Perché a me, lavoratore di serie C, della credit tax non frega proprio nulla

dieci_indiani

di Stefania Piazzo – Mutuo da detrarre: c’è. Assicurazioni da detrarre: ci sono. Spese veterinarie: anche in abbondanza. Fatture per la ristrutturazione energetica: altro che. Spese mediche: presenti. Adesso c’è anche la credit tax. Se non pago in contanti recupero altra Iva. Ma certo, perché no. Vorrei ma non posso. E la risposta è semplice per chi, come me, non ha un sostituto d’imposta. Né una partita Iva. Fai la dichiarazione dei redditi, ma poi il tuo credito di imposta sparisce. Io sto aspettando ancora quello del 2015, 2016, 2017, 2018. Insomma, lo Stato massacra chi ha meno. Meno hai, più ti rubo. Non hai la fortuna di avere un lavoro come gli altri? Giù botte. Il credito d’imposta ti farebbe una bella differenza, un po’ di respiro in più? Ma crepa.

Non c’è un governo che ristabilisca tra le tante panzane fiscali che si sentono, sconti, bonus, incentivi, quello del rispetto del cittadino lavoratore di serie C quale io sono. Quello che non ha un lavoro ma che si arrangia come può. Dove sono i nostri soldi? Cosa ci fa lo Stato con i miei indispensabili crediti d’imposta? Io potrei sopravvivere meglio, ma lo Stato se li tiene nella beffarda sorte di chi fa il disoccupato, il precario e non se lo fila nessuno. Non è priorità di nessun governo rimborsare il residuo fiscale, figuriamoci le mie spese detraibili.

Ricapitolando: nessun diritto contrattuale, nessun credito d’imposta. Se non hai uno straccio di diritto sul lavoro non hai diritti fiscali. Cosa deve verificare lo Stato? Nel mio conto corrente ci entra quando vuole, se vuole venire a seguire la mia giornata, la porta di casa è aperta. Come la mia rassegnazione allo stato di paria lavoirativo e fiscale. A essere poi capaci di fare qualcosa ci si merita la disparità di trattamento.

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