BRACALINI: PERCHE’ IL 25 APRILE E’ UNA DATA CHE ANCORA DIVIDE

25 aprile invito

di ROMANO BRACALINI – Il 25 aprile doveva costituire un simbolo nazionale,un motivo di orgoglio collettivo,un riferimento forte e condiviso della nuova identità italiana, come il 4 di luglio negli Stati Uniti e il 14 luglio in Francia. Non c’è riuscito.Ogni anno i cortei organizzati dall’ANPI diventano un motivo di polemica e di divisione, come quelli che si annunciano giovedì.

Così, con tutti gli apparati della propaganda, e forse a causa di questi, il 25 aprile non è riuscito a diventare la festa nazionale che si voleva perché il suo carattere politico e di parte l’ha resa indigesta ed estranea a gran parte del Paese.

Nonostante le mistificazioni e le cifre gonfiate, la Resistenza fu un fenomeno minoritario e non influì sulle sorti della guerra. E tuttavia ho grande rispetto per quelli, pochi, che l’hanno fatta davvero, a confronto di quelli, molti, che dissero di averla fatta.

La Resistenza, inoltre, ha interessato solo la metà del paese, ovvero il Centro-Nord, dalla Toscana in su, quello stesso Centro-Nord che ha sempre rappresentato la modernità e il progresso e che darà la vittoria alla Repubblica nel 1946. Il Sud, come tutti i deboli, veniva al rimorchio.

Nel periodo clandestino i partigiani si aggiravano sulle centomila unità, forse meno; dopo la Liberazione divennero improvvisamente dai 600.000 ai 700.000, tutti in possesso di certificati più o meno autentici, più o meno compiacentemente rilasciati.

Gli uomini più avveduti dell’antifascismo avevano elencato le esigenze morali che dovevano imporsi alla coscienza nazionale dopo la tragedia che aveva distrutto il paese. L’Italia non era stata la vittima del fascismo, ma la sua più convincente rappresentazione. Che cosa fu il fascismo se non la sintesi di tutte le bassezze plebee della razza italiana? Ma l’aratro aveva inciso in profondità e le iniquità e i vizi del carattere, che ne avevano favorito la nascita e il trionfo, non sarebbero morti col fascismo.

Dice Tocqueville che “è impossibile liquidare il totalitarismo dall’alto e con mezzi totalitari”. Ora, in Italia negli anni 1944-45, gli anni della Resistenza che costituiva l’alibi e il grimaldello dei partiti, si stava facendo proprio questo. Alla dittatura del partito unico si sostituiva la dittatura dell’esarchia del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale).

L’Italia “nuova”, come le fenice, rinasceva dalle proprie ceneri a immagine e somiglianza di quella vecchia, con i medesimi vizi di struttura e le stesse tentazioni autoritarie. Dal folto schieramento “antifascista” sviluppatosi come per partenogenesi erano sorti due partiti maggioritari, il comunista e il cattolico (o democristiano), di cui non si capiva come avrebbero potuto traghettare il paese dalla dittatura alla democrazia essendo entrambe, diceva Benedetto Croce, ”intrinsecamente e per istituto illiberali”. Di conseguenza anche gran parte della Resistenza risentiva della medesima ideologia illiberale e serviva al Pci per accreditarsi come partito di governo.

Le scritte sui muri, secondo lo stile introdotto dal fascismo, inneggiavano alla Repubblica, alla rivoluzione, poche scritte di entusiasmo e molte di odio e di proposte di nuove lotte insieme alla esaltazione della violenza partigiana che si pensava potesse tornare utile dopo la fine della guerra.

Col ritorno dei partiti s’era scatenata una “indiscriminata divisione del bottino”. Era quello il primo nucleo della nascente partitocrazia italiana che avrebbe svuotato i poteri del Parlamento e occupato lo Stato surrogandone le funzioni ma senza migliorarne l’efficienza, specie nell’amministrazione e nei servizi pubblici, anzi peggiorandoli rispetto all’ “ordine fascista” che almeno faceva viaggiare i treni in orario e con le latrine pulite.

La Resistenza sarebbe servita al PCI per prendere il potere con la forza, o quanto meno per governare da una posizione di forza. Il comunista Pietro Secchia, braccio destro di Palmiro Togliatti, era il teorico del colpo di stato militare per fare dell’Italia uno stato comunista, sul modello delle cosiddette “democrazie popolari” dell’Est asservite all’URSS, e per questo contrario a disarmare i partigiani comunisti delle brigate “Garibaldi”. Solo la presenza degli americani in Italia scongiurò la realizzazione del piano eversivo del PCI.

Il 25 aprile non rappresenta il ritorno alla libertà, come si pretende, ma la continuità col passato nel quadro della nuova dittatura pluralista.

Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

5 Comments

  1. FIL DE FER says:

    Sì, il 25 Aprile come il 1° Maggio se vogliamo dire la verità, sono diventate feste dei comunisti, oggi PD & compagni vari distaccati ma sempre pronti a riunirsi.
    Dunque come pretendere di festeggiare assieme a chi rivendica tutti i meriti e nega i demeriti che ci sono stati e ce ne sono ancora oggi, o peggio ??!!
    WSM

  2. luigi bandiera says:

    Siamo ancora oggi come la DDR di ieri.
    E’ scritto: l’italia e’ una repubblica democratica… anche la DDR disse le stesse cose…
    Impariamo a capir meglio le parole e il loro senso.
    Democratico vuol dire comunista.
    Cioe’ governo del proletariato.
    Quindi..?
    La cpbdm e’ kattokomunista dato che furono due famiglie a farla. A scriverla.

    Oggi possiamo aggiungerci anche islamica.

    Le tre religioni si sono davvero sposate.

    Poveri noi…

  3. ingenuo39 says:

    Sono d’ accordo sulla spiegazione, adesso come diceva JFK che cosa posso fare io per il mio Paese. Mi viene in mente il “vecchio Paglia” una volta a Mantova mi disse “che noi dobbiamo insegnare ai Nostri figli e ai nostri Nipoti a pensare con la Propria testa, fra un paio di generazioni o tre, forse le cose cambieranno” non saranno le precise parole ma il significato era questo.

  4. giancarlo RODEGHER says:

    Per i Veneti il 25 Aprile è il giorno di S. MARCO.
    Tutto il resto interessa poco. Se guadassimo quante finestre o balconi espongono la bandiera tricolore qui nel Veneto per festeggiare il 25 Aprile ci accorgeremmo tutti che forse solo 1 su duecento la espone.
    Se pensiamo che il PCI voleva il confine Jugoslavo sino al Tagliamento…….e che anche oggi il PD festeggia il 25 Aprile come un giorno memorabile…mi vien da ridere per non piangere.
    E’ proprio vero che la storia, quella vera, qui in italia, non è mai stata raccontata come si deve. Anzi per molti versi le falsità, le bugie, le aggiunte e soprattutto le negazioni hanno di fatto stravolto la storia e raccontato quella che faceva comodo al potere di ieri e di oggi.

    Si vuole impedire che il VENETO abbia la sua autonomia, negando persino la costituzione e poi si pretende che i Veneti continuino a negare sé stessi, la loro storia, la loro lingua, le loro tradizioni etc..etc.. ciò non sarà mai. Siamo sempre di più a voler mantenere alto il nostro vessillo che anche il 25 Aprile sventolerà a centinaia in Piazza S.MARCO a VENEZIA la nostra capitale da sempre. WSM

    • caterina says:

      confermo riga per riga…non so se il discrimine siano i ricordi e l’età, giacchè tutto poi viene manipolato e falsato…nel nostro Veneto, terra martoriata di confine, dove alla ritirata tedesca doveva subentrare per ordine di Tito l’avanzata del nuovo occupante, “fino alle prealpi bellunesi” ho letto in qualche documento… e fu ovviamente guerra civile fatta di vendette e lutti… altro che festa il 25 aprile!… La firma della fine delle ostilità credo sia avvenuta il 29 a Caserta, ma farne la data dei festeggiamenti per la liberazione non se ne capisce il motivo… Forse per appropriarsi della nostra festa in onore di San Marco?

Leave a Comment