Perché la storia è della Catalogna e non di Re Felipe

epa06214881 People demonstrate outside the regional Economy Ministry in Catalonia during a police search for documents connected with the organization of the Catalan independence referendum, in Barcelona, Spain, on 20 September 2017.  EPA/ALEJANDRO GARCIA EDITORIAL NOTE: POLICEMEN'S FACES BLURED DUE TO SPANISH LAW

di Roberto Marraccini – Il pianeta è – soprattutto dalla fine del secolo scorso e l’inizio del XXI secolo – in fermento. Si usa questa metafora, ovviamente, per riferirsi al proliferare, un po’ ovunque, di quel fenomeno tipico degli ultimi due-tre decenni, sintetizzabile nella rinascita del sentimento di appartenenza territoriale o, se non proprio così evidente, di riscoperta di antiche radici nazionali col tempo compresse dall’avvento dello Stato nazionale. Quello Stato nazionale da intendersi “quale ordine politico prodotto dalla modernità”. Un fenomeno che possiamo, concretamente, inserire nel più ampio mutamento geopolitico odierno, frutto della globalizzazione e al contempo della retroazione portata avanti dai territori all’eccessivo potere concentrato al centro (scontro centro-periferia).
Partendo allora proprio dalla definizione-concetto di nazionalismo, possiamo vedere in tutta chiarezza come siano sempre di più nel mondo d’oggi i nazionalismi che risorgono (o che tentano di risorgere) e che sembravano, invece, consegnati alla storia. In maniera del tutta analoga a questa riscoperta di nazionalismi antichi (mai sopiti, comunque), non esiste Stato in Europa – ma non solo nel Vecchio continente – che non debba confrontarsi con il proprio focolaio autonomista ed, in alcuni casi, anche indipendentista. Possiamo, a questo riguardo, parlare, né più né meno, di una sorta di planimetria dei localismi o autonomismi che dir si voglia. Dalle lotte per una più forte autonomia in Tibet (sul modello di quanto realizzato in Alto Adige preso come modello di riferimento), purtroppo sfociate nella dura repressione militare del regime cinese, alla Corsica; dal Belgio ai Paesi Baschi (con l’esperienza del terrorismo separatista) fino a quella che è stata la Cecoslovacchia (che ha visto la secessione – consensuale – tra la Repubblica Ceca e la Slovacchia), assistiamo ad una tendenza che potremmo definire moderna: il superamento dello Stato nazionale (Stato-nazione) e l’avanzata – concomitante – di quello che gli osservatori della politica e dei fenomeni che ruotano intorno ad essa definiscono come federalizzazione (federalizing process). Fino ad arrivare al caso più attuale e dibattutto, la Catalogna, emblema di un processo che – in un modo o nell’altro – sta cambiando e cambierà il modo di impostare le relazioni tra i Governi centrali e le entità sub-statali nel futuro assetto geopolitico degli Stati.
Dopo settimane di tensioni e scontri – verbali e fisici in alcuni casi – che sono giunti fino agli arresti di 14 alti funzionari del Governo (la Generalitat) e al sequestro di milioni di schede elettorali pronte per l’uso democratico, il giorno del referendum tanto atteso in Catalogna è finalmente arrivato.
Già il 9 novembre del 2014 si era tenuto (con un’alta percentuale tra i votanti di “Sì” all’indipendenza dalla Spagna) un referendum indipendentista in Catalogna, indetto dal Governo regionale allora guidato da Artur Màs. Anche in quel caso però – leggi e Costituzione spagnola alla mano – la consultazione non aveva potuto aver alcuna legittimazione legale, essendo contraria ai princìpi di unità dello Stato spagnolo. L’articolo 2 della Costituzione iberica, infatti, è chiaro al riguardo: “La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto alla autonomia delle nazionalità e Regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Ma allora la questione si complica.
Il punto, infatti, è che il principio di unità – e dunque di indivisibilità dello Stato spagnolo – si scontra, in maniera palese, con princìpi e valori che sono fortemente radicati nel popolo catalano e che, necessariamente e seguendo in maniera pedissequa il sistema giuridico spagnolo, non potrebbero mai ottenere il giusto riconoscimento che meritano. La Costituzione spagnola non dà alcuna possibilità ad un proprio territorio di secedere, di dichiararsi – unilateralmente – indipendente e sovrano. Ma allora se un territorio non vuol più far parte di uno Stato in cui non si riconosce, come fa?
Princìpi come il diritto all’autodeterminazione dei popoli riconosciuto e difeso – sempre – dalla Comunità internazionale vengono, dunque, ad essere accantonati. E ad essere disconosciuti. Basti pensare a Timor Est e al Kosovo, solo per citare i casi relativamente recenti e più discussi dai media internazionali. Casi, certamente, diversi per storia e per rivendicazioni, ma che hanno avuto la possibilità di emergere, consentendo a comunità di persone di decidere in prima persona del proprio destino.
Per non dimenticare – sempre ovviamente ribadendo la diversità di situazione storica – l’esempio degli Stati Uniti, nati proprio da una lotta di rivendicazione indipendentista contro il potere governativo centrale di Londra, la madrepatria (in quel caso la questione era propriamente legata alla tassazione eccessiva subìta dalle 13 colonie nord-americane, come in larga parte lo è quella catalana).
Ad ogni buon conto, se queste rivendicazioni territoriali e di indipendenza non fossero state ascoltate e “legittimate”, oggi non esisterebbero molti Stati nel mondo. Ma così facendo, allora, gli Stati nazionali, creazione politica dell’era moderna, rimarrebbero delle entità monolitiche, inscalfibili e – sorattutto – immutabili; destinati a restare così per secoli se non addirittura per millenni.
Ed è su questo che, oggi, l’Europa e le altre aree geopolitiche nel mondo dovrebbero riflettere, con attenzione. L’interdipendenza globale tra i Paesi non può portare – come vediamo in effetti – all’annullamento delle differenze e delle identità che, come una forza irrefrenabile, riaffiorano in tutta la loro valenza. Il catalanismo – come idea ed espressione identitaria – ne è un esempio limpido.
La Spagna, per tornare al referendum catalano del 1 ottobre con il rischio di perdere un importante pezzo territoriale ed economico della sua struttura statale (il 20% del Pil della Spagna proviene dalla Catalogna), dovrà per forza di cose rivedere ed aprire ancora di più il proprio sistema delle autonomie. Il passo fondamentale che la Spagna dovrà compiere, affinché le spinte autonomiste-separatiste ottengano risposta, è il passaggio dal federo-regionalismo al federalismo vero; trasformando così la Spagna da Paese decentralizzato e regionalizzato in una vera Federazione, salvando l’unità del Paese, ma garantendo il rispetto e la valorizzazione della pluralità e della diversità delle singole Comunidades Autonomàs (le Comunità Autonome).
Il 1 ottobre, verrà ricordato come una data importante per la Catalogna, ed anche per la Spagna. Una Spagna che resterà ancora unita o che vedrà la nascita di una Catalogna indipendente? O in un modo o nell’altro, la storia sta già andando avanti.

da: http://www.notiziegeopolitiche.net/referendum-indipendentista-in-catalogna-si-fa-la-storia/

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One Comment

  1. caterina says:

    Quanto affermato ed evidente ormai a tutti, la situazione della Spagna non è una novità, come appunto l’abbiamo vista in stati come la Cecoslovacchia e la Iugoslavia, dove nella prima la separazione è stata consensuale, nella seconda conflittuale, ma è chiaro che quando un popolo ha maturato la coscienza di esserlo e di esserlo sempre stato non può rinunciare a riprendersi in mano la gestione del proprio territorio e della propria vita… in fondo sarebbe come rinunciare ad essere felici, perciò, a parte il diritto, è assurda la pretesa di altri di impedirlo… e ridicolo appellarsi a costituzioni superate dai tempi, diventate totem cui i poteri insediatisi nel tempo si aggrappano pretendendo che lo facciano anche i sottomessi che fanno loro da piedestallo…

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