PER JUNGER L’UOMO TRIONFA QUANDO PRENDE COSCIENZA DELLA PROPRIA LIBERTA’

di LUCIANO CAPONE*

Pochi giorni fa il Garante della Privacy ammetteva senza troppi giri di parole che “il rischio di trasparenza amministrativa senza limiti” sta trasformando i cittadini in “potenziali mariuoli”. Il prof. Pizzetti ricordava che “in uno stato democratico, il cittadino ha il diritto di essere rispettato fino a che non violi le leggi e non può essere sospettato a priori”. Ma l’ammonimento del Garante non sembra aver fermato la marcia trionfale della “lotta all’evasore” che propone la pubblicazione di black-list di delinquenti e l’assegnazione del “bollino blu” per gli onesti. In televisione magistrati come Davigo dicono che la privacy è un falso problema: “Se una persona viene processata per pedofilia si deve sapere: il vicino di casa deve sapere se può lasciare il suo bambino libero di giocare al parco” e ancora “nel rapporto tra reddito e beni posseduti bisogna invertire l’onere della prova, come si fa per i mafiosi. Devi spiegare come fai ad avere quei beni, altrimenti vengono confiscati”.

L’evasore come il pedofilo o il mafioso. La ricchezza come proprietà dello Stato che devi dimostrare di aver guadagnato. L’Italia è in crisi e rischia di fallire a causa dell’enorme debito pubblico fatto dallo Stato nonostante l’enorme pressione fiscale. Sul banco degli imputati dovrebbe esserci la politica, la burocrazia e l’enorme spesa pubblica dissennata e improduttiva. Lo Stato è alle strette e deve trovare un nemico assoluto, una giustificazione al suo fallimento: l’Evasore. Se c’è il debito pubblico è perché gli evasori non hanno pagato le tasse, se pagate troppe tasse è perché ci sono gli evasori, se i servizi non funzionano è colpa degli evasori. Segnalateli, denunciateli, ispezionateli, intercettateli. Stato di polizia.“Le domande incalzano sempre più da vicino, si fanno sempre più assillanti, e sempre più importante diventa il modo in cui noi rispondiamo. Non dobbiamo dimenticare che anche il silenzio è una risposta. È sorprendente come tutto diventi risposta e quindi materia di responsabilità” scriveva Ernst Junger nel Trattato del Ribelle.

I cittadini devono lavorare per pagare le tasse, consegnare la metà di quanto guadagnato allo Stato che provvederà al “bene comune”. Chi si sottrae è quindi un nemico della collettività. Il punto è proprio questo, lo Stato e la burocrazia hanno bisogno del nemico, dell’evasore per esercitare il loro immenso potere. “La propaganda – scriveva Junger – ha bisogno di una situazione nella quale il nemico dello Stato sia già stato messo fuori combattimento e quasi ridicolizzato, e però non sia ancora scomparso del tutto. Il semplice consenso non basta alle dittature: per vivere esse hanno bisogno altresì di incutere odio e seminare il terrore”. Il filosofo tedesco aveva illustrato bene il meccanismo per cui, sparito il nemico, “il terrore non ha più ragione d’esistere, non si incontrerebbero altri che giusti”. Senza il nemico lo Stato italiano e la politica dovrebbero ammettere il loro colossale fallimento: lo inefficienze pubbliche si reggono sull’Evasore.

L’uomo non nasce libero, ma è continuamente sopraffatto dalla paura. Nell’uomo, secondo Junger, la libertà convive con la necessità e ad ogni progredire dell’una, diminuisce l’altra. Nei momenti di crisi lo Stato agisce in nome della necessità e ha bisogno di un nemico che appaia sempre più pericoloso, un nemico pubblico. “In questa situazione è comprensibile che l’uomo preferisca caricarsi di fardelli più gravosi” come ad esempio l’aumento delle tasse “piuttosto che essere annoverato tra i diversi. L’automatismo sembra sbriciolare quel che rimane della libera volontà”. Naturalmente Junger non pensava all’Italia, ma alle “teorie che tendono ad una spiegazione logica e razionale del mondo” e alla sua incarnazione, lo stato totalitario che sottomette l’uomo. Attualmente gli apparati politico-burocratici degli stati moderni hanno ambizioni molto inferiori: mantenere il potere e il controllo su una macchina che vive sottraendo ai cittadini la metà delle risorse prodotte.

Lo scrittore tedesco era comunque ben consapevole del fatto che il controllo dei mezzi comporta anche il controllo dei fini: “La concorrenza è simile a una gara di corsa in cui il premio spetta ai più abili. Quando essa viene a mancare, c’è il rischio di vivere di rendita a carico dello Stato. E così ora sarà la paura a imprimere la spinta che prima nasceva dalla corsa”. La pervasività dello Stato riduce la libertà economica fino a minacciare la libertà individuale: “l’uomo tende a rimettersi agli apparati e a far loro posto. Il grande rischio è che l’uomo confidi troppo in questi aiuti e si senta perduto se essi vengono a mancare. Ogni comodità ha il suo prezzo. La condizione dell’animale domestico si porta dietro quella della bestia da macello”.

L’individuo sembra destinato a soccombere perché ha un’innegabile capacità di sopportare necessità sempre più restrittive, imposte da un potere sempre più opprimente. Ma il singolo ha dentro di sé enormi risorse e maggiore forza di volontà di quanta non ne possiedano gli apparati. La presa di coscienza della propria libertà è un atto di coraggio, una sfida alla paura della vertigine e un atto di ribellione. L’individuo si sottrae alle categorie imposte dalla propaganda e diventa consapevole che la libertà è l’unica necessità: “la sovranità non si riscontra più nelle grandi risoluzioni, ma esclusivamente nell’uomo singolo che ha abiurato in sé la paura. Le incredibili procedure contro di lui sono destinate, in ultima istanza, al suo stesso trionfo. Quando l’uomo capisce questo, è libero”.

*www.loccidentale.it

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