loro dovere di diligenza», sottolinea Olivier Longchamp.
Le banche contattate sono molto reticenti a dare informazioni e rispondono di rivolgersi all’organizzazione ombrello, l’ASB. Un responsabile di una grande banca svizzera, che preferisce mantenere l’anonimato, assicura che sono investiti mezzi considerevoli per far fronte a questa missione. «L’apertura o il mantenimento di una relazione bancaria con una PPE viene decisa al più alto livello della direzione. Degli inquirenti interni controllano in seguito l’evolversi di questi dossier, per evitare ogni rischio per la reputazione della banca», afferma.

Sanzioni non dissuasive
Il nostro interlocutore ammette però che nessuna banca è al riparo da transazioni illecite. Di fatto, le PPE si nascondono sempre più spesso dietro a strutture opache, ad uomini di paglia o a società private per collocare i loro capitali all’estero. «Fino a quando vi sarà denaro proveniente da attività criminali, delle persone cercheranno di immetterlo nei circuiti economici tradizionali: le banche, ma anche sempre più spesso il mercato dell’arte o immobiliare», constata.
Con oltre 2’200 miliardi di franchi in gestione, ossia circa il 30% del patrimonio transfrontaliero del pianeta, la piazza finanziaria svizzera resta particolarmente esposta. «Le piccole banche private sono più vulnerabili, poiché non sempre hanno i mezzi per instaurare un sistema di controllo avanzato», osserva Gretta Fenner, direttrice del Basel Institute on Governance, un organismo indipendente senza scopo di lucro che lotta contro la corruzione e i crimini finanziari.
La tentazione di non rispettare le regole è inoltre più grande per i piccoli istituti finanziari, soprattutto quando vi sono in gioco somme di diverse decine o centinaia di milioni di franchi, rileva Olivier Longchamp. Tanto più che le sanzioni sono poco dissuasive. «Negli Stati Uniti le multe possono raggiungere diversi miliardi di franchi. In Svizzera, invece, la FINMA non può comminarne. Nell’ambito dei fondi congelati dopo la Primavera araba, l’autorità di vigilanza dei mercati finanziari non ha neppure voluto comunicare il nome delle banche che hanno gravemente infranto il loro dovere di diligenza», si rammarica il rappresentante della Dichiarazione di Berna.

Responsabilità condivisa
Infine, rimane la questione dell’ambiguità legata alla presenza stessa di fondi provenienti da regimi autocratici. Come ricorda l’ASB sul suo sito internet, «i problemi si manifestano solo a partire dal momento in cui le PPE diventano persone non grate agli occhi del governo svizzero o di altre organizzazioni internazionali».
Non è perciò raro che un patrimonio acquisito legalmente sia considerato dall’oggi al domani frutto di corruzione o di attività illegali. «Come possono le banche considerare Hosni Mubarak quasi come un criminale, quando è un partner del tutto normale del governo svizzero?», osserva Gretta Fenner, sottolineando la responsabilità condivisa del mondo politico e di quello degli affari.
Per evitare ogni problema, l’ex procuratore ticinese Paolo Bernasconi ha affermato recentemente in un’intervista a Le Temps che le banche non dovrebbero più accettare come clienti membri di un governo straniero o persone a loro vicine. Una proposta estrema che «cozzerebbe contro le convinzioni liberali degli svizzeri», ritiene però Olivier Longchamp. Anche provvedimenti più ‘morbidi’ fanno però fatica a convincere: nel 2012, il parlamento ha rifiutato una mozione della socialista Margret Kiener-Nellen, che voleva obbligare le PPE a provare per iscritto che i loro averi erano stati acquisiti legalmente.

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