Pensioni, se la presidente Inpgi vale più di Obama e Mattarella!!!

uovadoroPiù di Sergio Mattarella. Più di Barack Obama. Meno di Andrea Camporese, però. Quest’ultima è la motivazione finale con cui la neopresidente dell’Inpgi, Marina Macelloni, si appresta domattina, 7 giugno, a chiedere ai consiglieri generali dell’Istituto riuniti in via Nizza di approvare la sua indennità da 230 mila eurol’anno. E a proporre un mini-taglio del 5% per i compensi degli altri amministratori. In barba a qualsiasi esigenza e promessa di moralizzazione e di spending review, che pure viene tirata in ballo.

Non solo. L’importo richiesto appare come la naturale prosecuzione della risposta data da Macelloni su questo tema al collega Giorgio Mottola nel corso dell’intervista realizzata per Report e andata in onda nella puntata di domenica 29 maggio (si può rivedere qui, per chi l’avesse persa). Una risposta con cui la neopresidente dell’Inpgi ha sottolineato come fosse il suo predecessore a guadagnare le cifre riportate dal cronista, mentre la sua indennità non fosse stata ancora fissata (senza precisare che, almeno per i primi due mesi, è stata necessariamente “costretta” a percepire quella deliberata a ottobre per Camporese).

Ma queste sono quisquilie. E il ragionamento per arrivare ai 230 mila euro (che non è, badate bene, il costo totale a carico dell’Inpgi) è più articolato.

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Responsabilità o guadagni precedenti?
La prima indicazione (senza cifre) si può trovare nell’ampia intervista che Prima Comunicazione ha dedicato, sul numero di maggio, a Macelloni (immagine a sinistra, cliccare sopra per scaricarla). Il collega Carlo Riva, che conduce l’intervista, ricorda verso la fine le critiche per stipendio e rimborsi spese del “predecessore”della neopresidente. E lei risponde all’attacco che, poiché “sarò in aspettativa a zero stipendio, perché qui sono occupata a tempo pieno”, “non voglio perdere un centesimo rispetto a quanto guadagnavo. Qui c’è unlivello di responsabilità enorme”. Più che presiedere la Repubblica Italiana o gli Stati Uniti d’America, evidentemente.

Non rinunciare allo stipendio raggiunto con trent’anni di impegno professionale appare una richiesta legittima. Ma si scontra con due argomenti non meno legittimi e validi, contenuti nelle stesse affermazioni di Macelloni. Primo: se il metro da prendere in considerazione è il livello di stipendio o guadagni precedenti, allora il giorno in cui a presiedere l’Inpgi andasse un redattore con una retribuzione da 40 mila euro, quella sarebbe la cifra da garantirgli. Mentre per un presidente pensionato, che conserva intera la sua pensione, si potrebbe pensare a un azzeramento totale dell’indennità. E questo è in palese contraddizione con la “responsabilità enorme” insita nella carica di presidente dell’Inpgi, che andrebbe valutata e compensata a prescindere da chi ricopra l’incarico. Un po’ come dire che il sindaco di Roma dovrebbe avere un’indennità diversa se si chiamasse Giachetti piuttosto che Raggi, solo per stare all’attualità.

Secondo: se la retribuzione in essere dovesse essere assunta come base di ragionamento, allora chi si presenta al voto dovrebbe dichiarare prima, e non dopo essere stato eletto, quale sia la sua retribuzione di partenza. Così i colleghi saprebbero quello a cui vanno incontro.

Solo tagli temporanei
Il vero punto di tutta la vicenda è però un altro. I compensi, della presidente e degli altri amministratori (che vedremo oltre), non sono in verità ridotti tout court. Così come il risparmio rispetto a Camporese calcolato in 80 mila euro appare come una gentile concessione della neopresidente, disposta ad accollarsi nei 230 mila euro anche spese per contribuzione volontaria all’Inpgi1, accontamenti di Tfr persi, Casagit e Fondo complementare. A cui vanno però aggiunti i contributi per l’Inpgi2 (gestione separata) a carico dell’Istituto, che andranno a costituire una seconda pensione insieme con tutti quelli versati negli anni in cui è stata consigliere di amministrazione e consigliere generale. E anche le spese di rappresentanza, fissate in 7 mila euro l’anno a sua disposizione (più altri 10 mila per spese generali di rappresentanza istituzionale).

Nella proposta che il Consiglio di aministrazione ha già deliberato, tutte le cifre vengono confermate, ma con una decurtazione decisa dal Consiglio generale, che un domani potrebbe anche riportarli al loro ammontare iniziale. E questo a Napoli (e non solo) si chiamerebbe gioco delle tre carte. L’indennità del presidente dell’Inpgi, infatti, resta saldamente ancorata alla retribuzione del direttore generale più il 10%, per un valore pari attualmente a 155 mila euro. A cui aggiungere gli eventuali costi ulteriori. Questo varrà in futuro. Ed è questo che dovrebbe essere cambiato, stabilendo una cifra davvero congrua e presentabile una volta per tutte (255 mila euro non lo sono) per l’indennità del presidente.Chiunque esso sia. Anche perché la norma presa a riferimento, dell’ottobre 1979, è superata.

Così come un effetto temporaneo è il “mirabolante” taglio proposto per i compensi di consiglieri di amministrazione, sindaci e componenti del Comitato amministratore: ben il 5% sugli importi decurtati del 10% da novembre, per un totale del 14,5% in meno rispetto all’indennità che resta pienamente in vigore. Se la proposta passerà al Consiglio generale, al vicepresidente vicario spetteranno dunque 72.856 euro l’anno, al vicepresidente Fieg 58.485 euro, i consiglieri di amministrazione e i sindaci incasseranno 44.114 euro (compreso ilrappresentante della Fnsi, il segretario Raffaele Lorusso), mentre i membri del Comitato amministratore non in Cda percepiranno 36.928 euro.

Gli importi saranno dimezzati se gli amministratore percepiscono un reddito da lavoro dipendente o assimilato. Ma comunque verranno pagati a prescindere dall’impegno effettivo del singolo amministratore, anche se non dovesse partecipare ad alcuna riunione. Una situazione che non avverrebbe se si introducessero gettoni per il reale lavoro svolto, com’è nel caso dei consiglieri generali.

Piccoli risparmi (e qualche notizia taciuta)
Nella proposta al Consiglio generale sono previste inoltre alcune limature ai rimborsi spese, portandoli in molti casi al livello già previsto per i dipendenti dell’Istituto quando sono in trasferta. Treno obbligatorio per i trasferimenti a Roma da città raggiunte dall’alta velocità, per esempio; taxi pagati solo per i trasporti da e per gli alberghi o la sede Inpgi all’arrivo e alla partenza; tetto di spesa giornaliera per i pasti e per le notti in hotel.

Infine, i gettoni di presenza, pari a 80 euro al giorno. E qui si scopre che, nonostante nel 2012 fosse stato sbandierato ai quattro venti il “sacrificio” della rinuncia degli amministratori (Cda, Comitato amministratore e sindaci) a percepirli, in verità i gettoni non erano stati eliminati del tutto.

Presidente e vicepresidenti hanno continuato in questi quattro anni a sommarli alla loro già lauta indennità anche per la partecipazione alle riunioni di Consiglio generale, Comitato amministratore, Conferenza dei Fiduciari e persino per le sedute del Consiglio di amministrazione. E tutti gli altri lo hanno ricevuto – sempre in aggiunta al compenso fisso – per la presenza al Consiglio generale. Come se fossero consiglieri generali qualsiasi e non già ampiamente compensati per il loro impegno. Sul sito dell’Inpgi, però, di questi ulteriori compensi del Cda non si trova traccia.

da https://unitasindacalefnsi.wordpress.com

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One Comment

  1. caterina says:

    e questa sarebbe l’Italia da festeggiare? che miseria pubblica di cui vergognarsi…

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