Per vivere si dà fondo ai risparmi e si rinuncia anche alla salute

di CARLO CAGLIANI

Quest’anno sono stati drenati 18 miliardi di euro dai risparmi degli italiani. Nonostante si tratti di un leggero miglioramento rispetto al 2012, rimane comunque significativo il dato di 39 miliardi utilizzati in due anni. E’ quanto emerge da una ricerca condotta da Swg per il gruppo assicurativo Genworth, da cui risulta anche che due terzi delle famiglie italiane, circa 15 milioni di nuclei, hanno accusato nel 2013 un calo dei redditi per colpa della crisi economico-finanziaria, la stessa quantita’ registrata nel 2012. Circa 10 milioni affrontano il calo attingendo una media di 184 euro al mese dai propri risparmi (erano 193 nel 2012) con 3 miliardi in meno quindi di risparmi drenati. L’atteggiamento generale, prosegue l’inchiesta, e’ comunque ancora difensivo: il 56% degli italiani teme infatti gli effetti che avra’ sui propri risparmi la Legge di Stabilita’ 2013 varata dal Governo, principalmente per timore della comparsa di un gran numero di nuove e piccole tasse.

Conseguenze? Certo. Con la crisi economica si trascura anche la salute: crescono le disuguaglianze sociali tra gli anziani e le disuguaglianze territoriali, con il Sud ancora una volta fanalino di coda; le visite dal dentista crollano del 23% e più di un italiano su dieci ci rinuncia perché non può permetterselo; la prevenzione è sempre più cosa da ricchi. E’ un quadro a tinte fosche quello tracciato nel rapporto Istat “La salute e il ricorso ai servizi sanitari attraverso la crisi”, realizzato con il sostegno del Ministero della Salute e delle Regioni.

Secondo il rapporto, aumentano le disuguaglianze sociali nella salute tra gli anziani: le persone over65 con risorse economiche scarse o insufficienti che dichiarano di stare male o molto male sono il 30,2% (28,6% nel 2005) contro il 14,8% degli anziani con risorse ottime o adeguate (16,5% nel 2005). In particolare gli anziani del Sud sono il gruppo di popolazione più vulnerabile. Aumentano anche le disuguaglianze territoriali, nel Sud le condizioni di salute peggiorano rispetto al 2005: cresce infatti, dal 13,2% al 15,5%, la quota di multicronici (in particolare fra le donne).

Rispetto al titolo di studio, nel 2012 si conferma l’associazione tra livelli più bassi di scolarità e peggiori condizioni di salute. Complessivamente, tra le persone di 25 anni e più, si rilevano prevalenze intorno al 10% sia per la cronicità grave che per la multicronicità tra quanti hanno conseguito almeno un diploma di scuola superiore, a fronte di circa il 40% tra quanti invece hanno al massimo la licenza di scuola elementare. Anche tenendo sotto controllo l’effetto dell’età, il rischio di presenza di cronicità è quasi il doppio tra quanti hanno un basso titolo di studio.

Nella popolazione anziana, rispetto al 2005, si accentua il divario tra i più abbienti e i meno abbienti. Gli anziani con risorse economiche ottime o adeguate che dichiarano di stare male o molto male nel 2012 sono il 14,8%, in diminuzione rispetto al 2005 (erano il 16,5%), mentre quelli economicamente svantaggiati sono il doppio (30,2%) e in aumento rispetto al 2005 (erano il 28,6%). Anche per gli anziani multicronici i divari continuano ad aumentare: la quota tra chi ha risorse scarse o insufficienti raggiunge il 49,2% nel 2012 (era il 45,7%), mentre tra chi non riferisce problemi economici è pari al 36,4%.

Gli anziani residenti nel Mezzogiorno rappresentano il gruppo di popolazione più vulnerabile, in particolare se hanno risorse economiche scarse o insufficienti. Al Sud, la popolazione anziana in situazione economica svantaggiata dichiara un cattivo stato di salute nel 35,9% dei casi (31,6% nel 2005), contro il 19,7% dei più abbienti. Nelle Isole la quota di anziani con ridotte disponibilità economiche che si dichiarano in cattive condizioni di salute raggiunge il 39,5%. Anche riguardo alla presenza di malattie croniche gravi è tra gli anziani del Sud in precarie condizioni economiche che si registrano le prevalenze più elevate: il 54,9% soffre di una qualche patologia grave, la quota sale al 58,5% tra i maschi.

Peggiora inoltre la percezione dello stato di salute psicologico. L’indice, controllato per età, passa dal 49,6 del 2005 al 48,8 del 2012; diminuisce in particolare tra gli adulti di 45-54 anni, i residenti al Sud e le donne tra 45 e 64 anni che cercano di entrare nel mercato del lavoro.
Per le visite pediatriche si registra un lieve aumento ma le visite a pagamento sono solo l’11,2% e la quota è in calo rispetto al 2005 (14,1%): tale flessione è dovuta alla “netta riduzione registrata tra i bambini che vivono in famiglie con risorse economiche scarse o insufficienti per i quali la percentuale di visite a pagamento scende al 7,6%.

La crisi, prosegue l’Istat, porta alla rinuncia a prestazioni sanitarie o all’acquisto di farmaci. Sono le visite e i trattamenti odontoiatrici le prestazioni a cui si rinuncia più frequentemente: il 14,3% delle persone di 14 anni e più vi ha rinunciato negli ultimi 12 mesi. La rinuncia è dovuta principalmente a motivi economici (85,3%). Nel caso di rinuncia a visite specialistiche (escluse quelle odontoiatriche) la quota si riduce al 7,7%. Inoltre è pari al 4,1% la quota di chi rinuncia all’acquisto di farmaci pur avendone bisogno, tra questi oltre il 70% perché avrebbe dovuto pagarli di tasca propria non essendo prescrivibili e il 25% perché il ticket era troppo costoso. La quota più alta di persone che rinuncia ad almeno una delle prestazioni considerate si riscontra tra i disoccupati (21,4%).

Insomma, il tanto blasonato Welfare State” – finanziato con una pressione fiscale che ha raggiunto il 70% del reddito di ciascuno di noi – fa davvero miracoli. Un po’ come Saccomanni, che ha detto che siamo usciti dalla recessione.

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